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Giovanni Allevi alla Bit di Milano testimonial della regione Marche, si racconta

22 Feb 2013 | Nessun Commento | 2.386 Visite
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La BIT è la Fiera Internazionale del Turismo, che si svolge nel mese di Marzo a Milano. Non solo una fiera per gli addetti ai lavori, ma una grande guida interattiva ai viaggi. Tutti i paesi del mondo hanno uno stand dedicato per descrivere e mettere in luce tutti gli aspetti, le ricchezze, i tesori che offre la propria terra. Un padiglione speciale è dedicato all’Italia, con stands per ogni regione.

La natura, la gastronomia, i prodotti tipici, l’arte, la cultura, gli eventi, sono gli argomenti sui quali sono state incentrate tutte le conferenze e le manifestazioni svolte all’interno di questa fiera. La musica, e le manifestazioni che la rappresentano, sono di sicuro una delle maggiori attrazioni per un paese. Ed è per questo che in molti stands (come la Puglia, la Toscana e le Marche) la musica ha ricoperto un ruolo fondamentale.

L’evento che ha destato più affluenza di pubblico e clamore è stato caratterizzato dalla presenza, nello stand delle Marche, di Pippo Baudo e Giovanni Allevi.

Sono qui di mia spontanea volontà per testimoniare l’amore profondo che nutro per questa regione che conosco benissimo e da lunga data. Una regione che considero tra le più affascinanti, più ricche di bellezze d’Italia. Se potrò far conoscere meglio questa regione unica nella sua pluralità e complessità, sarò felice.” Così Pippo Baudo, descrive le Marche e annuncia che la sua nuova trasmissione “Il Viaggio” partirà proprio da questa regione. Dopo un excursus fra tutti i grandi artisti che devono i natali alle marche, e dopo aver recitato “A Silvia”, Baudo presenta e intervista Giovanni Allevi, testimonial appunto delle Marche.

Giovanni Allevi ha raccontato di tornare nelle sue Marche per ricaricarsi, respirare aria pulita, godere dell’armonia dei paesaggi, riconquistare dei ritmi che scandiscono una qualità della vita che, a suo dire, non si trova in nessun altra parte del mondo. “Anche per questo sono fiero di essere marchigiano“.

Al termine dell’intervista con Baudo, Allevi si è completamente dedicato ai suoi fans, che sono accorsi numerosi, e ai giornalisti (compreso lo staff di LSDmagazine).

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Allevi è un artista che, per quanto criticato spesso da molti musicisti, ha creato un rapporto di affezione incredibile del pubblico, fatto soprattutto di giovani, facendolo avvicinare ad un genere musicale che spesso è considerato d’élite, colto, e a volte ostile.

Cosa si prova ad essere uno dei più apprezzati e, nello stesso tempo, criticati compositori contemporanei? In questi anni ho elaborato almeno 10 tipi di risposta a questa domanda! Forse la più bella, cioè quella in cui credo, alla fine è che coloro che mi criticano in realtà mi amano, ossia io sto notando che i miei detrattori seguono con una passione incredibile tutto ciò che faccio, quasi fossero dei fan al contrario. Comunque sono dei fan, quindi probabilmente sotto sotto mi amano.

Non è importante che se ne parli bene o male…l’importante è che se ne parli? Devo fare una precisazione: io sono ansioso di natura e quindi se qualcuno parla male per me è un disastro! Se su 10 persone che mi dicono una cosa bella, ce n’è uno che me ne dice una brutta, io mi ricordo la cosa brutta. Sono un essere umano ed è così! C’è stato un periodo in cui ci sono stato male. Ma è anche vero che, avere l’opposizione di una parte del mondo accademico, può essere considerato una consacrazione. Perché considera che il mondo accademico tende alla consacrazione dello status quo, quindi se tu vieni criticato vuol dire che stai creando un cambiamento, vuol dire che hanno paura di quello che stai facendo, e quindi vuol dire che “quella” è davvero la consacrazione ad innovatore. Non è che tutto ciò mi riempia particolarmente il cuore di gioia…penso più che altro che siano dei fan al contrario.

Ti hanno definito un artista “apolide“, ossia appartenente a una terra di nessuno dal punto di vista critico. Un artista di musica contemporanea, ma anche no! Tu dove ti identifichi? Cosa significa questa affermazione? Lì per lì, quando fui definito un artista apolide, rimasi pure io interdetto. Andai sul vocabolario a vedere meglio cosa significava, cioè l’avevo capito, ma volevo capire meglio. Perchè comunque non mi sento così. E le persone che amano la mia musica non hanno, all’ascolto, un senso di estraniamento, anzi è una musica, da quanto mi dicono, che ti entra proprio sotto la pelle, la senti molto vicino alle tue emozioni, alla tua identità.

