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Il Pompeii Theatrum Mundi di Pompei si chiude con l’Eracle di Euripide dalla regia di Emma Dante

25 Lug 2018 | Nessun Commento | 852 Visite
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pompei99Per aver dilettato molto con la sua poesia, (Euripide) da molti riceve lode.” (dall’Antologia Palatina).

Hercules furens di Euripide è la tragedia greca che, assieme alla successiva opera omonima di Seneca sul fronte latino, più di ogni altra rappresenta il mito di Ercole, ma è anche, senza ombra di dubbio, ancora oggi uno dei testi che riesce analiticamente ed impietosamente a scavare nell’animo umano, ad analizzare, attraverso la psicologia dei suoi personaggi, quali siano gli effetti su ogni essere umano delle emozioni, del desiderio, dell’ira, dell’impulso, di quel thumòs omerico che si agita ed agita ognuno di noi; per farlo, Euripide non tardò a mettere in scena uno degli episodi più scabrosi ed oscuri della tumultuosa vita dell’Eroe. Eracle, sovrano di Tebe, da sempre odiato dalla dea Era, signora dell’Olimpo, in quanto frutto del tradimento di Zeus con Alcmena, è impegnato negli Inferi per la sua ultima fatica contro il cane dalle tre teste Cerbero. Lico, approfittando della sua assenza, usurpa il suo trono e ne condanna a morte il padre, Anfitrione, la moglie, Megara, ed i tre figli, presagendo il loro desiderio di vendetta. Quando ogni speranza sembra perduta ed i bambini sono già vestiti con i paramenti funebri, Eracle riesce sorprendentemente a risalire dagli Inferi, avendo salvato da quel luogo e riportato alla vita l’amico re di Atene Teseo, giusto in tempo per salvare i suoi congiunti e, accecato dall’ira, uccidere brutalmente Lico. Ma Era, invidiosa dei successi del figliastro, decide di mandare sulla terra Iris, messaggera degli dei, e Lyssa, personificazione della follia, col compito di privare l’eroe del senno; Lyssa, seppur riluttante, entra in Eracle che, senza più senno, sterminerà la sua famiglia credendo di trovarsi al cospetto della stirpe di Euristeo, suo acerrimo nemico, e solo l’intervento della dea Atena gli impedirà, liberandolo dall’incantesimo, di rivolgere la sua mano assassina contro Anfitrione. Al risveglio da un sonno senza pace, Eracle, informato dal padre dell’eccidio che egli stesso ha commesso, vorrebbe abbandonarsi ai suoi propositi suicidi, ma viene dissuaso dall’amato Teseo, giunto a Tebe credendo di dover combattere Lico, il quale lo persuaderà ad essere suo ospite in Atene, ove, mosso da fraterna amicizia ed infinita riconoscenza, riuscirà a curare anche le ferite più sanguinose dell’eroe, il quale, infine, accetta, convinto che vivere ancora, schiacciato dal peso insopportabile del fardello della sua colpa, possa essere considerata la sua più grande impresa e fatica e, soprattutto, che solo così riuscirà a purificarsi.

Riportare oggi su di un palcoscenico gli strazianti tormenti dell’Eracle di Euripide non è affatto cosa semplice ed Emma Dante era tra le poche menti a poter affrontare la improba prova uscendone vittoriosa, come possiamo, senza tema di smentita, affermare dopo esserne stati fortunati spettatori all’interno del Teatro Grande di Pompei nell’ambito dell’ottima rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi, che quest’anno, alla sua seconda edizione, annoverava anche “Salomè” di Luca De Fusco, “Oedipus” di Robert Wilson e “Non solo Medea” di Emio Greco e Pieter C. Scholten, tre prime assolute in cui si inseriva perfettamente l’Eracle della Dante, trasmigrato dal Festival del teatro antico del Teatro Greco di Siracusa che lo ha commissionato. Come sempre nella poetica visionaria della Dante, a cui si piega anche la parola immortale del drammaturgo greco, qui tradotta in modo antilirico e, quasi, familiare da Giorgio Ieranò, lo spettacolo si compone di decine e decine di schegge impazzite, un movimento continuo e perenne di elettroni che producono una coinvolgente energia, un tourbillon inesauribile e caleidoscopico in cui i riferimenti si sprecano, in un gioco di specchi senza fine che rende quantomai difficoltoso fermare le immagini prima che siano sfuggite alla nostra vista.

