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Il sigaro: eterna storia di ricchezza e povertà

15 Feb 2011 | Un Commento | 2.880 Visite
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sigariPoco più di un anno fa ha destato grande scalpore la notizia della vendita all’asta di un mezzo sigaro – per la precisione parliamo di 9,5 cm di tabacco arrotolato – appartenuto a Winston Churchill, storico residente del n.10 di Downing Street. In realtà la notizia è che proprio quel mezzo sigaro, fumato quindi solo in parte dal Primo Ministro Inglese e battuto all’asta alla modica cifra di € 5.200,  sia legato ad un avvenimento storico di rilievo: i nazisti stavano per arrivare a Leningrado in quel 22 agosto del 1941, proprio mentre Churchill  fumava beatamente uno dei suoi celeberrimi sigari; e lui – ironia della sorte e della storia –  dovette riunire immediatamente il Gabinetto di Guerra, abbandonando il suo “compagno di viaggio” in un posacenere.“Papà finiva sempre i suoi sigari” – ha affermato la figlia del Premier a ridosso dell’asta – “il fatto che abbia regalato alla storia quei 9,5 cm sta a significare che stava accadendo qualcosa di davvero importante”.

Il fascino di questo “feticcio” per fumatori ha in realtà radici molto antiche; il termine sigaro deriva infatti dalla parola maya “sikar”, successivamente “cigarro” nel Vecchio Continente; nel XVI secolo i Conquistadores diffusero in Spagna e in Portogallo l’abitudine di fumarlo e – sin da subito – il sigaro divenne simbolo di potere e  e di ricchezza. Nel successivo secolo la pianta del tabacco fu esportata in Connecticut direttamente dalla calda isola di Cuba; e nei primi dell’800 il sigaro fece la sua comparsa in tutti i più raffinati salotti europei, dove all’uopo venne coniata una particolare “giacca” che aveva il compito di contraddistinguere i fumatori dal nome “smoking”.  Nel XIX secolo il maggiore produttore al mondo di sigari era proprio Cuba con le sue oltre 1300 fabbriche dedicate a questa attività. Il resto della storia è fatta di interessi economici, conflitti sociali, povertà e ricchezza, embarghi da parte degli USA in danno delle politiche economiche di Fidel Castro, sino ad arrivare ai giorni nostri ed alle moderne “Cigar rooms” abitualmente frequentate da ricchi uomini arabi fumatori di articoli da 5000 $ al pezzo. Eppure appare molto singolare che un prodotto “icona” sociale ed economica del comunismo mondiale sia oggi sinonimo di opulenza; oggi Cuba produce quasi 400 milioni di sigari all’anno  e rende nota questa produzione al mondo intero attraverso 35 varietà che rappresentano le più blasonate etichette del settore. Ma un sigaro è fatto oltre che di storia anche di passione, dedizione e incredibile manuallità artigianale; tre i suoi compnenti distintivi. La polpa ovvero le foglie (di vario tipo) piegate a fisarmonica nel senso della lunghezza che determinano qualità del tiraggio e della combustione; la capote o sottofascia che serve per tenere il “ripieno” (due mezze foglie provenienti dalla parte alta della pianta); la capa o testa che ne detrmina l’aspetto (foglie centrali della pianta lasciate a fermentare sino a 18 mesi).

La lavorazione del tabacco prevede un iter piuttosto complesso, passando da fasi di raffinazione del prodotto a fasi di conservazione e valutazione dello stesso; in pochi sanno che dopo essere stati arrotolati i sigari passano infatti da una camera di fumigazione sottovuoto per essere “depurati” per andare successivamente alla degustazione e al testing; superfluo dire che il prodotto confezionato manualmente – operazione questa del quale il Governo Cubano si è preoccupato di farsi garante con apposita etichetta dedicata “Hecho in Cuba” – risulta essere profondamente diverso dal suo “gemello” industriale. Un sigaro avana viene confezionato in 69 formati diversi, con una lunghezza variabile dai  10 ai 23 centimetri ed un calibro che va dai 26 ai 52. Anche il colore della fascia fa la differenza; sette le tonalità “macro” riconosciute dall’oscuro al double claro. E poi – ancora – l’anello coloratoche avvolge il sigaro voluto dopo il 1830 per identificare la casa produttrice. Tralascio –  ma solo per esigenze di brevità – l’argomento “conservazione e accessori” sui quali praticamente si apre un nuovo mondo ricco di sfumature e caratteristiche incredibili; basti solo pensare che ciascun “humidor” professionale viene realizzato con particolari legnami che conferiscono al sigaro qualità incredibili, nel tempo e che il proverbiale “taglio” della testa (i famosi 3 mm che devono essere tagliati prima di accendere l’articolo) dipende anche dalla lama utilizzata. Dimenticavo quasi che è considerato sacrilego accenderlo con un comune accendino; serve un accendino con fiamma alta oppure –  in ristrettezze –  un fiammifero purchè sia in legno. Tuttte queste accortezze – apparentemente maniacali – conferiscono proprio al sigaro quella unicità  tanto ricercata e ancora oggi ambita; dalla manifattura, al gusto,  al dove custodirlo, al come tagliarlo: e se da un lato, l’epoca degli status symbols è ormai consegnata agli annali storici, questo feticcio talentuoso ne coserva importanti strascichi. Un sigaro si fuma in un determinato ambiente, soprattutto se molto costoso; rappresenta un momento di riflessione o concilia la conclusione di un importante business; accompagnato di solito  da un distillato di prima scelta  va fumato lentamente e non va aspirato. Superati i 2/3 della sua lunghezza va spento e soprattutto nel corso della combustione la cenere deve cadere da sola, esattamente al momento giusto. Sembra tutto molto complicato ma come sempre accade in questi casi le cose sono più facili a farsi che a dirsi; non mi resta che lasciarvi a questo piacere. Il gioco vale la candela perchè siamo in uno di quei rarissimi casi in cui il fumo risulta essere migliore dell’arrosto.

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