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Giuliana Sgrena ad LSDmagazine: la Pace è l’unica vittoria

28 Nov 2011 | Nessun Commento | 1.482 Visite
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Giuliana Sgrena“Sono 27 i miliardi di euro spesi in guerra dallo Stato italiano nell’anno 2010. Noi umani facciamo le guerre e le portiamo avanti, ma le guerre sono sbagliate. Punto”. Sono queste le parole pronunciate da Carmine Simeone, medico ed esponente del gruppo Emergency Bari, in occasione dell’incontro svoltosi sabato 26 novembre 2011 nella sala dell’ex Convento di Domenicani a Bitetto. La manifestazione dal titolo “Perché la pace è l’unica vittoria”, organizzata da Giulio De Benedittis, ha dato voce ad importanti ospiti come l’assessore Fabio Losito, Fra Cicorella e la giornalista Giuliana Sgrena. Il tema principale della serata è stato il rapporto tra la guerra, incapace di difendere un popolo, e la pace che può giungere soltanto con lungo processo di cambiamento. La scuola e l’educazione, come sempre, vengono collocate alla base di tutto. “La pace va costruita quotidianamente – dice l’assessore Losito –  e in un momento di così grave crisi,  la scuola pubblica sta vivendo una fase drammatica. La scuola è importante perché ha il compito di formare e sensibilizzare”. Ma oggi, in un periodo in cui l’informazione non è più libera e vera, la colpa non è solo della formazione dei ragazzi: oggi si parla di guerra con troppa facilità, come se tutti quanti fossero già abituati da tempo. L’Italia, così come ogni altro Stato, dovrebbe convertire la propria mentalità e trasformare la propria economia da quella di guerra, legata alla produzione di armi, ad una di pace. Migliaia di civili e miliari combattono nelle così dette “guerre umanitarie”, che tutto  hanno tranne qualcosa di umanitario, e le bombe che gli uccidono, non ammazzano soltanto loro, ma anche le loro famiglie. Il popolo deve combattere e credere nei suoi ideali, il popolo non può essere soltanto tollerante, le diversità le deve amare piuttosto che accettarle con diffidenza e difficoltà. Tutte le guerre sono ingiuste. Lo conferma anche Giuliana Sgrena che dice “La vera modernità sta nella rivendicazione del lavoro, della libertà e della giustizia. Solo l’informazione indipendente, lontana dalle censure, può distruggere una guerra”. Giuliana Sgrena, validissima giornalista del Manifesto, da sempre impegnata nelle realizzazioni di reportage in Paesi di guerra, ha parlato al pubblico della sua personale esperienza in Paesi come l’Iraq e l’Afghanistan e noi di LSDmagazine l’abbiamo intervistata.

Rispetto alla violenza, quanto la politica può risolvere situazioni di guerre e conflitti?
La politica può fare molto perché ha la possibilità di usare i metodi della diplomazia e con questa può risolvere e soprattutto evitare le guerre. In questi anni abbiamo visto che con la violenza non risolvono i conflitti: dove c’è stato un intervento militare generalmente il conflitto non si è risolto. I conflitti possono essere risolti senza vittime se si interviene con altri mezzi che puntano all’aiuto delle popolazioni e all’utilizzo della diplomazia.
Secondo lei, perché nei paesi dell’Islam  tante donne non hanno dei diritti? Di chi è la colpa?
La colpa è dei regimi che opprimono le donne: sono dei partiti che usano la religione per soffocarle. Ci sono anche delle donne nei paesi musulmani che hanno dei diritti, dunque il problema non è la religione, ma gli uomini che attraverso la politica sfruttano la religione. Noi dobbiamo sostenere queste donne facendo ad esempio conoscere la loro realtà, aiutandole. Io credo che l’informazione sia la cosa principale, spesso riceviamo disinformazione su tutto quello che avviene. Certamente anche in questo caso la politica può essere utile.  Generalmente la politica aiuta chi opprime le donne e noi dobbiamo opporci a questa tendenza, non possiamo aiutare coloro che favoriscono questo fenomeno, noi dobbiamo aiutare i partiti che le difendono nel nostro e nel loro Paese. Cominciamo da noi. Se appoggiamo chi le difende e denunciamo chi non vuole dare loro voce e facciamo conoscere la loro realtà, è già un grande passo.
Dunque Lei intende dar voce alle vittime delle guerre?
Io ho sempre cercato di dar voce alle vittime, specialmente alle donne. In uno dei libri che ho scritto, “Il prezzo del velo”, ho raccolto tutte storie vere e ho presentato la realtà delle donne attraverso alcuni episodi che sono riuscita a cogliere in tutti questi anni.
Giuliana Sgrena
Lei ha parlato dell’importanza dell’informazione eppure oggi immagini di guerra si presentano quotidianamente agli occhi della gente che molto spesso rimane impassibile. Cosa si può fare per favorire la sensibilizzazione?