Lapalissiana è la volontà della regista palermitana di rendere la fragilità di Eracle, così da scandagliarne le profondità dell’anima, non come personaggio lontano e avulso ai nostri tempi incerti e tremendi, ma come nostro contemporaneo, vicino, simile, protagonista della tragica cronaca dei nostri giorni (come non pensare ai tanti femminicidi ed alle stragi familiari che riempiono il nostro quotidiano?), al punto che, nel tentativo di riconsegnargli quanta più umanità possibile, assegna la parte ad una donna (Mariagiulia Colace, forse troppo preoccupata di rendere la fisicità dell’eroe per rivelarne appieno il tormento), di certo stimolata in tale scelta dalle parole che fa pronunciare a Teseo nei confronti di Ercole nel finale (“Ti comporti come una donna”); evidente è anche la determinazione della Dante di rovesciare gli antichi dettami della recitazione, quando gli uomini interpretavano anche i ruoli femminili, realizzando di fatto una versione en travesti, assegnando tutte le parti principali ad attrici, seppur bardate in abiti maschili, mentre il Coro, in cui spicca la recitazione classica di Corifeo (interpretato da un bravissimo Samuel Salamone che – gioco nel gioco? – in passato si è fatto notare per l’interpretazione della Drag Queen Lilly Boat), è totalmente maschile, ma ammantato dei pesanti panni femminili cari alle vecchie donne del folclore siculo, e del nostro Sud in generale, o alle suore cattoliche ma anche a certa tradizione yiddish e finanche ai danzatori sufi e dervisci, sollecitazioni mentali tutte affiorate grazie agli splendidi costumi di Vanessa Sannino.

Ecco, i richiami alla tradizione siciliana sono assolutamente centrali nella rappresentazione, punto di forza ma, al tempo stesso, anello debole in alcuni – sparuti – momenti, come quando, nella accentuazione delle movenze da pupo (pirandelliano?) di Ercole, il protagonista, pur evidenziando il tratto distintivo dell’intero pensiero euripideo che tratteggia l’eroe come un burattino nelle mani degli dei, è risultato involontariamente grottesco, sino a generare ilarità nel pubblico pompeiano, calato in un contesto diverso da quello siracusano; se, come la regista aveva inizialmente dichiarato, questo Eracle è un lavoro da mutarsi in itinere, allora forse questo aspetto andrebbe mitigato rispetto alla platea che si ha dinanzi. Ma è l’unica scelta da cui ci permettiamo di dissentire, mentre non possiamo non dirci catturati da tutte le altre, a partire da quel lasciar presentare l’intera compagnia all’apertura della pièce, proprio come nelle rappresentazioni dei pupari o, anche, come nel canonico prologo / annuncio di ogni gruppo di teatranti girovaghi giunti in un nuovo paese.

Maiuscola la prova del cast tutto, con, oltre ai già precedentemente citati, Serena Barone (Anfitrione), Naike Anna Silipo (Megara) e Katia Mirabella (Messaggero) addirittura superlative, spesso ipnotiche, padrone assolute di una scena in cui, però, ben si collocavano anche Patricia Zanco (Lico), Francesca Laviosa (Iris), Carlotta Viscovo (un Teseo che appare immagine speculare di Ercole), Arianna Pozzoli, Sena Lippi ed Isabella Sciortino (figlie di Ercole), le danzatrici Sabrina Vicari, Mariella Celia e Silvia Giuffrè, mosse dalle opportune coreografie di Manuela Lo Sicco, e le musiciste Marta Cannuscio e Serena Ganci, quest’ultima anche autrice delle musiche non sempre convincenti e, talvolta, troppo incongruenti rispetto alla messinscena, assieme agli Allievi del II e II anno dell’ADDA che componevano il Coro.

La splendida scenografia di Carmine Maringola, impreziosita dalle calde luci di Cristian Zucaro, contiene – e nasconde – essa stessa molteplici magnifiche chiavi di lettura e citazioni, letterarie, teatrali ma anche cinematografiche: l’enorme cimitero con tanto di ritratti d’antan, tutti in bianco e nero, che troneggia, quasi fossero le mura della città, colpita da sì gravi lutti, o una enorme diga tra il mondo dei vivi e l’aldilà, cui solo Ercole e Teseo riescono a guardare essendo entrambi scampati alle spire dell’Inferno; le creazioni lignee di pale che si agitano in moto perpetuo, come fossero mulini a venti (forse a testimoniare l’impossibilità dell’eroe – di cervantesiana memoria – di combattere i fantasmi della propria mente e di opporsi all’imponderabile), che infine si placano disegnando croci; le vasche che somigliano a degli abbeveratoi, a delle gebbie ricolme di un’acqua che monderà il peccato dell’inconsapevole omicida colpito da amartia, ma, anche e soprattutto, accoglierà i corpi degli innocenti assassinati (troppo arduo leggervi un riferimento a quanti trovano la morte ogni giorno in mare, il nostro mare, per mano di quanti sono sordi alle loro richieste di pietoso aiuto?); tutti i protagonisti del Coro che, nello splendido quadro finale, salgono sul muro / cimitero per guadagnare i loro teschi, tramutandosi in corteo funebre prima ed, infine, in cuscini di rose. Sono solo alcuni degli innumerevoli input che ci sono giunti da un’opera che non dimenticheremo facilmente, ancora una volta totale, poderosa, imprescindibile, una necessaria discesa agli inferi per lasciarsi catturare da una morte che non riesce a raggiungere la salvifica purificazione della resurrezione, ma, semmai, solo la consapevolezza del limitato arbitrio che scaturisce dalla nostra (dis)umana natura.

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