Forse non era inteso proprio in quel senso, forse era inteso da un punto di vista “critico”, prettamente musicale, non dal punto di vista emozionale. Probabilmente dipende dal fatto che si tratta di una musica strumentale, quindi non ha le parole e in un certo senso ha la vocazione di superare i confini di tipo geografico ed anche di tipo culturale, quindi io riesco ad esprimermi perfettamente bene sul palco in Giappone, così come qui. Forse questo è il senso dell’essere apolide. Ma lo considero un fatto positivo, non negativo.

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Nella musica classica c’è stato un percorso evolutivo che puntava molto sul perfezionamento, sul raggiungimento di livelli di complessità di scrittura, forma, tessitura (texture) incredibili, prendiamo ad esempio il metodo dodecafonico di Schönberg, o di altri. Analizzando la struttura delle tue composizioni, in contrapposizione, spesso notiamo una “forma” compositiva (parlando di tecnicismi musicali) abbastanza semplice. Vorrei capire meglio come nasce e in cosa si identifica la “forma” musicale delle tue composizioni. Viene scambiata la dodecafonia per complessità. Ricordo che in una scuola media feci una lezione sulla dodecafonia, al termine della quale i ragazzi stessi composero un brano dodecafonico e si accorsero di quanto era semplice la dodecafonia, probabilmente una delle tecniche compositive più semplici. E’ molto più complesso scrivere un contrappunto rigoroso, tonale di estrazione bachiana. Io voglio prendere le distanze da quella musica che si è votata all’incomprensibilità. Non tanto rispetto alla maggiore o minore complessità, perchè il mio concerto per violino e orchestra che adesso dirigo durante il tour Sunrise, è da un punto di vista formale molto più complesso di un brano dodecafonico, proprio perchè si confronta con una forma classica, che è quella del concerto per violino, che ha una struttura nel tempo molto dilatata, invece, ciò che risulta veramente difficile, è trovare la capacità, attraverso queste forme, di toccare il cuore dell’ascoltatore. La musica che sceglie di non confrontarsi con l’orecchio e con il cuore dell’ascoltatore, per me gioca in difesa.

Cerchi quindi di rendere un po’ più “vicina” al pubblico quella che è una struttura classica più complessa? Esatto. Perchè lo faccio? Prima di tutto perchè la musica che arriva nella mia mente è fatta così, quindi non è che io l’abbia “scelta”, io non posso modificarla.

Ti sto facendo queste domande perchè essendo tu definito come un compositore di musica contemporanea, è normale che si vada a fare un confronto, si vada a cercare il perchè o il per come, rispetto agli altri autori di musica contemporanea. Non sto leggendo queste domande come una minaccia! assolutamente no…Per me è bellissimo, mi fa molto piacere parlare di queste cose perché non ne parlo quasi mai! Però se ad un certo punto la mia musica arriva alla mia mente così, io così la devo riportare sulla partitura. Non è che posso renderla più incomprensibile perché così rispetta i canoni della dodecafonia! Non me ne importa niente dei canoni! Oppure “la scrivo dodecafonica e non tonale perché così il mio professore di composizione è contento“…No! Non posso venire in contro ad esigenze altrui nell’atto della mia espressione artistica, che è il momento + intimo, di massima espressione della mia libertà. Se quella musica è arrivata nella mia testa in quel modo, vuol dire che quella dev’essere, e non può essere un’altra. Poi ci ragioniamo, evidentemente io sto cercando di riportare in vita una poetica dell’800, una poetica romantica, e una musica che, come nell’800, toccava il cuore delle persone. Se penso ai miei miti che sono Chopin e Rachmaninov, loro hanno scritto una musica che oserei dire “pop”, però utilizzano delle forme classiche. Il concerto per pianoforte e orchestra, quello per violino e orchestra, sono forme classiche che però raccontano una musica che ha l’afflato e il sapore della contemporaneità, del mondo che stiamo vivendo adesso. E’ questo il motivo per cui, nel tour di Sunrise, i concerti sono andati tutti esauriti. Tutti a sentire un concerto per violino e orchestra! Perchè?

