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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Il volo

23 Gen 2009 | Nessun Commento | 6.435 Visite
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menestrelloRACCONTI DELL’INTIMO 

Non è vero che non sai volare, sei tu che ti tarpi le ali prima di un qualsiasi tentativo e… sai che c’è? Sei veramente odiosa inetta e codarda. E anche pavida, una vigliacca. Il tuo atteggiamento di auto-censura mi esaspera e disprezzo questa tua auto-ghettizzazione». L’orfana guardava con astio colui che le inveiva contro, perché le stava sputando in faccia la verità senza neanche troppo garbo e lei se le sentiva addosso quelle parole, penetranti e oltremodo scomode. «Sei ridicola con quello sguardo da povera afflitta che non fa altro che vittimizzarsi ammuffendo nella sua stessa solita brodaglia di rinunce auto-imposte e sacrifici gratuiti e auto-promossi. Scrollati di dosso la corazza, non vedi che ti limita? Scagliala contro un muro perché si rompa, bruciane i resti e ingoia la libertà fino a vomitarne perché è troppa. Lo capisci che sei tu il tuo carceriere?» E l’orfana ora piangeva di rabbia perché era spuntato un tipetto qualsiasi dal nulla, un menestrello vagabondo desideroso di avventure e le aveva smontato tutte le sue calde e confortanti certezze di sopravvivere protetta dal guscio di auto-privazioni. Era bastato lo sguardo indiscreto di quel cantastorie ribelle a sviscerare le sue più recondite intenzioni – peraltro, prima di quell’infausto incontro, così abilmente attuate e ben riuscite – a penetrarla nell’intimo, a violentarla, a capirla. «Smettila di rallentare il ritmo della tua vita impantanandoti in sterili meditazioni che sfrutti come pretesto per isolarti; la tua intensità da qualche parte urla e sbraita per evadere dal ripostiglio in cui l’hai confinata quasi fosse roba vecchia, inutile cianfrusaglia da gettare in uno scatolone ad ammuffire. Falla tacere quella brama di sofferenza che hai: è falsa, è la tua mirabile opera di fortificazione che ti cinge e ti riscalda e ti protegge e ti preserva e… ma è solo apparenza! È tutta finzione. Sei tu l’architetto che può bruciare il progetto di quella prigione e con esso la sua realizzazione, sei tu l’abilissimo artista che può tagliare la sua tela dopo essersene stancato». Lui sì che possiede davvero l’urlo, lui sì che è in grado di scalfire le rocce, lui sì che non si stanca di pizzicare la vita, pizzicando le corde della sua chitarra con la stessa emozione, la stessa tenacia, la stessa cupidigia di sensazioni con cui ora pizzicava quelle dell’animo ibernato dell’orfana. La vita del perdigiorno che baratta emozioni con il mondo l’aveva voluta e se ne era appropriato senza esitazione molto tempo prima, quando aveva cominciato a sentirsi stretto nei ruoli, dai ruoli, quando aveva avvertito per la prima volta quel prurito interiore che aveva tanto il sapore di voglia di fuga e di abbandono dei vincoli. Il menestrello si era sentito tale nel momento stesso in cui quel vestito perfetto , caldo d’inverno e fresco d’estate, che era la vita, gli si cucì troppo stretto addosso e i bottoni, quei bottoni troppo numerosi che erano il neo di tanta perfezione, cominciarono a saltargli via e a colpire uno ad uno i desideri velati celati pressati da tanto rigore, troppo rigore. In un vestito stretto, d’altronde, non si respira bene. E allora basta: al richiamo dei sogni non si sfugge; l’alternativa è impazzire, o morire. Il desiderio prima sussurra, sensuale, malizioso, ma non ancora chiaramente distinguibile; ma il suo è un crescendo di sonorità pian piano più forti più alte e meglio udibili e poi rumorose e ancora di più e più stridenti e più fragorose e meno discrete e meno garbate, fino a squarciare ogni residuo di silenzio e poi a fracassare tutto quanto e fare a brandelli tutte le resistenze e a solleticarti insolente l’anima fino a divenire sovrane e a imporsi su te stesso. È una musica così accattivante, il desiderio, che ne sei dominato visceralmente e non puoi evitare che ti penetri il cervello e non riesci a impedire che ti trafigga le membra e non sei in grado di bloccarne la crescita e non lo vuoi, soprattutto. Il desiderio partorisce desiderio e di desiderare non puoi più fare a meno, e quella musica ormai sei tu, cioè il te vero e non puoi stopparti e non lo vuoi, soprattutto. E per sentire per mangiare quella musica tu non aspetti e non rispetti nulla e nessuno, e per imparare a suonare quella musica tu svuoti il cranio per riempirlo di lei e per ripeterla dentro te allo sfinimento senza sosta o compromessi di sorta, senza riguardi né gentilezze verso il povero animo sfrattato che in realtà era il marcio perché il blocco, che visto senza veli era l’errore della tua sostanza, era il virus del tuo intimo essere: ingabbiato nei ruoli hai possibilità zero di volare. E nell’attimo in cui il desiderio si era intromesso irriverente nella sua placida esistenza piatta e un po’ striminzita dalle calde certezze figlie dei vincoli, il menestrello seppe subito di essersi scontrato con il diamante incastonato nel proprio intelletto, capì immediatamente che qualcosa in lui si sforzava di svincolarsi da scomodi lacci e avvertì che lentamente, ma con determinazione e tenacia, stava per esplodere un rumoroso bagliore che faticava un po’ a luccicare per