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Il gigante del Jazz, Charles Lloyd in un meraviglioso concerto al “Bologna jazz festival”

17 Nov 2014 | Nessun Commento | 1.652 Visite
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Lloyd2Il jazz è anche (e soprattutto) un modo di essere e un modo di vivere. Se ne può scrivere pertanto la storia anche stando lontano dalla scena. Charles Lloyd, che a 76 anni sta vivendo una seconda giovinezza, può entrare a pieno titolo nella schiera di quanti hanno fatto del jazz la propria essenza lasciando una traccia indelebile del loro passaggio.

Nella sua casa di Memphis, città ricca di fermenti culturali sulle rive del Mississippi, i genitori ospitavano i musicisti di blues che si fermavano sul posto per tenere concerti. A 9 anni Charles rimase folgorato da Charlie Parker e dal suo sax. Dopo aver suonato blues con Howlin’ Wolf e B. B. Kingsi trasferì a New York, la “Mecca del jazz”: lì ebbe modo di conoscere altri musicisti (Chico Hamilton, CannonbalAdderley, Herbie Hancock, Ron Carter) e di farsi conoscere. La vera fama gli arrise quando formò un quartetto con Jack DeJohnette alla batteria, Cecil Mc Bee al basso e Keith Jarrett al piano. Con questa formazione partecipò nel 1966 al Festival di Monterey dove eseguì “ForestFlower”: il concerto venne registrato e il disco divenne un successo planetario da un milione di copie. Ma quello che doveva essere l’inizio, segnò il suo allontanamento dalle scene. Dopo alcune collaborazioni nel rock (Doors, Beach Boys), deluso dal mondo e dalla società si ritirò a Big Sur in California con la moglie DorothyDarr, raffinata pittrice.Furono anni di riflessione: “L’industria discografica voleva farmi diventare un prodotto – dice Lloyd –  ma io avevo bisogno di proteggere quella purezza che sentivo dentro di me”. Pur occupandosi di agricoltura e filosofie orientali (Vedanta) Charles non smise mai di suonare. Ma non dava ascolto a chi, come Billy Higgins, per farlo tornare sul palcoscenico, gli diceva che “quella musica non è tua: tu sei il mezzo attraverso cui essa si esprime”. Nel 1981 incontrò Michel Petrucciani (allora 18enne) e fu subito sintonia. Piano piano Lloyd tornò sulle scene con il compromesso di “una musica in continua ricerca, però in pace con sé stessa”.

LloydQuesta storia biografica è il contenuto di un film documentario curato dalla moglie Dorothy: una raccolta di immagini, vecchi filmati, musica e tante testimonianze autorevoli che lasciano un mix di emozione ed ammirazione.

Ben altra cosa il concerto del giorno dopo, 14 novembre,inserito nel programma del “Bologna Jazz Festival”, a sancire il prestigio di una kermesseche dopo Dee DeeBridgewater e Bill Frisell prevede ancora artisti della caratura di Kenny Barron e DaveHolland in duo, del quartetto Medeski-Scofield-Martin & Wood, e del quintetto di Steve Swallow..

Sul palco dell’Arena del Sole a Bologna, è emersa la (dimenticata?) grandezza del sassofonista di Memphis: Lloyd è dotato di grande tecnica, senso della forma, gusto per una articolazione spiccatamente ritmica. Lui che ha contribuito a veicolare il blues verso i lidi del jazz, rimane sensibilmente agganciato all’estetica coltraniana, di cui è un cultore ed erede in una forma più semplice. A livello strutturale la sua musica è edonistica, ma anche disimpegnata e per questo assume un fascino discreto, frutto della sua inventiva.

Il concerto è una suite senza soluzione di continuità: “ogni sera non si sa mai con precisione cosa suonerà – aveva dichiarato il suo batterista Eric Harland – così tutti siamo liberi di creare. Dove andiamo non lo so: però andiamo.”  C’è qualcosa di riflessivo, di meditativo che si trasferisce dal sax del maestro al lirismo del pianoforte di Gerald Clayton, alla ritmica assorta del contrabbasso di JoeSaunders, alla introspezione di Harland. E’ un discorrere, un raccontare. Quella purezza che coerentemente ha voluto preservare fa sì che Lloyd suoni per sé stesso, lasciando che il pubblico recepisca, fruisca: passivo e felice. Eppure domina una razionalità che gestisce una libertà consapevole, secondo un ordine che non prevede regole.

Lloyd1Nel bis il discorso si fa monologo, e questa volta Charles scava in profondità fino a trovare quel fondo comune che unisce e concilia tutte le anime. Il tempo si ferma: non è prima, non è dopo, forse è ora. E in quel presente Lloyd crea in maniera irripetibile concentrando la sua essenza umana ed artistica. Semplicemente grande.

Charles solca le onde del jazz: “i venti della grazia soffiano sempre – ha detto – Dobbiamo tenere alte le vele”.

Foto di Gianfranco Morisco

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