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LSDmagazine
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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Il Re Fantasma – prima puntata

19 Gen 2009 | Nessun Commento | 2.941 Visite
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BlattaEccoci qui, ieri come fosse oggi. Tutto inizia così… la mia stanza e lei, il suo bianco corpo che nemmeno il sole dell’estate ha potuto scalfire e le mie mani tra le sue, incagliati l’uno all’altra, stanchi, esausti dopo ore d’amore. Finiva l’estate e noi, protagonisti di un amore giovane a godere dei suoi frutti dolci e saporiti, sazi e felici. Mi alzai con la sua voce che mi chiedeva di restarle accanto ancora un po’; i miei passi nudi per la casa, i suoi mugugni, i mugugni del mio stomaco: “non preoccuparti piccola preparo solo qualcosa da mangiare…”

Il sorriso compiaciuto attaccato alle labbra, la cura meticolosa nel preparare semplici toasts al prosciutto e il gusto della sigaretta…sigaretta, tabacco, nicotina, nelle mie vene pulsanti ancora di sesso, il riposo del guerriero dopo l’impresa, il corpo che si distende e cerca pace per godere al meglio di quegli attimi. Silenzio… lei certo dorme ed io mi sento a casa dopo un’estate lontano a combattere battaglie inutili. Il mio primo ritorno in città mai così sereno, mai così felice: lei, l’amore, il sesso, la sigaretta, immaginare lei che dorme e quel silenzio…

“Piccola, per te ben cotto vero…? Già sta dormendo… Piccola…il toast ben cotto!?”

Rannicchiata come un animale indifeso, la faccia dipinta da un terrore incolpevole e le dita dei piedi accartocciate le une sulle altre, cosa che le accadeva ogni volta che il suo orizzonte visivo incontrava qualcosa di viscido ed orripilante. “Il toast…piccola…che ti è preso piccola?”

Dalla cucina l’odore del toast ormai bruciato. La sua testa si mosse, piano verso quella cosa… Quando vidi quella cosa mi venne quasi da sorridere e ne avrei riso se non fosse stato per un certo ribrezzo che comunque quell’essere suscitava: uno scarafaggio, anzi una blatta (come avrei imparato più tardi), grande appena più di unghia, color ambra scura, un cucciolo assolutamente schifoso.

Mi ci avventai sopra con l’intenzione di fare qualcosa. Lei gridava:”non l’uccidere, ti prego non l’uccidere!” Non sopportava la violenza, in ogni sua forma, eccetto quando… Lo scaltro esserino, avvertito forse dalle urla cominciò a scappare furiosamente fino al muro sotto la finestra che dava sulla strada. Cominciava ad arrampicarsi quando un’improvvisa folgorazione lo spinse ad un brusco testa coda. Sorpreso lo vidi correre tra le mie gambe. Inorridito lo lasciai uscire dalla stanza e dirigersi alla porta del bagno e sparirvi sotto.

La porta del bagno, chiusa almeno da un mese, da quando cioè ero andato via dalla città. Quella sera, rientrato in casa non avevo fatto altro che posare i bagagli nel primo posto utile e rifare alla meglio il letto, poi soltanto io e lei, il nostro amore, la nostra passione. Ora quella porta era lì, chiusa, tratteneva gelosamente il ricordo dei rari momenti in cui ero stato me stesso… ma non temevo di aprirla.

Aprii. Io nudo come un verme, loro, pure, ovviamente nudi, la differenza era che io potevo permettermi la pelle d’oca, loro no. In più io provavo ribrezzo e repulsione, loro se ne stavano tranquilli a pascolare. Loro erano cinque, di diversa foggia, il più grande di loro faceva impressione per la sua stazza; era lungo un dito e muoveva le antenne come se dirigesse i suoi simili allo stesso modo di un direttore d’orchestra. La sua vista non mi fu di conforto; un brivido, un odore, un sapore di vuoto e di schegge bruciate nella mia gola.

Chiusi.

Sigillai la porta con dei giornali in corrispondenza delle fessure. La sfida tra me e quell’essere dalle antenne mobili solo rimandata, il disgusto si tramutava in rabbia via via che ripensavo alla tranquillità con cui quegli esseri si trastullavano nel mio bagno, mentre compromessa era quella magnifica serata.

Vestito, stavolta: ai piedi portavo le scarpe più vecchie, una maglietta bianca e il pantalone della tuta da ginnastica ancora puzzolente, nascosto, un tempo, nell’angolo più oscuro dell’armadio e riesumato in quel momento per l’abbisogna…ironico per uno che si appresta a fare “pulizia” vestirsi della propria sporcizia.