C’è un’assuefazione perché la guerra è diventata uno spettacolo. Io penso che dalla prima guerra del Golfo, dal ’91, ci sia stato un cambiamento ovvero la trasformazione della guerra in un’esibizione. All’inizio le immagini di guerra mostravano soltanto i mezzi con cui si andava a  bombardare, non facevano vedere i feriti e i morti. Solo successivamente si sono cominciate a vedere le vittime, ma ormai la gente aveva già memorizzato le immagini della guerra, delle armi intelligenti che colpivano solo il vero obiettivo e non gli altri. A questo punto, quando vediamo una vittima vera o un ferito, ci sembra che tutto rientri in uno spettacolo, in un film e non si ha più la sensibilità di rendersi conto che quella è una persona umana: si tratta di una semplice immagine da vedere nei cinema.

Quanto è difficile lavorare come inviati in posti di guerra, in luoghi dove non si conosce nessuno?
Ci sono molte difficoltà. Devi innanzitutto procurarti i contatti delle persone di cui ti puoi fidare e possibilmente delle persone che conoscono bene il luogo. Io ho sempre cercato contatti con le persone del posto e continuo ad averne in ogni Paese. Un’altra difficoltà è quella dell’adattamento, ad esempio l’elettricità delle volte manca e non sai come caricare computer. Una volta, mi ricordo,  finii di scrivere un pezzo tenendo una torcia in bocca e avendo il computer collegato alla batteria di una macchina perché non c’era elettricità e quello era l’unico modo per poter mandare il pezzo. Bisogna sapersi adeguare. Complicata è anche la sicurezza personale; io in Iraq  ho cercato di prendere più provvedimenti possibili : non dicevo mai dove andavo, cambiavo sempre strada, mi fermavo poco in un posto e nonostante tutto c’è stato il mio rapimento. La mia vita è  cambiata, c’è stato un uomo che mi ha salvato e protetto e che adesso non c’è più ed io non sono mai riuscita ad essere felice di essere libera. Dopo la morte nascosta dietro la porta per un mese, giorno e notte, il mio rapporto con la vita è cambiato. Io ho lavorato per molti anni per un giornale che non aveva soldi. Il fatto di non avere soldi, per quanto può sembrare un problema, in realtà è stato una grande scuola. Noi non potevamo procurarci tutto e dovevamo saperci arrangiare.
Nonostante il rapimento del 2005 a Baghdad, lei è ritornata in Iraq. Questo ritorno negli spazi in cui ha vissuto momenti difficili cosa le ha fatto provare?
È stato davvero molto difficile. Io lì ci sono tornata altre due volte, dopo un lungo percorso che ho fatto da sola: ho voluto riandarci perché sentivo forte la necessità di tornare e di mettermi a confronto con questi luoghi dove si era consumato il mio trauma. La prima volta, appena arrivata, non ricordavo nulla. Per due o tre giorni sono riuscita soltanto a confrontare la Baghdad che ho trovato con quella del lontano 1990. È stata la suoneria di un cellulare di un ragazzo che mi accompagnava in macchina, la stessa di uno dei miei guardiani durante il rapimento, che mi ha svelato tutto quello che era successo. La prima volta non ho voluto cercare il luogo del rapimento, l’ho fatto la seconda volta. Il luogo del rapimento però non l’ho rivisto, era tutto circondato e c’erano delle misure di sicurezza. Per quanto riguarda il luogo della sparatoria è tutto molto diverso. Io non l’ho visto, non so perché. Ho ripercorso la stessa strada e sono riuscita a ricordare tutto fino ad un certo punto: arrivata al luogo in cui ci hanno sparato mi è calato il buio davanti, non so se era dovuto al cambiamento di qualcosa nel paesaggio o semplicemente al mio non essere pronta. È stata una cosa terribile.

Foto di Maria Tisci 

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