Hai introdotto in un certo senso una delle altre mie domande. L’etichetta che ha prodotto “13 dita” era Soleluna di Jovanotti, quindi un’etichetta “pop“. Alla fine, anche la tua musica si può definire “pop”, seppur riportata nella musica classica, molto più vicina alla gente, al popolare, ed per questo che forse i critici rimangono a volte interdetti? La differenza fra Classico e Pop non è relativa alla quantità di pubblico, perché se così fosse, il più pop di tutti sarebbe Mozart, perchè ha venduto più dischi di tutte le rockstars messe insieme nel corso della storia, e allora che significa, che lui è pop? Ho cercato di spiegarlo nei miei libri, e lo ribadisco adesso, è una differenza di forme, ossia il pop è individuato dalla forma “canzone”, come si vede nel festival di Sanremo, la musica classica utilizza altre forme, che sono forme più complesse e più dilatate. La sinfonia rappresenta l’apice della classicità, così come il concerto per solista e orchestra, così come il melodramma, ecco, sono delle forme. Quindi, la mia è una musica classica contemporanea perché utilizza quelle forme, e quelle forme inglobano dei contenuti musicali che sono presi in prestito dal mondo intorno a me, come facevano i compositori prima di me, un secolo e mezzo fa. Esattamente allo stesso modo. Che poi questa musica abbia avuto un eccezionale riscontro di pubblico, non è certo dipeso dal fatto che è stata pubblicata dall’etichetta SoleLuna, che quando è uscito il mio primo album ha venduto 1000 copie e il secondo ancor meno! Non basta questo! Se fosse semplicemente questo, non ci vorrebbe niente!

Il mio discorso in realtà non era proprio questo… non credo che, perchè ti ha scelto un’etichetta pop, tu venga visto come un autore pop, ma, mi chiedevo, come mai è stata un’etichetta pop a scoprirti e non un’etichetta classica? Forse proprio perché, come dicevamo prima, la tua musica si avvicina di più ad una missione contemporanea e “popolare” (tra virgolette), al livello di “percezione”, non di struttura. Ricordiamo che nell’album 13 dita, appunto questo album “pop”, ci sta la puntata di 10/16 che è un brano dodecafonico dall’inizio alla fine! Perchè sono diventato pop? Perchè i teatri si riempivano di gente, e io passavo le ore a firmare autografi! E questa cosa qui, i miei colleghi dodecafonici non la digeriscono! Si chiama “invidia” e possono fare cento mila discorsi di tipo culturale, ma alla fine il motivo è questo “sentimento umano“, che tutto sommato posso anche comprendere.

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A questo punto, hai citato Mozart, e viene spontaneo tirar fuori l’affermazione che è stata fatta che ti definisce “il nuovo Mozart del 2000”! Tornando al discorso di “forme”, la tua forma è abbastanza differente da quella di Mozart. Il paragone si riferisce forse ai milioni di copie di dischi venduti? (in tono scherzoso naturalmente) Tornando al concerto per violino e orchestra, che sta facendo discutere e impazza sui forum, certo è molto più vicino ad un concerto di Mozart piuttosto che ad una canzone di Sanremo, per un discorso di architettura musicale. Io sono stato invitato a tenere un concerto al termine di una rassegna di musica completamente dedicata a Mozart, e facevo la mia breve esecuzione dell’album No Concept, e siccome ero l’unico compositore che in quel momento suonava la sua musica, all’interno di quella rassegna, Repubblica fece una recensione del concerto dicendo “è arrivato il nuovo Mozart del 2000“. E da lì è iniziato il putiferio! Allora, cosa posso dire? Io mi sono trovato addosso questa etichetta. I miei detrattori, su internet, stanno facendo di tutto per affermare che quella etichetta me la sono data io da solo. No! Non me la sono data io da solo, è stato un critico di repubblica! E come arrivano le critiche, arrivano anche i commenti lusinghieri, e questo è il massimo! Essere paragonato a Mozart, quando Mozart è Dio! Devo prenderne le distanze? Devo dire che l’ho detto io? lo dico! Tanto qualsiasi cosa dica non serve a niente!

Quante volte l’hai ringraziato e quante volte hai pensato “mannaggia a lui!”? No, sinceramente, non gli avevo dato peso, perchè io sono sempre stato concentrato sulla musica e non mi è mai interessato il commento che la musica suggerisce, perchè tanto è un fatto secondario, accessorio, una conseguenza. Però ribadisco…non l’ho detto io!

