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Intervista a Marco Brando su “Lo strano caso di Federico II di Svevia”, il suo libro edito dalla Palomar

20 Mar 2009 | Nessun Commento | 5.959 Visite
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copertinaUn caso intrigante, un’indagine portata avanti dal giornalista Marco Brando, che si muove tra storia medievale e storia di oggi: cronaca asciutta, scorrevole e spesso sagace. Un’operazione di studio moderna, scrupolosa, che appassiona pagina dopo pagina. E pone al centro il fascino di un personaggio ancora in primo piano nell’interesse degli studiosi, da far invidia ai tanti contemporanei (specie politici e uomini di spettacolo) in perenne ricerca di “audience” e consensi.

Sono i punti fermi su cui ruota “Lo strano caso di Federico II di Svevia” (sottotilo: “Un mito medievale nella cultura di massa”), ultimo libro di Marco Brando (ed. Palomar, pag.280; euro 18,00). La prefazione è di Raffaele Licinio, la postfazione di Franco Cardini, entrambi illustri medievisti. Insomma, una guida attenta che svela ai lettori i segreti del successo secolare del sovrano.

E’ proprio “uno strano caso” questo di Federico II?

Molto strano. Al giorno d’oggi – di fronte ad uno sconfinato amore nei suoi confronti tuttora manifestato dai pugliesi e a una più pacata amicizia dimostrata dal resto dei meridionali – s’incontra, in tono meno enfatico ma resistente, un atavico senso di rivalsa da parte degli italiani del Centro Nord (e soprattutto in quella parte dell’Italia settentrionale che la retorica leghista oggi chiama Padania). Mentre ci s’imbatte in un sostanziale disinteresse da parte dei cittadini europei di matrice germanica. Così – non a caso – ho scelto di dare al libro un titolo che ricorda “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” (The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, 1886), celebre romanzo dello scrittore britannico Robert Louis Stevenson. Nel romanzo Henry Jekyll è uno scienziato che, miscelando particolari ingredienti chimici, riesce a preparare una pozione che può separare le due nature dell’animo umano, quella buona e quella malvagia. La sua personalità diventa così scissa in due metà speculari che, alternativamente, prendono possesso del suo corpo, trasfigurandone anche l’aspetto. Lo stesso Federico II di Svevia si è dibattuto tra queste due nature. A ben pensarci, capita a tutti nella vita. Però pochissimi diventano un mito per generazioni di posteri. Com’è successo, invece, a Federico.

Che tipo di indizi offre al lettore?

Provo ad azzardare qualche ipotesi sulla ragioni di questo strano caso. Provo inoltre a segnalare anche il frequente (e spesso inatteso) ricorso a Federico II e agli Svevi nel dibattito sociale e politico cui s’assiste nell’Italia contemporanea. Così prima fornisco le prove dell’infatuazione pugliese, del risentimento nordista e del disinteresse tedesco. Quindi cerco di spiegare perché spesso il mito positivo e quello negativo, nati intorno alla figura dell’imperatore svevo, siano spesso basati su opinioni contrastanti con la realtà storica. Infine svelo chi è “l’assassino”: ovvero, chi e perché all’inizio del Novecento ha inventato e propagandato l’immagine iper-positiva di Federico. Infine rivaluto il mito federiciano alla luce non tanto della verità storica, ma della necessità che ancora oggi abbiamo di poter contare su miti positivi, per poter affrontare meglio il presente e per non aver paura del futuro.

Come spiega l’esaltazione pugliese?

Non vorrei svelare adesso uno degli snodi centrali del libro. Tuttavia posso anticipare che un’invenzione del mito positivo, funzionale alle esigenze politiche del regime mussoliniano, si è perpetuata fino ad oggi: proprio perché i pugliesi, a mio avviso, hanno bisogno di credere ad un Federico di Puglia proprio perché sono, più o meno consapevolmente, ancora alla ricerca di simboli identitari.

A Federico II in Puglia hanno dedicato strade, pub, banche, compagnie aeree, centrali elettriche, gelaterie e negozi di ferramenta. Non è un po’ troppo?

