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Il “Richard II” firmato da Peter Stein con Maddalena Crippa incanta il Teatro Petruzzelli di Bari

25 Nov 2017 | Nessun Commento | 829 Visite
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richard IIDel tempo mio ho fatto il peggior uso, e mal uso fa il tempo ora di me. Il tempo ha fatto di me l’orologio che ne misura lo stesso trascorrere; i miei pensieri sono i suoi minuti, e segna coi sospiri il loro scorrere sul quadrante dei miei occhi veglianti; ed il mio dito, come una lancetta, li terge di continuo dalle lacrime, mentre segnano il battere delle ore i fragorosi, altissimi lamenti che batte la campana del mio cuore, così come sospiri e pianti e gemiti scandiscono minuti, i quarti e l’ore.

Shakespeare come sarebbe piaciuto a Shakespeare: pur non potendone avere l’assoluta certezza, non temiamo di rendere pubblico il pensiero che ci attanagliava durante tutta la rappresentazione del “Richard II” firmata dal Maestro Peter Stein per la produzione del Teatro Metastasio di Prato, giunta al Teatro Petruzzelli di Bari per due repliche sold out inserite nel cartellone della annuale Stagione del Teatro Pubblico Pugliese. Una messa in scena a lungo anelata dall’ottantenne geniale regista, che ormai da decenni inseguiva l’idea di dare nuova linfa ad uno dei capolavori meno praticati del divino Bardo, con tutta probabilità a causa del tema trattato, sempre scottante per quella profetica visione che anche oggi lo accomuna alla nostra sfortunata nazione ma anche al mondo intero a causa di una classe dirigente senza decoro né scrupoli, di quella aspra ed impietosa riflessione politica sulle lusinghe, sulle dinamiche e sui meccanismi del potere che regolano la società, sulla semplicità con cui il suo germe si insinua in un corpo sano per devastarlo irreparabilmente. Così viene visto e giudicato dal suo popolo il re Riccardo II, che, catturato dal demone della lascività, della cupidigia, della bramosia, reso ancor più forte dalla certezza dell’impunità, che si presuppone illimitata, di cui gode chi è – o si sente – innalzato per scelta divina, ha irrimediabilmente perduto i principi di onore, onestà e giustizia, salvo poi comprendere che è l’intera società civile ad essere combattuta ogni giorno tra il bene ed il male, tra la lealtà ed il tradimento, tra la salvezza e la dannazione.

La narrazione di William Shakespeare prende le mosse dall’omicidio avvenuto in circostanze misteriose di Thomas Woodstock, di cui si accusano vicendevolmente due Pari del Regno d’Inghilterra, Henry Bolingbroke e Thomas Mowbray, al cospetto di Re Riccardo II, che lascia che i due si sfidino a duello con la lancia per difendere il loro onore da un’accusa che entrambi ritengono falsa, salvo poi interrompere la tenzone ed esiliarli dalla terra natia, così scoprendo, di fatto, il suo reale iniziale intendimento di allontanare i due personaggi, sia perché ritenuti scomodi e pericolosi per il suo trono, sia, probabilmente, per non farsi scoprire quale mandante dell’assassinio di Woodstock. Questa impopolare decisione, soprattutto in quanto riguardante Bolingbroke, cugino del sovrano e figlio del fido John Gaunt, rivela una volta di troppo la “nuova” natura di Riccardo, contaminata dalla avida sete di potere, di conquiste e di denaro e dai licenziosi rapporti extraconiugali intrattenuti con i suoi cortigiani, Sir Greene, Sir Bushy e Sir Bagot, così che il serpeggiante malcontento della Corte non tarderà ad esplodere quando, alla morte – anch’essa procurata – di Gaunt, il Re non esiterà, nonostante l’ammonimento che il vecchio zio gli rivolge sul letto di morte, ad appropriarsi delle sue ricchezze per finanziare la guerra contro i ribelli irlandesi, privando così della legittima eredità l’esiliato, il quale rientrato in patria su richiesta di nobili ormai contrari a Richard, approfitta dell’assenza del Re non solo per chiedere con decisione la propria eredità, ma, infine, per spodestare l’ingiusto sovrano, prendendone, per pura sete di potere, il posto col nome di Enrico IV. Solo allora Riccardo, forse memore del discorso dello zio morente, abbandonerà le velleità di natura divina per abbracciare tutta la sua terrena caducità, così umana da poter essere brutalmente assassinata nella cella della Torre di Londra ove è stato relegato, triste e dimenticato.

Peter Stein riprende magistralmente l’Opera shakespeariana, restituendoci il vero teatro di parola in tutta la sua magnificenza, scavando a fondo nella psicologia dei personaggi, esaltati anche dai tagli attuati al testo originario, che comunque non impediscono alla pièce di prolungarsi per tre ore circa, senza rinunciare ad alcuni momenti scenici di chiara presa, come la scena del duello iniziale in cui i due contendenti sono armati di lunghe lance. In una scenografia essenziale, quasi minimalista, in cui Stein sembra volerci regalare dei veri e propri fermoimmagine, dei dipinti di inusitata bellezza, bastano i due piani in altezza che Riccardo occupa nel suo passaggio dall’anelito divino all’umana carnalità, con un accorgimento che ci ha ricordato “L’anima buona del Sezuan” di strehleriana memoria (che, per l’appunto, amava dire “io so e non so perché lo faccio il teatro ma so che devo farlo, che devo e voglio farlo facendo entrare nel teatro tutto me stesso, uomo politico e no, civile e no”), a dare profondità alla scena scientemente immobile di Ferdinand Woegerbauer, illuminata da Roberto Innocenti, su cui si muovono gli attori vestiti da Anna Maria Heinreich, tutti di spropositata bravura, a partire dal Bolingbroke di Alessandro Averone (cui forse non avrebbe nuociuto una maggior accentuazione del passaggio da uomo giusto ad usurpatore, anch’egli immagine della volubilità determinata dal potere), il Duca di York di Gianluigi Fogacci (assolutamente irresistibile nell’interpretare il perfetto cortigiano voltagabbana e fanfarone, attento solo alla conservazione dei propri privilegi, in virtù dei quali non esiterà a denunciare al nuovo sovrano il proprio figlio), il Conte di Northumberland di Andrea Nicolini, il Vescovo di Carlisle di Graziano Piazza (anche Thomas Mowbray), e poi Almerica Schiavo, Giovanni Visentin, Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano, Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Domenico Macrì e Laurence Mazzoni, tutti impegnati in duplici se non triplici ruoli. E, su tutti, Paolo Graziosi, che dona al suo John Gaunt, che qui, più che il vecchio saggio è la sopita coscienza di Riccardo, una magnifica profondità, con vette elevatissime nel lungo discorso sul letto di morte, interpretato con afflitta ironia e scettica speranza, e, ça va sans dire, la Signora Stein, al secolo la sublime Maddalena Crippa, che, per geniale intuizione del marito, si trasforma in un Riccardo indimenticabile, perfetta in ogni rappresentazione delle debolezze del sovrano, tanto nella algida austerità regale quanto nella dimessa fragilità umana, splendida nel monologo finale, padrona incontrastata della scena, che domina con misura e rigore, dedita solo alla Parola di Shakespeare, la stessa che, anche grazie a questo spettacolo, sopravviverà in eterno.

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