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Il riflesso delle epidemie sulla letteratura. L’intervista di Carla Caputo al prof. Francesco De Cristofaro

11 Apr 2020 | Nessun Commento | 436 Visite
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Il prof. Francesco De Cristofaro

Un bellissimo excursus letterario “del contagio” delineato dal Prof. Francesco de Cristofaro intervistato dalla giornalista Carla Caputo inerente il riflesso delle epidemie sulla letteratura.
La storia, fin dai tempi più remoti, è stata attraversata dalle epidemie. E, per fortuna, la storia della letteratura ce lo racconta. Omero e la peste, Lucrezio e la peste, Boccaccio e la peste, Verga e il colera, Manzoni e la peste, Camus e la peste, Márquez e il colera, Siti e il contagio.

Come e in cosa cambia il modo di trattare l’epidemia nei testi di questi autori? Quali sono le differenze che possiamo riscontrare circa l’impatto delle epidemie sulla società a loro contemporanea? Quest’ultima com’è descritta dagli stessi autori? Qual è il sentimento sociale che ne deriva?

È un quesito molto articolato, al quale posso dare, in questo spazio, solo un abbozzo di risposta. In estrema sintesi e guardando a quello che più mi importa, cioè alle risultanze formali, direi che le declinazioni del tema disegnano, lungo una diacronia millenaria, una curva apparentemente paradossale: che, dopo essersi spostata da un grado massimo di astrazione e di trascendenza – Omero, la Bibbia, Lucrezio – a un segnalato taglio storico-documentario (penso soprattutto a Defoe e a Manzoni, per quanto nelle loro descrizioni non manchino incrinature e slittamenti di senso), sembra nell’ultimo secolo tornare ai valori metafisici e allegorici da cui era partita. Così, la peste di Camus, la cecità di Saramago o l’apocalissi di McCarthy ci riconsegnano un mondo desolato, dove sembra che gli uomini scontino una colpa imperscrutabile, forse prenatale. La colpa consisterebbe, come ha spiegato Sergio Givone in uno splendido saggio di qualche anno fa, nella stessa appartenenza degli uomini alla Natura. Questo non significa affatto che tali autori non raccontino la società ove il male alligna, anzi: è proprio attraverso il male che la raccontano. Se una linea nobile (che parte da Tucidide ma si spinge fino alla novella di Verga Quelli del colèra) poteva rappresentare la degradazione e la deiezione dell’humanum cui l’epidemia conduce, in questi altro casi l’alienazione, l’egoismo, il cinismo del mondo contemporaneo preesistono al contagio o forse sono il contagio.

La lettura dei testi degli autori sopracitati e di tanti altri che hanno trattato le epidemie, cosa può insegnarci in questo particolare momento storico?

Se è vero che le opere mirano, almeno nella maggioranza dei casi, a fornire insegnamenti ai lettori, nei racconti delle epidemie tali insegnamenti risultano spesso contraddittori e fanno ovviamente i conti, oltre che con le ideologie soggiacenti ai testi, con i progetti estetici cui tendono e con i generi letterari di riferimento. Anche qui un certo schematismo può aiutare a rispondere alla domanda. Limitandosi a due classici della nostra tradizione nazionale: ciò che intende fare Manzoni con la Storia della colonna infame, ovvero denunciare un male assoluto che resta però soprattutto un fatto umano, discendente dall’offesa di alcuni individui verso alcuni valori morali che dovrebbero governare una società, è diametralmente opposto dalla “ricreazione” e all’intrattenimento che la pestilenza rende possibile nel Decameron. Tra un opposto e l’altro si danno moltissimi casi, tra i quali mi piace citare Defoe, che non senza ragione scrive il suo Diario dell’anno della peste nel momento in cui si teme che stia arrivando un’epidemia da Marsiglia, e dunque dispensa dati, bollettini delle parrocchie e “due preparations for the plague” (che è un altro suo titolo, assai meno noto), risultando così immediatamente finalizzato su di un piano pragmatico. E come quello di Defoe, molti altri racconti della peste ci insegnano la pietà, l’impegno per gli altri, la cura di sé, la difficile disciplina dell’attesa.

La giornalista Carla Caputo

Seminario “Nel contagio”. Come nasce quest’idea? Quali sono i testi oggetto di analisi? Com’è strutturato? Quali gli esiti finora ottenuti data la modalità degli incontri?

