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Gianrico Carofiglio ci racconta il suo debutto teatrale con Il paradosso del poliziotto e Tex Willer al teatro Kismet

13 Mar 2012 | Nessun Commento | 1.248 Visite
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paradosso
Debutta giovedì 15 marzo alle 21.00 il  nuovo spettacolo del Teatro Kismet OperAIl paradosso del poliziotto e Tex Willer” di Gianrico Carofiglio, diretto da Teresa Ludovico, con Augusto Masiello, Michele Cipriani e la partecipazione di Giulio de Leo.

Dopo una prima presentazione tenutasi a Roma, al Piccolo Eliseo, nell’ambito dell’ampia rassegna “Puglia in scena”, e dopo una tappa a Taranto, lo spettacolo “Il paradosso del poliziotto e Tex Willer” arriva quindi sul palco del Kismet di Bari. L’originale lavoro, arricchito dalle scene e dalle luci del Premio Ubu Vincent Longuemare, vede per la prima volta la messa in scena di due testi del magistrato, senatore – scrittore barese, entrambi inseriti nella raccolta “Non esiste saggezza” edita da Rizzoli. Il dittico nasce dall’incontro fra la scrittura del magistrato autore Gianrico Carofiglio e la regia delicata e poetica di Teresa Ludovico. Due forme diverse d’arte si approcciano insieme alla scena per dar vita ad uno spettacolo che racchiude in sé due momenti: il primo intitolato “Il paradosso del poliziotto”e il secondo “Tex Willer”, un’intervista “impossibile” – come l’ha denominata lo stesso autore – al mitico personaggio dei fumetti generato dalla matita di Bonelli e Galleppini.

Protagonisti sono, innanzitutto, la parola e il dialogo; il confronto – nel primo pezzo – fra un poliziotto d’esperienza, con le sua storia, le sue contraddizioni, qualche malinconia, e un giovane scrittore alla ricerca del “segreto” per un buon interrogatorio. Tra ricordi e domande, due umanità diverse cercano una traccia comune. Due generazioni si ritrovano faccia a faccia, in una stanza dove le ombre segnano il passare del tempo, dove la narrazione più cronachistica cede il passo all’esplorazione della propria storia. Sullo sfondo la sagoma affascinate di un’icona noir, immortale personaggio-simbolo dell’investigatore duro e solitario, si muove al limite fra l’altrove e la realtà, fra l’immaginario e la vita. Ed è proprio da quel limbo fuori dal reale che si scaglia sulla scena il secondo personaggio-protagonista, il ranger Tex Willer.  Anche in questo secondo momento la parola è il cardine di un’intervista impossibile in un gioco di rimandi e flash back fra un bambino ormai diventato adulto e il mito della sua infanzia, temuto ed emulato modello cui invano ha cercato, per anni, di somigliare. Sono i ricordi di chi è cresciuto leggendo le prodezze di Tex, ma sono anche quelli di un eroe che svela, nella rilettura della Ludovico e di Carofiglio un lato umanissimo e fragile, quel lato che si cela negli “spazi bianchi” nei quali si annidano le storie più belle e intime, quelle “paradossalmente” mai narrate e dove si nascondono gli eroi che ci accompagnano per la vita ed a cui ritornano, per lasciarci costruire il nostro personale “personaggio”.

Ma da associare al testo teatrale ci sarebbe anche il libro “La manomissione delle parole” edito da Rizzoli,  inizialmente testo di fantasia citato in “Ragionevoli dubbi” , in La-manomissione-delle-parolecui Carofiglio indaga in maniera puntuale e critica la “parola” ed il suo potere, facendo emergere un problema forse sottovalutato ovvero lo svuotamento di senso e strumentalizzazione dei significati.

Nello spettacolo “Il paradosso del poliziotto e Tex Willer” al giovane scrittore il personaggio dei fumetti, in una sorta di intervista impossibile, spiega come le cose davvero importanti accadano negli spazi vuoti tra le vignette. La sua incursione nella letteratura, ormai duratura, è nata in uno di quegli spazi in cui sembra non accada nulla ed invece fanno la differenza?
Non c’avevo mai pensato in questi termini ma mi sembra un’ottima sintesi.

Sia nel testo teatrale “Il paradosso del poliziotto e Tex Willer” che nel libro “La manomissione delle parole” lei sottolinea l’importanza del senso della parola, della parola in se e del suo uso. Assunto che tutti, in varia misura, subiamo una manipolazione verbale a causa del cattivo uso della parola, intenzionale e non, lei quale rimedio consiglierebbe per difendersi?
Le parole chiave per me sono attenzione e consapevolezza. Bisogna prestare attenzione a quello che diciamo e a quello che dicono i protagonisti della vita pubblica. Bisogna essere consapevoli del potere delle parole, della loro capacità di produrre fatti, nel bene e nel male. Bisogna vigilare su come le parole – e i discorsi – vengono usate e spesso manipolate; bisogna restituire senso alle parole e ai nostri discorsi. Rosa Luxemburg diceva che anche solo dare il nome giusto alle cose è un atto rivoluzionario. Io sono d’accordo.

Nel suo libro si trovano innumerevoli citazioni, da Talete a Gramsci attraversando tutta quella che è la storia della “parola”. Volendo però per un momento immaginare chi siano i destinatari più bisognosi delle sue parole mi viene immediatamente da pensare che queste stesse persone si approccerebbero con difficoltà al testo. Le andrebbe, dunque, di sintetizzare con parole semplici un concetto così importante come la capacità di critica rispetto a ciò che si ascolta?
Molto semplicemente, non bisogna dare niente per scontato e avere il coraggio di porsi alcune domande semplici ma cruciali. Per esempio: cosa significano le parole che usano gli uomini pubblici? Cosa vogliono dire, davvero? Sono usate per comunicare o per manipolare? Non è difficile da spiegare e da capire. È più difficile da mettere in atto.

Lei è magistrato, scrittore e politico. Manipolare mediante l’uso delle parole è un problema di carattere etico che lei si pone in quale misura rispetto ad ogni sua professione?
Non ci sono differenze. Lo scrittore, il politico, il giurista hanno esattamente lo stesso dovere di rispetto delle parole, dei discorsi e degli interlocutori.

Lo spettacolo replicherà venerdì e sabato nella stagione del Comune e domenica nella stagione Kismet, info 080.579.76.67 o 080.521.24.84; biglietti su www.bookingshow.it

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