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Dino Amenduni, blogger pop(olare) tra nuovi media e comunicazione politica

19 Lug 2012 | Nessun Commento | 1.742 Visite
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Dino Amenduni
Dino Amenduni, 27 anni, barese. Dopo una formazione psicologica e un master in marketing, ho unito la passione per la politica e la fascinazione per i nuovi media iniziando a studiare la costruzione degli orientamenti degli under-25. Dal 2007 lavora per Proforma, un’agenzia di comunicazione che negli ultimi anni ha lavorato a molte campagne elettorali del centrosinistra. Noi di LSDmagazine l’abbiamo incontrato e gli abbiamo posto alcune domande.

Buongiorno Dino, bazzico da alcuni giorni sul blog che ti vede impegnato da tempo su “Il fatto quotidiano”. Nel cenno biografico da Te inserito ti definisci  un curioso osservatore della evoluzione della cultura “pop” del nostro Paese – cultura che– a tuo dire ti ha quasi obbligato a diventare “pop”, condizionando il tuo“scrivere”. Vorresti meglio chiarire questo concetto ai lettori?

Mi interessa l’Italia e mi interessano gli italiani. Questo punto di partenza condiziona ciò che scrivo. Come si fa a ragionare del futuro dell’Italia senza provare a conoscere i gusti, le passioni, i sentimenti e i risentimenti di chi vive ogni giorno nel Paese? Per farlo bisogna necessariamente partire da ciò che è pop(olare), da ciò che fa discutere i cittadini online e al bar, a prescindere dalla qualità del dibattito e dell’argomento di discussione. Per questo motivo mi ritrovo, a volte, a parlare di programmi televisivi, di come si reagisce a certi stimoli e in generale sulla formazione dell’opinione pubblica, cercando di ragionare su come i vari mezzi di comunicazione contribuiscono a questo processo.

Il tuo è un blog politico che affronta diverse tematiche,spesso anche di respiro internazionale con un approccio che definirei  moderno e anticonformista, quasi dissacrante. È una strategia mediatica o cosa?

Se la gestione del mio blog sembrasse artificialmente ‘controcorrente’, per me sarebbe una sconfitta tremenda. Penso semplicemente che in tanti scrivono e dunque scrivere non è necessario. Se si dice ciò che dicono gli altri, sia per tema che per tono, non si aggiunge nulla alla discussione. Scrivere per i click non mi interessa perché non ho interessi commerciali da difendere. Dunque scrivo quando mi va e cercando di dire ciò che penso, compatibilmente con i limiti della mia professione originaria (il comunicatore).  Se poi ne dovesse emergere, come dici tu, una scrittura anticonformista o dissacrante è perché intendo così la scrittura su Internet.

Dino AmenduniDino anche se sei molto giovane il tuo blog “insiste” su un quotidiano schierato equesta è solo una parte dellagrande esperienza politica  allaquale hai partecipato.  Cosa pensi del rapporto attuale tra la politica e i giovani e del progressivo distacco di questi ultimi  dalle  logiche dell’associazionismo politico che un tempo è stato foriero di grandi laboratori di idee?

Non sono giovane! Fuori dall’Italia a 28 anni si è pienamente adulti. E anche la storia del quotidiano schierato (ammesso che sia vero) mi riguarda solo marginalmente. I blogger sono autonomi e indipendenti, scrivo da quasi due anni sul Fatto e nessuno mi ha mai toccato un rigo. Detto questo, penso che non è affatto vero che i giovani siano lontani dalla politica, piuttosto ritengo che le classiche organizzazioni preposte a fare politica non sono più attrattive (e forse non vogliono nemmeno attrarre). Adesso però è il momento di smetterla con la sola lamentazione e di fare qualcosa di attivo, di forte, prima di tutto facendo politica attiva (per chi ne ha voglia) e in generale rompendo le scatole su tutto quello su cui è possibile rompere le scatole perché migliorino le condizioni di vita delle persone, a partire dalla dimensione locale che è quella dove spesso fioriscono i primi segnali del cambiamento.