Ero tornato dopo aver riaccompagnato la mia ragazza a casa e soprattutto dopo averla consolata, impresa non facile. Negli occhi aveva letto la mia decisione, tanto da cercare di farsi promettere ciò che non avrei mai potuto mantenere: “ti prego non ucciderli, cerca di cacciarli via, spaventali… me lo prometti?” Sapevo che non era possibile, non promisi, le dissi soltanto che avrei risolto il problema. …alla porta… girata la chiave nella toppa risuonava odore di toasts bruciati, vestigia di una serata perfetta, carbonizzata come quel pane e quel prosciutto liquefatto al calore elettrico.

Riaprii quell’antro malefico e…niente…nessun essere si muoveva al mio cospetto.

Che fossero fuggiti, magari spaventati dal mio arrivo? Eppure, a primo impatto, non mi era affatto sembrato che la cosa li avesse preoccupati più di tanto. Ma piano cominciai a placarmi e il fatto di non trovarne alcuna traccia prese a suggerirmi che il problema, in realtà, non esistesse. In fondo cosa cerca un essere oppresso se non il minimo spiraglio, la più piccola speranza di libertà, una chiazza di luce in un quadro oscuro. Una macchia bruna s’intravide, muoversi goffa sul piano chiaro del mobiletto in fondo alla stanza da bagno. Sbucata fuori tra i detersivi lì posati non si curava affatto della mia presenza, e sbagliava.

Mi avvicinai e dopo un passo, in quel silenzio avvertii per la prima volta quel sinistro rumore, suono di mille unghie che grattano instancabili e ritmate sul legno vuoto, ma c’era qualcosa di più profondo, in quello, come se la sua provenienza non fosse collocabile in quel luogo né in quel preciso momento, come se provenisse da un’inerzia remota. Solo dopo qualche minuto mi accorsi che proveniva proprio dal mobile. Tirai di qualche centimetro il cassetto, dentro, un altro pianeta. Era il pianeta delle blatte americane, incivili esseri radunati in pochi centimetri quadri che si muovevano senza senso per puro istinto. E puro divenne il mio orrore. Dovetti uscire per alcuni istanti a riprendere aria e forza. Trassi un profondo respiro. Poi rientrai per cominciare l’ennesima lotta inutile.

Estremamente cauto recuperai i detersivi dal piano del mobiletto invaso, lo svuotati selezionando cosa buttare, cosa recuperare. La maggior parte degli oggetti erano segnati da piccole macchie nere e tutt’intorno palline del medesimo colore. La colonia aveva deposto le uova ed intendeva riprodursi a dismisura: dovevo impedirlo. Una volta vuoto, in bagno c’ero solo io, il mobiletto infestato e una cinquantina di merdine irrequiete, delle quali, indiscusso leader era il mostro lungo un dito prima citato. Gli altri gli ronzavano attorno, questo era chiaro, molto più piccoli (non più di un falange per restare allo stesso metro di misura) e conferivano a quell’esemplare un aspetto regale da dominatore di una stirpe che voleva stabilirsi in quello che da tempo era il mio territorio.

Spalancai con veemenza il cassetto e gli sportelli del vano inferiore, di colpo in molti sgattaiolarono in più direzioni, sfiorandomi facendomi perdere quasi l’equilibrio in quel moto di disgusto che mi provenne. Mi tenni saldo e mi diressi alla porta ben chiusa, verso la quale erano scappati cinque di quei piccoli mostri, con decisi e rapidi movimenti mi portai su di loro schiacciandoli senza pietà. Il primo assassinio mi diede i brividi, sentire quel corpo invertebrato demolirsi sotto i miei piedi mi procurò la sensazione di camminare tra liquami melmosi di ogni sorta, ma al quinto non avvertivo già più nulla. Ne uccisi almeno altri dieci così e cinque quando sradicai di colpo il mobile scoprendone il lato più orrido. A quel punto fu lui ad emergere solitario dal suo covo, mentre gli altri se ne stavano rintanati come impotenti sudditi che affidano al proprio paladino tutto il loro destino.

Ed egli avanzava, impavido come un cavaliere medievale che si imbatta in un drago. Dunque un mostro ero per loro, orribile minaccia quanto e molto più di quanto non lo fossero loro per me. In quel momento sentii quasi pietà e comprensione, ma il re delle blatte era sparito. Mi venne da pensare che stavo di certo esagerando. Non era possibile che fosse venuto ad affrontarmi, né tanto meno sapevo gli scarafaggi essere insetti aggressivi o direttamente minacciosi per gli esseri umani (se si escludono i pericoli legati all’igiene e la paura che scatenano nelle fidanzate). Sorrisi per mia stupidità. Ma proprio mentre concertavo di chiudere con il nastro il mobiletto per portarlo fuori con tutti quegli scherzi di natura imprigionati, ecco venire verso di me 20 soldati dalla bruna armatura, con andatura decisa e marziale.

