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“Il risveglio del Pirigufo”, Vanzuk espone a Roma da Etablì le sue figure

14 Nov 2009 | Un Commento | 3.770 Visite
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VanzukTutta da scoprire. Creatività, un pizzico di follia unita a tanta poesia e dolcezza. Elena Spirito, in arte Vanzuk, ha raggiunto la sua maturità artistica. E lo dimostra a tutto tondo nella personale che sarà inaugurata a Roma giovedì 26 novembre nell’accogliente spazio Etablì, in Vicolo delle vacche. Il risveglio del Pirigufo, titolo scelto per la sua quarta vernice, punta non solo nell’ironizzare figure e azioni (un po’ come voler far sognare il pubblico attraverso gli “occhi” dei suoi, a volte, strampalati personaggi) ma è il risultato di una sperimentazione quanto mai innovativa, giocata soprattutto nella scelta dei suoi ritagli di carta (la tecnica è il collage) frutto non di una casualità o voglia di ricomporre tratti a casaccio – come a primo impatto sembra- ma di un’attenta ricerca di accostamenti e movimenti dei corpi. Scossi sempre da un tremito di energia vitale. Ad effetto tridimensionale. All’originalità dei personaggi si unisce anche il desiderio di lasciare libera la fantasia, nell’immaginario c’è uno sfondo ai lavori. Che generalmente manca, volutamente. Coppie o singole figure, snelle, allungate, decisamente eteree, sono come proiezioni dell’inconscio, fluttuano nella mente di ognuno di noi. A ciascuno infatti il compito di chiedersi: sono in riva al mare, percorrono una strada, danzano su di un palco. E così il romanticismo prende vigore e si evolve – come una doppia faccia dello stesso filo rosso- esasperandosi in sottile caricatura, a doppio senso: il Pirigufo, ridicolo pennuto, da cartoon, fa sorridere e attrae per la sua innaturale espressione. Ma lascia intendere altro. Ed è questo l’obiettivo di Elena Spirito: eccitare l’inconscio, forse un po’ sopito dai tempi e ritmi odierni, esorcizzando emozioni, paure, per esaltare ciò che l’arte ha la capacità di trasmettere. Senza parole, ma semplicemente “folgorando” la tela.

Originale e quanto mai ironica con se stessa, Elena Spirito com’è nata questa passione?

Ho sempre disegnato volentieri, a mio modo. Con soggetti stilizzati e figure buffe. Poi un giorno mi sono trovata a tagliare pezzi di carta e ad incollarli sui miei disegni. In fondo senza un perché.

Il suo rapporto con la carta? L’ha definito di amore e odio. Perchè?

Amore perché nella carta trovo i colori, le fantasie e gli spunti per il mio lavoro; odio perché quando vedo una rivista ho questo istinto di ridurla in pezzi, come se la odiassi. Ma è tutto falso: in realtà è puro amore.

L’esperienza artistica più forte a Torino. Cos’è successo?

Ho partecipato alle Olimpiadi Invernali, sia chiaro non come atleta, né come artista! E’ nata prima come un’esperienza lavorativa poi man mano si è trasformata in esperienza di vita a tutto tondo. Che mi ha dato molto, anche dal lato artistico. Fuori da casa, lontana dagli affetti, con mille responsabilità e poche ore di sonno unica valvola di sfogo era una tastiera magnifica comprata a Torino durante una nevicata e condivisa con i miei colleghi e amici appassionati di musica. Così sono stata a stretto contatto con me stessa e con il mio lato più legato all’arte.

Le sue prime opere incentrate nella rappresentazione di soggetti in movimento impegnati in attività sportive. Ne può parlare?

Mi ha sempre incuriosito il concetto di equilibrio nel movimento. Da “figure skating” , pattinatrice in posizione improbabile sono passata a“figure skating without skating” ossia a figure in movimento che facevano esercizi di ginnastica all’aria aperta. E per questo devo ringraziare la modella che ha prestato le forme all’arte.

viaggio-di-nozzeE poi, non da trascurare, il grande amore per la musica che ultimamente s’incrocia con quello dell’arte. I lavori come nascono in questa direzione?

Vero, le sensazioni che la musica mi trasmette sono uniche. Provo sempre a trasferirle in immagini, cercando di cogliere l’attimo di sospensione che c’è in lei.

Si è anche realizzata con successo la sua prima mostra e le illustrazioni per un libro. Ci dica come sono vengono fuori i due progetti?

Fabrizia, un po’ il mio talent scout, mi ha catapultato nel mondo reale, costringendomi a far vedere agli altri ciò che custodivo gelosamente nel cassetto. La ringrazierò sempre per questo. I miei amici più cari poi hanno fatto il resto: mi hanno aiutato in tutti i modi. Chi accompagnata a scegliere le cornici, chi ha collaborato nella realizzazione delle locandine e nella critica artistica, nelle pubbliche relazioni, nella scelta delle opere, negli allestimenti, negli inviti. E soprattutto nelle tante risate. In seguito, parlo del libro, ho conosciuto Pier Francesco Pompei che ha creduto in me diventando d’ufficio lo “Zio Piero”. E’ stato lui a commissionarmi la copertina di “Calcio d’addio”, senza porre limiti alla mia creatività. Una bellissima esperienza per un gioiellino che racconta del calcio d’un tempo.

Ma tanto per completare la sua vena inesauribile, c’è ora la fotografia. Alla ricerca di nuovi obiettivi?

Ho sempre amato osservare il mondo da dentro l’obiettivo. Sembra tutto diverso e forse lo è davvero. Insomma mescolare forme d’arte è sicuramente una sfida. Ed io, lo confesso, sono per il miglioramento continuo . Insomma senza sperimentazione non si va da nessuna parte.

Parliamo di questa mostra a Roma. Perché questo titolo così buffo?

Questa personale sarà, come già detto, la mia quarta mostra, se non contiamo l’esposizione permanente da Edy, un bel ristorantino accogliente in Vicolo del Babuino, sempre a Roma. L’ironia, si sa, è parte di me, non posso farne a meno, dunque anche nei titoli c’è un po’ di me. Dopo “Panoramico Pollo”, un’opera concept nata per rendere immagine, con la tecnica del collage, la poesia di Killer Piteless “Belle le vette innevate, belle le distese di mare, ma panorama impareggiabile tu mentre ti chini per mettere il pollo nel forno”, ecco “Il risveglio del Pirigufo”. In fondo dalla mia matita sono sempre usciti dei buffi animaletti di fantasia. Il piripicchio birmano è uno dei primi per esempio (un volatile spensierato, leggero e pieno di colori). E per analogia il gufetto non poteva chiamarsi che… pirigufo!

Fino a quando a Roma?

Le mie mostre si sa quando iniziano, mai quando finiscono. L’ultima mostra doveva durare una settimana e invece è durata più di un mese. Ci sarà qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, qualcosa di regalato. Una sposa, insomma.

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