In considerazione di quello che è il tuo lavoro attuale vorrei chiederti quale secondo te sarà nel prossimo decennio la evoluzione deinuovi media? E quanto la loro evoluzione inciderà sul futuro della politica italiana?

Entrambe le mie professioni ufficiali (comunicatore politico e responsabile nuovi media) sono in fase ‘terminale’, almeno per ciò che riguarda l’attività professionale per come è stata svolta sino a ora. Il politico, soprattutto sui social media, deve lavorare in prima persona per migliorare la propria comunicazione: al tecnico spetta un ruolo nuovo, meno mediatico ma forse più importante, di gestire il feedback, analizzare i dati, permettere ai decisori di decidere non sulla base dell’istinto, ma della disciplina scientifica. Stesso discorso per la comunicazione commerciale online. Paradossalmente, il punto più alto di questa professione coincide con il nostro tramonto, perché se i clienti ascoltassero i nostri consigli diventeremmo inutili.

I blog o web-log nella loro accezione più stratta hanno goduto di un grande periodo difortuna comunicativa per poi approdare ad un momento di crisi “fisiologica”.Quale sarà il futuro che attende questo strumento? Tu come gestisci il tuo blog e quali sono i segreti da te impiegati per renderlo appetibile?

Ammetto di aver suonato anche io la campana a morto per il blog con l’avvento dei social media. Un errore di valutazione clamoroso. Un modo di intendere i blog, più orientato sulla dimensione personale, ha effettivamente perso il suo senso perché strumenti come Facebook soddisfano abbastanza bene questo bisogno di raccontarsi e condividere. I blog, semplicemente, hanno cambiato funzione: oggi sono sempre più spesso strumenti di informazione, divulgazione (di verità come di bufale) e, in alcuni casi meritori, di vero e proprio giornalismo. Il mio blog sul Fatto è atipico nel senso che un blog ‘personale’ (e il blog sul Fatto non lo è, essendo un blog di testata) dovrebbe essere aggiornato più volte al giorno, con post anche brevi, multimediali ed eterogenei per tipo, tono e punto d’osservazione. Nel caso del blog di testata, ribadisco ciò che ho detto prima: se non si dice qualcosa di originale, o almeno usando un linguaggio originale, si rischia di avere successo a livello quantitativo ma di non aver alcun impatto significativo sulla qualità del dibattito online (che è a sua volta impatta troppo poco sul dibattito generale in Italia).

LSDmagazine  è un magazine che sin dalla sua nascita si è volutamente collocato in rete. Cosa dobbiamo aspettarci di qui ai prossimi anni dalla carta stampata italiana?  Che consiglio daresti a chi –  indeciso se intraprendere o meno la carriera di giornalista – si trovi a dover prendere una decisione?

Troppi giornali hanno redazioni che vivono al di sopra delle loro possibilità: ci sono quotidiani online con un numero di redattori molto inferiori rispetto alle grandi testate nazionali e che producono un buon numero di contenuti, spesso comparabili sia per qualità che per quantità coi giornali di carta, ma che hanno costi nettamente inferiori. I giornali sono sul mercato (al netto dei finanziamenti pubblici) e la concorrenza, necessariamente, premia il miglior rapporto costi/qualità. Per chi vuole fare il giornalista credo che questo sia il momento allo stesso tempo più difficile ed esaltante. Sento di dare solo un consiglio, che probabilmente non sarà colto: tra scrivere gratis sul proprio blog e scrivere a tre, quattro, cinque euro al pezzo per una testata, forse è meglio scrivere gratis, dicendo ciò che si vuole e nel modo in cui si ritiene sia giusto farlo. La gavetta su livelli di remunerazione così basso (o senza vere prospettive di carriera) non è vera gavetta, è sfruttamento. Né si può davvero pensare di poter campare scrivendo per cifre così basse.

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