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In Oman un Hub culturale tra Est e Ovest tutto dedicato alla musica

8 Gen 2020 | Nessun Commento | 179 Visite
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Una nuova produzione del Flauto Magico di Mozart eseguita dai Barocchisti diretti da Diego Fasolis e la prima mondiale di Tahr el Bahr, i tesori del mare, del compositore egiziano Monir Elsweseimy sono due degli spettacoli inseriti nella stagione della Royal Opera House di Muscat. Bastano questi due titoli a far capire l’obiettivo del teatro omanita, che si candida a diventare un hub culturale e un punto di incontro fra la tradizione musicale occidentale ed araba.
La struttura, con 1.100 posti, è stata inaugurata nel 2011 ma ora si è aggiunto un auditorium da 600 posti (la Casa delle arti musicali) e sono in apertura anche una biblioteca musicale e un grande spazio espositivo dedicato alla musica occidentale e araba. «Sarà una porta fra Occidente e Oriente», ha spiegato il direttore della Royal Opera House Umberto Fanni, che guida dalla sua apertura il teatro che ha un budget paragonabile a quello di un teatro europeo «come l’Opéra de Lyon» (dunque un pò superiore ai trenta milioni, ndr) e 273 dipendenti con un’età media di 27 anni.
«Inizialmente questo doveva essere un centro per le performing arts. In pratica, un luogo dove ospitare produzioni fatte altrove e questo è stato, un ponte fra Occidente e Oriente» dove si sono esibite grandi orchestre e grandi cantanti e sono andati in scena 64 titoli di opera, ha premesso Fanni. Ma ora, ha aggiunto, l’intenzione è quella di fare il passo successivo e diventare un teatro di produzione.
Lakmé, andata in scena la scorsa stagione con la regia di Davide Livermore, è la prima coproduzione ‘mondialè che coinvolge teatri di tutti i cinque continenti (l’Opera di Los Angeles, il Teatro dell’Opera di Roma, l’Arena di Verona, il Carlo Felice di Genova, la Cairo Opera House, l’Astana Opera, il Shangai Oriental Art Center e la Sydney Opera House).
E per la stagione inaugurale della nuova House of Musical Arts, il teatro ha realizzato un nuovo allestimento del Flauto Magico di Mozart, con la regia sempre di Livermore. «E’ un omaggio al sultano Qabus, che ama Mozart in modo particolare», ha spiegato Fanni. L’opera è ambientata nello Stato, con costumi tipici, l’immancabile Khanjar (il pugnale omanita), il dhow (l’imbarcazione tradizionale), il deserto e perfino la lampada di Aladino. E anche il libretto è stato adattato, togliendo ogni riferimento agli alcolici (tanto che Papageno chiede non un buon bicchiere di vino ma una Limonana, una bibita mediorientale) perché «bisogna tenere presente di dove ci si trova». E il pubblico – anche grazie all’interpretazione del cast guidato da un effervescente Markus Werba come Pappageno – ha apprezzato.
In sala tanti i turisti (il turismo è la seconda voce del bilancio dell’Oman dopo la vendita di petrolio e gas). Per il teatro rappresentano il 64% del pubblico. Però Fanni è soprattutto orgoglioso del «21% di spettatori arabi» che si aggiungono al 15% di stranieri residenti nello Stato. Nel caso del Flauto magico, l’orgoglio è stato dato anche dalla presenza nel coro di dieci cantanti omaniti: dieci rappresentanti della guardia reale, che alla fine dell’ultima performance hanno salutato entusiasti amici e parenti venuti a vederli cantare Mozart.

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