via di patine gelatinose di noia e pregiudizi. Il menestrello non lasciò che quel fragore passasse inosservato e cercò da subito di inchiodarlo lì per sempre e di carpirne le sonorità più lontane: e quello fu il basta. La frattura era avvenuta, il vetro rotto, le schegge sparse. Era come se l’anima avesse cominciato a rivoltarsi per portare all’esterno la parte più vera, come un maglione di cui si veda solo il disordinato intreccio di trama e ordito che nasconde alle sue spalle la perfetta geometria di linee morbide ben congegnate. Si agitava, l’anima, e quando l’anima scalpita non la si può calmare se non facendola uscire e muoversi e volare. Il volo, l’anima che si libra svincolata: è questa l’intensità del vivere. E così, il menestrello si accanì senza remore nella trascrizione di quelle note instabili, e udirle per lui divenne indispensabile e fonte di deliziosa irrequietezza dello spirito che si traduceva in composizione di altra musica, di altri voli per l’anima. Ascoltare desiderio, carpire desiderio, comporre desiderio: e infine il volo. Non è certo una musica semplice, la brama, e la volontà del menestrello di farne accordi e arpeggi e idillio sonoro per la sua chitarra lo rese un amante disperato della tensione insita nell’affannosa ricerca del Bello. L’agitazione che scuoteva il menestrello gli rese indietro tutta la vita che aveva dissipato fino ad allora in una inutile stasi ben regolata. Si era destato dal torpore e viveva ora gustando la fatica che il desiderio comporta sia per sentirlo sia per esaudirlo. E dopo quel travaglio sublime di intensità denso, la vista e la vicinanza di una pelandrona malinconica come l’orfana, che si crogiolava nella sua squallida palude, gli comunicava la spiacevolissima sensazione di avere lui stesso il fango in bocca; lui che praticava l’anarchia di emozioni e sentimenti non sopportava l’odiosa accidia in cui l’orfana sprofondava, e ora desiderava e voleva accendere anche in lei la Musica. «Se tu ti scrolli un po’ di dosso l’apatia che ti imbratta, io so che puoi innalzarti in volo; lo so, capisci? È successo anche a me, solo che la palude era diversa; ma la musica, sai la melodia che mi ha incantato possiede sempre la stessa forza che ti travolge e tu ne sei catturato e non puoi niente contro di lei». L’orfana era distrutta, esausta, si sentiva sconfitta nell’intimo e aveva la disperazione negli occhi. Era una bella pretesa quella che lei spiccasse il volo nonostante l’ingombrante fardello della sua angoscia. Anche in lei qualcosa urlava, ma ciò che le trapanava il cervello era ben altro che musica idilliaca: in lei strillava il senso di perdita e di vuoto con cui era cresciuta; le uniche note che riusciva a sentire, l’unico desiderio che le apparteneva davvero era la masochistica voglia di dolore; solo in quel modo davvero percepiva la vita: soffrendo. E la sofferenza era una spina così pungente che mai nient’altro aveva conosciuto nella sua vita di più intenso travolgente e poetico. Le era gradita solo la perdita, il costante vuoto dell’assenza, perché con queste emozioni si era scontrata e solo loro le erano familiari; di tutto il resto era a conoscenza per il criterio di assenza, sapeva che c’era dell’altro e che era bello ma tale consapevolezza era data esclusivamente dalla amara constatazione di non possederne nemmeno un misero brandello staccatosi casualmente dall’intero. L’intrusione del menestrello nella sua vita le risultava scomoda. Non voleva essere svelata, e mai così brutalmente. Quel predicatore di libertà, quel mercante di desideri l’aveva infastidita con la sua presunzione di saperla salvare e con la sua insistenza nel volerla aiutare. Poteva arrivare ad odiarlo per quanto bene lui voleva farle. Sereno equilibrio interiore e felicità lei li aveva, e il fatto che fossero lontani dalla concezione di quel ragazzo non era per niente rilevante; l’orfana desiderava unicamente godersi in pace e felice la sua infelicità e continuare a sentire la vita scorrerle dentro impetuosa passandole per la bocca con il sapore del dolore. E nel tumulto concitato di tali pensieri le parve di percepire sommesso una sorta di prurito dentro, qualcosa di simile alla musica di cui le aveva parlato il menestrello, una sorta di piccolo desiderio nascente e in crescita velocissima nella sua testa e nel suo corpo, un brivido che le strattonò l’anima e bruscamente la riempì di gaudio e in poco tempo divenne ossessione e poi ancora desiderio morboso. Poteva per un’unica volta spostare la sua attenzione da sé stessa e rivolgerla alla concretizzazione di un pezzo di felicità di qualcun altro e sentirsi conseguentemente felice per aver fatto ciò; poteva, oh sì che poteva! conquistarsi per quell’unica volta un istante di autentico e totale benessere e, ma sì, accontentare il menestrello, sforzandosi con sublime fatica di badare a lui e alla realizzazione del suo desiderio: sì, avrebbe spiccato il volo. Iniziò così a correre verso la scogliera sotto gli occhi attoniti del menestrello ignaro e inebetito dall’irruenza improvvisa della ragazza e così, finalmente, poté ammirarla mentre si inebriava di vento e libertà, sorridente per la prima volta, felice per la prima volta, in volo per l’ultima volta. Il mare l’accolse con un abbraccio, accarezzandola con le sue rocce.

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