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Il rock è vivo e vegeto. Ne sono la prova i “Red Room” veri testimonial di questo genere

8 Nov 2020 | Nessun Commento | 500 Visite
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I Red Room

Il punk rock è un genere che ha segnato un’intera generazione: lo stile grezzo, l’essere  contro qualsiasi virtuosismo, e la grinta erano le tre colonne portanti di questo genere, che negli anni 70 si opponeva completamente all’acclamatissimo progressive rock, ricco di varietà armoniche e compositive.

Può un genere nato quasi 50 anni fa ancora sopravvivere nel 2020? Fortunatamente sì, e i Red Room ne sono la prova.

I componenti dei Red Room sono: Gianluca Amoruso (voce, seconda chitarra), Rosario Garbati (chitarra solista), Francesco Blasi (basso, cori) e Daniele Fato (batteria).

Nonostante la giovanissima età (15/16 anni), vantano la vittoria di importanti contest come il Rec’N Play e l’Arezzo Wave, e il raggiungimento dei turni nazionali del Sanremo Rock, dove hanno vinto il premio MRI.

I Red Room, nonostante, come i loro colleghi punk rockers, non siano i Maradona della tecnica, hanno un sound aggressivo, ma allo stesso tempo armonioso e melodico, che li rende unici nel loro genere.

I quattro ragazzi, durante le esibizioni, mangiano il palco: Gianluca Amoruso ha una presenza scenica degna di un frontman professionista. È noto, infatti, per le sue corse, per i suoi salti, per l’abilità nel dialogare con il  pubblico e per il fatto che, spesso e volentieri, scenda in mezzo alla folla e inizi a pogare.

Rosario non è da meno: salti e headbanging sono all’ordine del giorno.

Francesco e Daniele sono le colonne portanti del gruppo, su cui si reggono la voce di Gianluca e la chitarra di Rosario.

I Red Room amano andare controcorrente e credono molto in quello che fanno: possiamo dire che il loro impegno, fino ad ora, ha dato ottimi frutti.

I Red Room a Sanremo Rock

Incuriosito, dopo aver assistito ad una loro esibizione dal vivo e aver ascoltato il loro brano “Shocking”, ho capito di volerli conoscere più da vicino e gli ho rivolto qualche domanda.

Come nasce il nome “Red Room”?

Gianluca: “Opera di Rosario, il chitarrista. Da tempo scrivevamo canzoni e suonavamo insieme, ma non avevamo ancora un nome. Rosario un giorno ha detto: “Ragazzi, noi suoniamo spesso in una stanza blu, perché non ci chiamiamo ‘Blue Room’?”. Questo nome non ci convinceva, quindi abbiamo deciso di chiamarci “Red Room”, ispirato alla stanza rossa di Fucine Musicali, la sala più ambita da tutti”.

Come vi siete conosciuti e come avete formato la band?

Rosario: “Avevo da poco iniziato a suonare la chitarra, circa 2 anni fa, e non avevo ancora un gruppo. Mio padre chiamò il padre di Gianluca, che aveva già una band, e gli disse che anche io stavo iniziando a suonare. Da allora abbiamo cominciato a suonare insieme quasi per gioco e, piano piano, l’impegno è diventato sempre più serio, al punto da arrivare a partecipare a Sanremo Rock”.

Raccontate l’esperienza al Sanremo Rock.

 “Le regionali del Sanremo Rock si sono disputate a Foggia, il cui primo cartello è ‘CITTÀ DENUCLEARIZZATA’!!

È stata un’esperienza estremamente positiva: abbiamo conosciuto diverse band, abbiamo calcato un grande palco e stretto amicizia con il presentatore, Nando.

I Red Room durante un’esibizione dal vivo

Superate le regionali, siamo andati a Sanremo. Beh, lì è stato difficile: siamo stati i primissimi a suonare, quindi abbiamo aspettato i risultati per un’intera settimana. Nonostante siano stati sette giorni pieni di stress, ci siamo goduti appieno l’esperienza.