Rimasi inebetito, in un certo modo sconvolto. Che volevano fare? Avrebbero potuto nuocermi o mettermi fuori gioco? Cominciai a schiacciare: uno, due, tre e ancora. Nessuno scappava erano suicidi e se davvero erano stati capaci di concepire un piano, se davvero avevano un intenzione, non riuscivo proprio a capire qual’era. Uno, due, tre e ancora. Eccidio, anzi etnocidio. La mia furia era tanto più assurda quando il loro avanzare verso i miei piedi. E uno, due, tre e ancora e ancora…

Non sapevo che le blatte potessero volare. Per me non erano argomento di studio minimamente interessante. Lo scoprii quando alzando il capo vidi il re volarmi in faccia, dritto verso gli occhi. Mi spostai rapidamente all’indietro ma, pur avendo salvato gli occhi, il mostro atterrò sul mio collo infilandosi nella maglietta. Sapeva ciò che stava facendo e sapeva del ribrezzo che provocava la sensazione di sentirmelo camminare addosso, le sue veloci zampette prima sul petto, poi sul ventre e sulla spalla. Quelle zampette premevano sempre più forte e graffiavano, mi dibattevo scotendomi come un demonio, il sangue si raggelava mentre altri esserini cominciavano la scalata dai piedi. Di lì a poco persi il controllo e mentre mi sfilavo la maglietta, altri kamikaze si infilarono sotto le mie scarpe facendosi uccidere per fami cadere.

Fu un tonfo fragoroso e ci mancò poco che non battessi la testa e ci rimanessi. Mentre ero giù, quasi incapace di muovermi sentii le blatte scappar via dal mio corpo, tranne una naturalmente, il re deciso a celebrare la sua vittoria sul drago. Lo sentii uscire dalla maglietta, salire dal collo, camminare sulla guancia e portasi sul naso alla mia vista, orgoglioso guerriero, vincitore. Immobile, muoveva le sue diaboliche antenne, ben piantate le sue zampe nel mio naso osservava mentre io paralizzato non capivo come ciò era potuto succedere.

Un ora prima tra le braccia del mio amore felice e stanco, ora sotto il controllo frenetico dei nervosi e puntuti arti di questo re glorioso. Il territorio era suo, si era impossessato di quello che era mio e mi dominava. La mia casa, il mio territorio, il mio essere uomo. Uomo? Uomo, l’essere perfetto che era riuscito a dominare la natura; l’uomo, l’essere astuto che aveva messo al giogo tutti gli altri esseri viventi… disteso per terra, malconcio, detronizzato da questo re insetto. L’uomo che si era ribellato ad ogni avversità e con l’orgoglio della sua stirpe aveva conquistato, costruito e difeso il suo habitat.

Lo contemplai, lungamente l’osservai per carpire cosa quel suo aspetto celasse. Non era semplicemente il capo di quegli infimi animali, c’era qualcosa di più e a ricercarlo mi parve perdermi in una sorta di delirio mentre attorno cresceva quel sinistro suono di unghie penetranti nel legno vuoto. Come potevo, Io, cedere ora a questo insetto appena più grande del mio dito? Alzai la mano destra e la guardai. La mossa fu la più rapida mai compiuta da Quella mano, stretto il re tra indice e pollice, prigioniero a sua volta dell’invisibile scacchiera.

Quel suono si era fatto ossessivo ed il re, tranquillo, mi fissava comandandomi di fare quanto non avrei mai creduto di  poter fare. Portai alla bocca il re e lo divorai, intero, vivo, senza nessun ritegno, senza nessun piacere ma anche senza nessun ribrezzo. Solo il sapore, divenuto quasi familiare, di vuoto e di schegge bruciate nella mia gola.

Dopo cinque minuti gli altri scarafaggi erano tutti morti sotto i miei piedi. Li raccolsi in una busta di plastica, la ficcai nel mobiletto insieme a tutta la roba da buttare. Portai fuori quel mobile, lo abbandonai vicino alla spazzatura. Tornai in bagno e piano, in maniera meticolosa lo ripulii completamente stando ben attento a non lasciare nemmeno un uovo. Mi curai di scoprire il buco da dove quelli erano penetrati nel mio bagno, lo trovai e lo coprii con dello stucco e del cemento che avevo in casa per le piccole riparazioni. Poi lavai tutte le superfici della stanza, tre volte, con i detersivi più potenti che avevo. E di seguito lavai tutta la casa, in maniera spasmodica ma sempre attenta. Ne trovai altri, ben nascosti, amanti del buio, senza pietà li uccisi a colpi di scopa. Poi, all’alba, precipitai sul mio letto, libero, stanco ancora ma meno piacevolmente di quanto lo ero stato dopo aver fatto l’amore con lei. Ma ero libero ed avevo vinto, quello era il mio territorio e l’avevo difeso con tutte le mie forze. Il pensiero della mia orrida azione mi sfiorò solo per un attimo, ma fu il pensiero di un gesto assolutamente naturale, un puro atto di sopravvivenza. In quella casa c’ero soltanto io e i miei incubi… [Continua…]

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