Ho letto che sostieni che sia uno stretto legame fra la tua tesi di laurea in filosofia (“Il vuoto nella Fisica Contemporanea”) e la tua composizione. In che senso? Come la Filosofia entra a far parte del tuo stile compositivo, e nel tuo modo di intendere la musica? In realtà si tratta di un’idea. L’indagine filosofica relativa alla mia tesi, fa riferimento ad un fenomeno della meccanica quantistica, per cui, una particella subatomica, che è l’elemento più infinitesimale che ci sia, riesce a creare un’influenza in tutto l’infinito spazio che è intorno a lei. Quindi, il vuoto in realtà non esiste, perché l’influenza di questa particella riesce ad arrivare ovunque, è un’onda che si espande all’infinito nello spazio circostante. Non ho potuto non pensare alla musica, cioè alla capacità di queste vibrazioni di espandersi nell’aria e di raggiungere il cuore delle persone e suscitare così una costellazione di sentimenti, di immagini, di emozioni. Io ho fiducia nella musica, nel suo potere di comunicare, e di aprire le porte del cuore. Ma non solo! Ho fiducia nell’uomo, nella capacità di creare dei cambiamenti. Io sono convinto che la goccia sia in grado di influenzare tutto l’oceano, proprio a partire da questi che sono dei capisaldi della moderna fisica contemporanea.

In questa concezione che hai, sei stato influenzato anche dai corsi di musico terapia che hai fatto? Si, mi hanno aiutato a raggiungere questa consapevolezza. Il fatto che la musica non sia un elemento accessorio della vita delle persone, ma abbia proprio questo potere di metterci in contatto con le nostre emozioni più profonde. Soprattutto la musica classica, il suono degli archi, il suono degli strumenti tradizionali, soprattutto quando non ci sono le parole, perché la musica che non ha le parole, che è strutturata secondo delle forme classiche, che ha un timbro che nasce da strumenti fatti legno, suonati da dita vere e dal talento delle persone, ecco, quella musica ha la capacità di parlare al cuore. Io trovo tutto questo assolutamente straordinario!

Come ho scritto più volte, la musica ha un potere visivo, perché evoca immagini…Esatto, che è differente da persona a persona.

Prendi anche le musiche da film che danno maggiore potere alle immagini stesse, come in Morricone… Esatto! Però quella è una musica che nasce al servizio delle immagini, invece io voglio andare oltre, voglio pensare ad una musica che non ha bisogno di altro per reggersi che se stessa, che da sola sia in grado di suscitare delle immagini che sono diverse da persona a persona, non le stesse immagini che tutti gli spettatori di un film vedono in quel momento. Da qui c’è il mio inno all’individuo, al rispetto massimo per la differenza.

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E’ in questa capacità di entrare nel cuore della gente che sta la tua forza? Io credo di si, la Forza, ma nello stesso tempo il Mistero, perchè io non so come sia possibile che accada tutto ciò. Io lo vivo così a posteriori. Vedo delle persone avvicinarsi che mi raccontano dei propri sogni e delle proprie emozioni, ma per me è assolutamente incredibile, non riesco a spiegarmi come sia possibile che accada.

Quindi è una conseguenza spontanea e naturale delle tue composizioni e non una finalità alla quale tu punti nel momento in cui scrivi? Esatto. La finalità alla quale punto è scrivere quel brano. Punto. Poi le conseguenze sono assolutamente misteriose.

Dato che ti guardo in questo momento, vuoi dirmi cosa significa la maglietta che indossi? Questo è un elefante.

Ha qualche significato particolare? Calma. Ammiro molto la calma, l’eleganza del movimento, l’inesorabilità e la forza di questo animale. Indosso sempre questa maglietta, è la mia maglietta da concerto e l’indosso da anni. Ne ho tante ma tutte con questo disegno.

E’ quindi una cosa che ti da sicurezza, come copertina di Linus? Si mi da sicurezza, è un po’ la mia divisa da concerto.

Le prossime date del “Sunrise”: Roma il 28 febbraio 2013 (Auditorium Conciliazione) e Milano il 21 aprile (Teatro degli Arcimboldi), saranno a Catania il 5 marzo (Teatro Metropolitan), a Cosenza il 6 marzo (Teatro Rendano), a Padova il 9 marzo (Gran Teatro Geox), a Cagliari il 10 marzo (Teatro Lirico), a Lugano il 16 marzo (Palazzo dei Congressi), a Ravenna il 13 aprile (Pala De André).
Tutte le info su www.giovanniallevi.com.

Foto di Mariagrazia Giove (ad esclusione della foto con Baudo), riproduzione non consentita.

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