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Il sublime pianoforte di Krystian Zimerman chiude la Stagione concertistica 2017 del Petruzzelli

20 Nov 2017 | Nessun Commento | 849 Visite
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“What do you think of the ‘Anxiety’ idea? There is so much musical-subtlety in it, and those various metres brought about by the different roads the couples take and their differing means of transportation, to say nothing of the moods, and the separateness that becomes Oneness under alcohol and/or libidinal urges.” (Richard Adams Romney a Leonard Bernstein)
Ci sono momenti nella vita di un’Orchestra che si elevano al di sopra di ogni attesa, che danno ad ogni musicista impegnato la esatta percezione che quell’attimo fuggente resterà – pur a dispetto della relativamente giovane età della formazione stessa – irripetibile e, soprattutto, indelebile nella sua storia. Non vi è alcun dubbio che l’incontro dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli con la sapiente bacchetta del direttore Grzegorz Nowak e, soprattutto, con le sublimi mani del pianista Krystian Zimerman si stagliasse come un appuntamento irrinunciabile per il popolo barese e non solo, un evento di assoluto rilievo che, giunto a chiusura della fortunata Stagione concertistica 2017, ha fatto registrare, nonostante un’inusuale anticipata levata di sipario alle ore 19:00, uno strabiliante tutto esaurito che fa ben sperare nella nascente Stagione 2018, che il Sovrintendente Massimo Biscardi, nelle inedite ma elegantissime vesti di presentatore, ha annunciato memorabile.
krystian_zimermanEbbene, lasciateci immediatamente dire che la performance dell’Orchestra ci è apparsa davvero pregevolissima, una prova maiuscola sporcata solo da qualche rara imperfezione, di certo determinata dalle striscianti difficoltà che serpeggiavano in parte del programma affrontato.
Ecco, venendo al programma, ci consentirete di tralasciare l’analisi de “Le Carnaval romain”, l’Ouverture di Hector Berlioz con cui si è aperta la serata, quasi un’introduzione al concerto, eseguita in modo più che magistrale, grazie anche alla vigorosa mano del Direttore.
Parimenti, non vorremmo soffermarci sulla celeberrima suite di Modest Muorgskij “Quadri da un’esposizione”, che vanta innumerevoli versioni (affermatissima e popolarissima quella rock progressive degli Emerson, Lake & Palmer, come ricordava anche Fabrizio Versienti nel programma di sala), qui proposta non nella usuale orchestrazione di Maurice Ravel ma in quella meno conosciuta – ed eseguita – di Sergej Gorchakov, più asciutta – se non nella parte finale -, più cupa e – permetteteci di dire – molto meno convincente della sublime lettura raveliana; ma, come spesso abbiamo affermato su queste stesse pagine, noi siamo tenaci oppositori della “tradizione ad ogni costo” e, quindi, abbiamo comunque apprezzato la decisione di Nowak di portare anche a Bari la versione che ha già mirabilmente inciso con la Royal Philarmonic Orchestra.
E questo ci porta al momento più atteso dell’intera serata, l’esecuzione della “Sinfonia n.2 per pianoforte e orchestra – The Age of Anxiety” di Leonard Bernstein. Con le parole riportate in apertura di articolo, tratte da una lettera datata 29 luglio 1947, Richard Adams Romney, amico carissimo di Bernstein, gli parlava del poema di Wystan Hugh Auden “The Age of Anxiety”, di cui gli aveva inviato copia con proprie note a margine: per il compositore è una folgorazione, ed arriva a definire il libro “uno degli esempi più sconvolgenti di puro virtuosismo nella storia della poesia inglese”. Compone l’Opera dal 1948 al 1949, nei suoi viaggi tra Stati Uniti ed Israele, dedicando il lavoro a Serge Koussevitzky che, ormai alla fine del suo venticinquennale lavoro alla direzione della Boston Symphony Orchestra, diresse la Prima l’8 aprile 1949, con il compositore al pianoforte, mentre la prima registrazione discografica avvenne nel 1950 con al piano Lukas Foss e lo stesso Bernstein sul podio, onore toccato, in epoca ben più recente, proprio a Krystian Zimerman, che eseguì la Sinfonia sotto la direzione del Maestro dopo la definitiva revisione del finale.
Oggi, in occasione del centenario della nascita del compositore/direttore, Zimerman fa rivivere quel momento portando in giro per il mondo questa composizione, indubbiamente tra le più ostiche del repertorio bernsteiniano, che non riesce, se non in qualche raro passaggio in cui si impone con inedite trovate, ad esprimere l’ipnotica e rapinosa suntuosità musicale del Maestro, così da risultare, alla fine, uno strano pastiche che mescola, indifferentemente, la sinfonia al concerto ed il balletto alla colonna sonora. Con questi presupposti, è chiaro che gran parte del merito della riuscita dell’operazione sia affidata all’esecuzione: ebbene, per quanto riguarda il concerto del Petruzzelli, non possiamo non affermare che l’improba prova sia stata vinta, con un’Orchestra degna di lode, con un direttore all’altezza dell’impegno, comunicativo e puntuale, sottile e seducente, e con un sublime Krystian Zimerman, con il suo pianoforte, che sapeva essere dolcissimo ma anche, soprattutto nei passaggi jazzistici, scatenato, splendido suono e tecnica smagliante, accolto da vere ovazioni dal pubblico del Politeama che, però, avrebbe gradito un bis che, instancabilmente richiesto, non è (ahinoi!) arrivato, circostanza che ha solo scalfito il trionfo di una serata che avrebbe potuto essere indimenticabile.

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