Si tratta di scelte che rispondono proprio all’esigenza di cui ho parlato poco fa. Nomi riconducibili a Federico sono usati non tanto per istituzioni culturali quanto per negozi, aziende, associazioni che non c’entrano nulla col Medioevo. Ciò significa che l’affetto dei pugliesi verso lo Svevo non è una caratteristica di intellettuali e addetti ai lavori, ma di chiunque abbia radici in Puglia, al di là della propria condizione sociale e culturale.

Una bella differenza con il comportamento dei cittadini del Nord, non trova?

Nel Nord e nel Centro Italia – sull’onda delle retorica legata prima al Risorgimento poi alla Resistenza – già a scuola si è sempre insegnato che i tedeschi Federico Barbarossa e suo nipote Federico II sono stati i nemici giurati dei liberi Comuni medievali, considerati un caposaldo dell’italianità. L’avvento e il successo della Lega Nord di Umberto Bossi – che da oltre vent’anni a questa parte fa delle radici medievali della cosiddetta Padania un pilastro della propria identità – hanno dato ulteriore impulso al rinfocolarsi dell’antica inimicizia verso gli Svevi. E un film appena realizzato su Barbarossa (e benedetto da Umberto Bossi) butterà altra benzina sul fuoco.

Dove affonda quel risentimento?

I due imperatori svevi fecero vedere i sorci versi, tra XII e XIII secolo, ai Comuni dell’Italia settentrionale, alleati del Papa. I due sovrani avrebbero voluto imporre il potere imperiale, a colpi di guerre e di assedi. Non ci riuscirono.

E nel Nord Europa come ricordano Federico II?

Nell’Europa di cultura tedesca Federico II non era molto amato neppure dai sui contemporanei. Era visto un po’ come un intruso, un sovrano cresciuto nel Sud Italia che pretendeva di comandare tra i tedeschi. E’ vero che era figlio di uno tedesco e di una normanna, però questa circostanza non bastava per attenuare sospetti, intrighi e diffidenze. Anche l’epiteto “puer Apuliae” – caro ai pugliesi dei nostri giorni – fu inventato da un cronista tedesco della fazione avversa a Federico e fu usato a mo’ di insulto. Come dire: figlio dell’Apulia (intesa allora come tutto il Mezzogiorno, esclusa la Sicilia), resta dove sei e non venire a rompere le scatole quassù. Federico II di Svevia ha un decennio di gloria nei paesi di lingua tedesca negli anni Trenta, grazie al libro “Federico II Imperatore” di Ernst Kantorowicz, storico tedesco che lo celebrò come esempio della possibilità di restituire alla Germania un ruolo imperiale. Oggi i tedeschi hanno in mente un altro Federico II, quello di Prussia. Lo Svevo è in coda nella classifica dei grandi tedeschi, secondo un sondaggio della tv di stato germanica svolto tra i telespettatori.

marco-brandoComunque il mito di Federico II di Svevia ha avuto successo anche sul Web, visto che uno dibattito dedicato al suo libro si è svolto su Second Life. Come si è svolto l’incontro?

Second Life ha ospitato un dibattito dedicato al mio libro e promosso dalla comunità virtuale Brain2Brain, nel suo spazio dibattiti, ovviamente virtuale. Il dibattito si è svolto esattamente come quelli reali, con la possibilità di parlare attraverso i microfoni o di chattare. Hanno partecipato oltre 50 persone fisse, più molte che sono state ad ascoltare andando e venendo. Ovviamente ognuno era rappresentato dal proprio avatar, cioè la propria identità virtuale. Io lì mi chiamo Brando Gloom. C’era anche l’avatar di Enrica Salvatori, docente di Storia medievale a Pisa. Abbiamo parlato per oltre due ore.

E i lettori come hanno accolto il suo libro?

La prima edizione è uscita nell’ottobre del 2008. La seconda in dicembre. La terza nel gennaio 2009. E si sta pensando alla quarta. Direi che l’accoglienza è stata buona. E’ piaciuto sia ai lettori normali che agli addetti ai lavori, gli storici. Sono soddisfatto. D’altra parte prefazione e postfazione sono state scritte da due famosi storici del medioevo, Raffaele Licinio e Franco Cardini. Questa circostanza mi conforta anche sul fronte della correttezza di ciò che ho scritto sul fronte storiografico.

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