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Il Petruzzelli torna ai suoi fasti con la Madama Butterfly di Daniele Abbado

2 Lug 2011 | Nessun Commento | 2.163 Visite
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Madama Butterfly
Non potevamo aspettarci nulla di meglio se non la riproposizione di un grande classico dell’opera italiana, per un dare inizio all’estate barese densa d’arte e cultura. Il pubblico borghese e levantino, nei gusti e nei modi come quello delle Prime al Petruzzelli, ben lo sa e apprezza il soggetto levantino anch’esso e la mano che lo immortala.

L’allestimento è inconsueto. Il Giappone ottocentesco, sospeso tra voglia di modernità e culti ancestrali, si presenta confezionato in una scenografia dal gusto minimale e ossessivo, senza ventagli, senza paraventi, in giochi prospettici e dissolvenze di luce che mostrano costumi rigorosi, panneggi perfetti, acconciature essenziali e non retoriche.

Tale rigore esalta il dramma: l’empietà dei costumi degli yankee americani sempre conviti di poter dominare e abusare a loro piacimento del mondo si scontra con la società degli antenati. La rettitudine morale dei secondi aborrisce e contrasta con la scelleratezza dei primi.

La piccola Cio Cio San sceglie e cade nel tranello di una società falsamente cosmopolita che fin dall’inizio esprime la perversione dell’inganno. Il matrimonio che l’americano Pinkerton e la damina giapponese celebrano e consumano è un tranello, ma questo lei non lo sa, mentre lui poco prima brindava con whisky “ad un vero matrimonio, un matrimonio americano”.

Madama ButterflyPuccini irriverente e sagace gioca allora con l’inno americano variandone la prima frase come a voler sottolineare i momenti di retorica e di patriottismo da due soldi, in nome del quale si consuma dolorosa beffa. E’ proprio nell’imbroglio portato a Cio Cio San e alla società giapponese in generale che il dramma pucciniano si esalta e richiama l’ampissima tradizione narrativa che porta direttamente alle origini del recitar cantando. Il tema dell’abbandono, della falsità, della congiuretta ordita per scopi infimi e gretti e stato da sempre caro al pubblico della Lirica, fin da quando essa aveva codici e registri narrativi ben lontani da quelli attuali, testimoni ne sono il numero pressoché infinito di Didoni abbandonate, e conquistate cui fa menzione lo stesso Leone Allacci, primo vero storico e recensore del teatro moderno.

Il gusto per una vicenda cara al teatro d’opera si fonde con le necessità rappresentativa contemporanea che non vede più solo negli allestimenti d’opera lirica la confluenza massima dell’arte totale.

L’allestimento scelto dal regista Daniele Abbado realizzato dallo scenografo Graziano Gregori richiama infatti alla mente alcuni colossal cinematografici in particolare la seconda parte di 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick il medesimo intento viene percorso dal disegno luci del ronconiano, Valerio Alfieri, che abbina ad una ricerca cromatica estrema i toni della partitura musicale.

I siparietti, e le carte di riso alle pareti della casa di Cio Cio San sono infatti resi dalle variazioni di dosaggio di colori caldi e freddi che esaltano la profondità degli spazi domestici. Il pubblico così è travolto dalle variazioni nette e ampissime di bianco, di riflessi, di ombre su cui scivolano leggeri i protagonisti di questa prima barese.

La protagonista, Cio Cio San / Madama Butterfly, è la sensualissima Maria Luigia Borsi, che mostra la sua splendida voce con sapienza e passione regalando al pubblico barese una interpretazione indimenticabile che mette il luce la partitura di un personaggio complesso e aspro, netto nei propri convincimenti, che indulge alla passione per un solo uomo fino allo squarcio finale. L’harikiri ribadisce il legame con la società degli antenati, ma il suicidio non ha qui più nulla di sacro e rituale. L’onore, il maledetto onore di marca occidentale ha preso il sopravvento, fondendosi con la necessità a lasciare definitivamente il posto di moglie e di madre libero per la sposa america.

L’orchestra diretta dal maestro Boris Brott evidenzia una scrittura attentissima i particolari, che si esalta nei dettagli e nelle finezze dei pianissimo dentro cui non mancano gli interventi di taluni telefoni cellulari dal pubblico a rovinare la grazia del coro a bocca chiusa in conclusione del secondo atto.

Foto di Carlo Cofano

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