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Il potere trainante della danza in scena al Petruzzelli con la Ailey II e la Compania de Espana

1 Ott 2015 | Nessun Commento | 910 Visite
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a“Quando non puoi danzare tu, fai danzare la tua anima.” (Madeleine Delbrel)

L’intento era più o meno il seguente: assistere ai due spettacoli di danza inseriti, uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità, a chiudere la tranche settembrina dell’annuale cartellone della Fondazione Petruzzelli per poi stilarne una mini classifica, confrontando, comparando, raffrontando e, soprattutto, indicando, con i nostri personalissimi indici di gradimento, i migliori ed i peggiori aspetti delle pièces. Ebbene tale missione è irrevocabilmente fallita, potendosi ragionevolmente considerare impossibile, grazie alla maestosità delle forze messe in campo dalle due Compagnie impegnate, la Ailey II e la Compañía Nacional de Danza de España.

Se ci consentite di tralasciarne le note biografiche, che possono essere facilmente recuperate da quanti volessero approfondire la conoscenza, crediamo sia più utile sottolineare i tanti punti di contatto tra le due compagini, a partire da quella strana commistione tra danza classica e moderna, da quel gioco di rimandi senza fine tra due universi apparentemente così lontani, se non addirittura contrapposti, che in entrambi i casi diviene fusione talmente perfetta da far credere finanche a noi, comuni mortali, di a2poter comprendere appieno cosa accade sul palcoscenico, di saper dare un significato alle traiettorie indefinibili che quei corpi disegnano nell’area, ai simboli, ai messaggi criptati che – in fondo lo sappiamo bene – appartengono ad una civiltà e – forse – ad una umanità diversa dalla povera nostra. La dimostrazione di forza ed agilità dei danzatori – ecco un altro legame – tanto nella Ailey II quanto nella Compañía de España non si arresta ad un mero superamento dei limiti della fisicità del corpo, assolutamente imperfetto per sua stessa natura, o della rigorosa geometria che delinea lo spazio in cui questo è chiamato a muoversi, danzando lungo il perimetro di un palcoscenico nudo, bensì diviene mezzo, strumento, nel tentativo di unire l’estetica astratta di sempre con una innata emotività narrativa che possa infine generare una performance aerea, in cui i protagonisti, tutti magnifici nel loro inarrestabile flusso di repentine corse bruscamente interrotte, cadute sospese, incontri giocosi e scontri irati, prese azzardate o improvvisamente schivate, tutti sospinti solo dalla continua quanto impertinente sfida alle universali leggi della natura, prima fra tutte quella di gravità, creavano, grazie ad una danza sempre elegante ed intensa allo stesso tempo, amorevoli conflitti corporei, si incontravano e si scontravano quasi fossero particelle, elettroni di un enorme atomo, tesi, con il loro moto continuo, a produrre elettricità che potesse giungere sino alle più recondite corde dell’animo, fosse anche il più sopito, inspiegabilmente, a3incomprensibilmente, impalpabilmente, finalmente toccate, sino a farci trasalire in preda alle emozioni o a farci esplodere in un liberatorio quanto fanciullesco sorriso.

Le otto coreografie, quattro per parte, erano in grado di vantare tutto questo, potendo verosimilmente essere considerate la summa delle due formazioni. Come sarebbe stato possibile non appassionarsi all’esecuzione delle creazioni della Compagnia fondata da Alvin Ailey, a partire da “Hissy fits” (letteralmente “crisi isteriche”) costruita sulla sublime musica di Bach magistralmente eseguita da Glenn Gould e dall’Eroica Trio, o della celeberrima “Takademe”, assolo magnifico costruito sulle note già di per sé ipnotiche di “Speaking in tongues” di Sheila Chandra, o della energica “The hunt”, quasi una danza tribale strutturata sulle percussioni de Les Tambours du Bronx, così come alle produzioni iberiche, qui splendidamente rappresentate dalla suggestiva quanto poderosa “Sub, dalla stupefacente “Falling Angels, una riflessione sulla professione del ballerino eretta sul “Drumming” di Steve Reich, che per noi conserva la stessa forza propulsiva di quandoa4 avemmo la fortuna di ascoltarla live eseguita dal suo stesso creatore, sino alla splendida “Herman Schmerman in cui lirismo e puro divertissement si mescolano alla perfezione. Eppure, nonostante tanta luccicante magnificenza, le nostre preferite restano le due coreografie con cui si sono chiusi i programmi baresi, entrambe sublimi – ancora un punto di contatto – per la straordinaria capacità di coinvolgere i presenti, vale a dire l’impareggiabile “Revelationsdi Aley, che dal lontano 1960 non smette di deliziare il pubblico con la sua fantastica rappresentazione dell’epopea del popolo afroamericano, scrupolosamente supportata da una compiuta compilation di spiritual e gospel tradizionali, e l’inarrivabile, divertentissima, intrigante “Minus 16della Compagnia di Spagna, partita con un solo “riluttante” ballerino che, a sipario chiuso, tenta di resistere al richiamo della musica e a5della danza, combattendo una battaglia persa in partenza che a noi ha riportato alla memoria uno dei momenti più esilaranti di quel piccolo capolavoro cinematografico che è “In & Out”, sino a far salire sul palco anche parte degli spettatori, trasformati per qualche minuto in inconsapevoli complici, ignare cavie di un enorme laboratorio grazie a cui si potesse alfine dimostrare il potere trainante e trascinante di quella che viene, probabilmente a ragione, considerata la madre di tutte le Arti, o forse anche per svelare che, come diceva Melissa Hayden, “imparare a camminare ti rende libero; imparare a danzare ti dà la libertà più grande di tutte: esprimere con tutto il tuo essere la persona che sei”.

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