Esibirsi con le restrizioni anti-Covid è stato un po’ triste, a causa della mancanza del pubblico.

Nonostante tutto è stata un’esperienza indimenticabile: calcare un palco del genere a 15 anni non è una cosa da tutti i giorni! Alla fine, poco ci importava della mancanza del pubblico: la nostra intenzione era quella di dare il meglio e provare a prenderci l’Ariston”.

Che ne pensate della scena rock emergente barese?

“Come abbiamo già detto, abbiamo conosciuto un’infinità di gruppi durante il nostro percorso.

Quando abbiamo iniziato, con la vittoria totalmente inaspettata al Rec’N Play, diciamo che non eravamo troppo simpatici a tutti! Col passare del tempo, però, facendo concerti nei locali e partecipando ad altri contest, abbiamo iniziato a stringere amicizia con molte band. Il gruppo con cui abbiamo stretto di più sono i Raw  Mussels: con loro abbiamo anche condiviso l’esperienza al Sanremo Rock.  Ultimamente, abbiamo legato anche con i Beginner Sound, anche loro molto bravi”.

Secondo voi, in un futuro non troppo lontano, che fine farà il rock?

“Partecipando a diversi contest abbiamo incontrato tantissime band, quindi abbiamo capito che questo genere, fortunatamente, non è morto. Eravamo convinti che, a suonare con i nostri cari vecchi strumenti, fossimo rimasti in pochi. E invece ci sbagliavamo.

Penso che questo genere, se suonato bene e con le sperimentazioni giuste, può tranquillamente restare in vita”.

Dove vi vedete fra 10 anni?

“Sinceramente, siamo molto fiduciosi. Speriamo vivamente che il nostro progetto possa dare dei frutti. Ovviamente non possiamo dare una certezza, perché siamo in un periodo molto tosto, ma se dovessimo riuscire veramente a muovere delle acque, sarebbe fantastico.

Durante un nostro concerto al Socrate, è successa una cosa che non ci saremmo mai aspettati, si è realizzato il nostro ‘sogno erotico’: dopo tre brani è partito il pogo.

Da lì abbiamo capito che possiamo davvero piacere a tante persone”.

Di cosa parla il brano “Shocking”?

Gianluca: “Shocking è una storia che inizia nel 2015. È molto semplice: non facevo altro che giocare alla play, e mio padre un giorno mi disse “Prova a fare qualcos’altro, di più divertente, di più creativo”. Ho quindi inventato questo motto, “I’ll never shocking in my room”, che è sbagliatissimo dal punto di vista grammaticale.

Questo pezzo parla di quelle persone che fanno sempre le stesse cose nella loro vita. Tutti quanti camminiamo su un filo: se cadi dalla parte sbagliata, sei finito, ma se cadi nella parte giusta potresti veramente produrre qualcosa, in qualunque campo”.

E House Party?

Gianluca: “House party è una storia. Parla di un ragazzo nerd, sfigato, che nessuno si fila, il quale un giorno decide di organizzare una festa in casa, come fanno i ragazzi popolari, pensando che, così facendo, magari, possa diventare popolare anche lui. Organizza la festa, mette in giro manifesti con la via della casa e la data, senza però dire di chi sia la festa.

Tutti si presentano e, quando lui dice che la casa è la sua, tutti lo prendono in giro.

Ha un brutto finale!”.

I Red Room davanti all’Ariston a Sanremo

Puntate a trasmettere un messaggio o il vostro scopo è far divertire?

“Entrambi. Ci sono canzoni che vogliono trasmettere un messaggio, alzare magari l’autostima di qualcuno, ed esprimere la nostra voglia di andare controcorrente, contro chi ti giudica perché ascolti musica diversa dagli altri o non segui la moda. Il nostro prossimo pezzo parla proprio di questo.

 Ci sono anche canzoni super ignoranti, che vogliono solo far divertire la gente, farla ballare, farla pogare. Spesso, durante gli assoli, scendo dal palco e inizio a pogare con il pubblico”.

Grazie ragazzi, a presto!

Stefano Caroppo (Karò)

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