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Il Ricordo di Gigi Skid Molinari sull’improvvisa perdita del grande giocatore di basket Kobe Bryant

27 Gen 2020 | Nessun Commento | 303 Visite
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Da Gigi Skid Molinari grande appassionato di cultura americana e profondo conoscitore della storia dell’Hip Hop e del Basket mondiale riceviamo e volentieri pubblichiamo un suo pensiero sull’improvvisa perdita della star del basket Kobe Bryant.

Non facevo il tifo per te. Non mi eri simpatico. Un guastafeste. Il prescelto con una storia da raccontare ma che avrebbe voluto riscriverla, che voleva uccidere il re e prenderne il posto.
Hai saltato il college per arrivare tra i professionisti il prima possibile, con l’aria di chi si sarebbe preso tutto, subito, per sempre. Jerry West convinse persino Vlade ad accettare la trade con gli Hornets, pur di averti e nella foto del draft hai lo sguardo di chi sa che quello è il suo posto, fiero e perfetto. Eri già uno spot per tutta l’NBA. Accanto a te, Stephon sembra la tua nemesi, braccia conserte, posa sciatta, asciugamano su una spalla, stropicciato, sguardo da Rucker Park e Rikers Island. Il mio idolo.

Nel corso degli anni hai battuto tutti, superato tutti o quasi, scritto il tuo nome nelle parti alte di qualunque classifica, non solo nel TUO gioco.
Ma continuavo a vederti come uno spietato accumulatore seriale, non giocavi per noi, giocavi per te. Hai rifiutato le chiamate di Sonny Hill, ma soffrivi per il fatto di non essere amato dalla tua comunità, non risparmiavi strigliate a nessuno, compagni, allenatori e dirigenti compresi, ma avresti voluto il loro amore. Non solo il rispetto.
Non capivi perché agli altri non importasse vincere, tanto quanto importava a te.
Siamo cresciuti insieme, in vent’anni ti ho osservato sperando di rimanere fedele alla mia idea, al mio ritratto del Mamba, non del ragazzo per bene che ricordava l’Italia con affetto sincero e non per piaggeria.
Ma tu hai cambiato le carte in tavola. Numero di maglia. Visione.
La tua ossessione per il lavoro, la ricerca spasmodica del gesto perfetto, la cura dei dettagli, anche quelli apparentemente più insignificanti, non erano più finalizzati alla realizzazione dei tuoi obiettivi e tuoi soltanto. Ma stavano diventando un modello replicabile in ogni ambito della vita. Di tutti. Compresa la mia. L’hai chiamata “Mentality” dandole una connotazione definitiva. Per me è stata una guida illustrata verso l’età adulta. In divenire, costante. Centimetro, dopo centimetro, dopo millimetro, dopo respiro.
Avresti voluto raccontarla a chiunque, portarla in giro, spiegarla ai bambini, ai professionisti, farla diventare parte del corredo genetico delle persone che avresti incontrato.
Ma per vincere tutto, bisogna mettere in conto di perdere tutto. E questo non potevi insegnarcelo.
La tua “legacy” come amano chiamarla gli analisti bravi, non sono i punti, gli assist, le stoppate, i recuperi, i movimenti senza palla, gli anelli e perfino l’Oscar, ma è quella maniera di stare al mondo diventando ispirazione. Esempio. Metro di misura dell’impegno, della fatica, della determinazione.

Se un po’ ti conosco, adesso sarai arrabbiato per i progetti che hai lasciato sulla scrivania, ma ti assicuro che ciò che sei stato contribuirà a realizzarne infiniti, che nemmeno immaginavi. Da qualche parte nel mondo.

Ciao Kobe, tieni stretta la tua Gigi, che ha ancora bisogno del suo papà.

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