I miei corsi di Letterature comparate alla Federico II erano appena iniziati, quando è arrivata la notizia della Quarantena e delle lezioni a distanza. Era una situazione così strana, per me come per i miei allievi, che ho pensato di trasformare il seminario che avremmo dovuto fare, e che era strettamente connesso all’argomento del corso, in un ciclo dedicato a un tema che purtroppo oggi ci riguarda molto da vicino, e che mi sembrava (e mi sembra) offrirci l’occasione di comprendere meglio il nostro presente attraverso la letteratura. Il titolo che ho scelto, che è lo stesso di un libro di Paolo Giordano uscito da Einaudi in questi giorni, vuole proprio restituire questa condizione “interna”, questo nostro essere al tempo stesso soggetti e oggetti della riflessione critica. Molto presto ho compreso che un ciclo di lezioni frontali, oltre che qualcosa di molto faticoso per me, sarebbe stato anche un’occasione mancata sul piano della formazione degli studenti e avrebbe impedito la costituzione di una comunità allargata a chiunque fosse interessato alla cosa. È infinitamente più stimolante e anche più giusto farsi “contagiare”, tutti insieme e orizzontalmente, da una sana passione intellettuale, azzardando (ovviamente avendo coscienza dei limiti intrinseci del mezzo) un seminario virtuale, caratterizzato soprattutto da un atteggiamento servile verso i testi. Ho messo su un piccolo canone di partenza, con ventisette opere (tre per ciascuno dei sottotemi individuati), e siamo subito partiti con questa che credo sia una “buona pratica”. Alla vigilia del terzo appuntamento, posso dire che l’esperimento è fin qui andato molto bene, sia riguardo alla risposta attiva da parte di allievi e non, sia per quanto concerne la riuscita dei primi incontri.

Il teatro e la peste: omonimo il capitolo del libro “Il teatro e il suo doppio” di Antonin Artaud. Che riflesso hanno avuto le epidemie sul teatro?

Artaud, con il suo gesto scandaloso e provocatorio, tirava dalla sua parte un paragrafo del De civitate Dei di Sant’Agostino per dimostrare la tesi della sostanziale consanguineità fra il teatro e la peste. È un’idea straordinariamente potente, che metaforizza fatti storici e memorie di un mondo remoto e pagano e le rilancia con furore sul palcoscenico della modernità, fondando la poetica artaudiana del “teatro della crudeltà”. Purtroppo, se usciamo dalla metafora (che gli uomini di scena giustamente amano), vediamo che le cose stanno diversamente. Al contrario, l’epidemia ferma i teatri, con danni incalcolabili per gli operatori del settore e una profonda desolazione per chi si nutre di teatro, da attore o da spettatore. Stagioni troncate, tournée sospese, progetti abortiti. Ho molti amici che fanno, spesso con passione e sacrifici inenarrabili, questo lavoro e non posso non esprimere loro, oltre che una profonda solidarietà, il mio rammarico civile per l’abbandono da parte delle istituzioni. Per tornare di nuovo agli antichi, mi viene in mente il rispetto (e il sostegno materiale) che il teatro riceveva nella civiltà greca, dove era considerato un “bene comune” e una linfa per la comunità. Oggi purtroppo assistiamo all’esatto contrario.

Il corona virus e i suoi riflessi. Ci sarà, secondo lei, una produzione letteraria con oggetto il “nostro” contagio o con ambientazione storica questo “particolare” 2020?

Non ne dubito. La letteratura intercetta sempre ciò che mette alla prova la quotidianità e i valori fondamentali degli uomini. Voglio dire che ciò che ci sta accadendo è non solo inaudito e straniante, ma ci costringe anche a una concentrazione, a un raccoglimento e a una sorta di resetting come soggetti e come comunità. Non solo uno sconvolgimento delle nostre giornate, ma anche un verifica di quello che siamo e del nostro stare al mondo, del nostro senso di responsabilità, della nostra capacità di vivere nel tempo. Quando ci sarà il “liberi tutti”, saremo meglio o peggio di prima, questo non lo sa davvero nessuno. Quel che è certo è che questa “sospensione” pone le condizioni di un tempo diverso, forse addirittura di una nuova epoca: d’altro canto, non è senza ragione che il termine che i Greci adoperavano per dire “sospensione” fosse proprio epoché. E sicuramente gli scrittori vorranno raccontare questa mutazione, anche nel caso (a mio avviso improbabile) che tutto torni come prima.

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