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Il genio di Pizzi regala alla Stagione lirica del Teatro Petruzzelli un Tancredi memorabile

20 Ott 2018 | Nessun Commento | 1.045 Visite
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Tancredi“È difficile scrivere la storia di un uomo ancora vivo. Lo invidio più di chiunque abbia vinto il primo premio in denaro alla lotteria della natura. A differenza di quello, egli ha vinto un nome imperituro, il genio e, soprattutto, la felicità.” (Stendhal – Vita di Rossini)

“L’amore soddisfatto è un piacevole passatempo; l’amore infelice è un dente guasto del cuore.” (Gioachino Rossini)

Quando compone “Tancredi”, su libretto di Gaetano Rossi tratto dalla omonima tragedia di Voltaire, Gioachino Rossini ha solo ventun anni (ventuno!), ed è già celebratissimo. La sua “L’italiana in Algeri” aveva conosciuto un successo incredibile, di fatto riscrivendo le regole dell’opera buffa, infondendo una prodigiosa energia alla ormai paludata opera classica, “semplicemente” introducendo sorprendenti melodie intrise – all’apparenza – di una coinvolgente leggerezza, a supporto di storie ricche di umorismo, ironia e, talvolta, nonsense; eppure Rossini, nello stesso anno, abbandona il genere che gli ha regalato un’immensa notorietà per dedicarsi alla sua prima sfida con l’opera seria.

Perché? Rispondere non è semplice, se non addirittura impossibile; quel che possiamo ipotizzare è che il Genio di Rossini fosse già combattuto tra lo slancio giovanile della sua età anagrafica e la malinconia innata della sua multiforme personalità, così da cominciare a manifestare quella inquietudine che lo porterà a ritirarsi dalle scene a soli trentasette anni, dopo aver composto quel capolavoro assoluto che fu, è e sempre sarà il “Guglielmo Tell”: “Rossini se ne scappava dalle parole dei suoi librettisti, disegnando nell’aria vocalizzi che le polverizzavano, dall’ideologia del suo tempo, la libidine del romanticismo. Scappava. E scappando tracciava traiettorie elettrizzanti, ipnotiche. Erano la forza della paura.” scrive Alessandro Baricco e c’è da credergli. Noi, nel nostro piccolo, siamo portati a ritenere che quel dannato “male di vivere”, così ben “visibile” nella sua ultima opera, fosse già ampiamente presente nelle note del suo “Tancredi”, e che, anzi, la trepidazione che lo accompagnava si fosse manifestata già pienamente a quei tempi, prova ne sia l’incertezza che lo interessò riguardo alla scelta del finale del dramma. La vicenda è ormai nota: l’opera originariamente vede la luce con un finale lieto, contrariamente alla tragedia di Voltaire, mentre successivamente, pare su pressione di Adelaide Malanotte, nota voce che interpretava proprio Tancredi (personaggio evidentemente “en travesti”), il Maestro si decise a scrivere un finale tragico, andato perduto e miracolosamente riscoperto solo da qualche decennio, che però non fu accolto con favore dal pubblico del tempo, al punto da far tornare Rossini sui propri passi, pur di accontentare i suoi fans. In realtà, il problema della composizione non sussisteva di certo per il Genio pesarese, essendo lo stesso avvezzo a spostarsi mirabilmente dall’opera buffa all’opera seria, senza soluzione di continuità; tuttavia, quella dei due finali di segno opposto non è faccenda da liquidare come superfluo sfoggio di competenza rossiniana, bensì, probabilmente, può essere individuata come una lente – la prima – per, approfondendone l’osservazione, comprendere l’universo nascosto nella mente del compositore, soprattutto il suo lato oscuro: “Mi chiamano professore, anzi maestro, e sono già quasi vent’anni che di su, di giù , per diritto e per traverso, io meno il mio pubblico per il naso; e vedo che proprio nulla ci è dato di sapere!

Per poco non ne avrò consunto il cuore! È vero che ho più senno di tutti gli scipiti musicisti, professori, compositori e funzionari: io non sono tormentato da scrupoli e da dubbi, non ho paura del diavolo e dell’inferno. Ma in cambio mi è tolta ogni gioia: io non m’illudo di sapere qualcosa di vero, io non m’illudo di poter insegnare qualcosa per migliorare e cambiare gli uomini.” ebbe a dire anni dopo Rossini, e, forse, nessuna frase potrebbe spiegare meglio il conflitto nascosto in ognuna delle sue geniali partiture, il disegno della sua tragica iperbole che vede la sua prima esternazione proprio in “Tancredi”, in quell’umanissimo eroe scevro da qualsivoglia accettazione di compromessi, simbolo di giovanile aspirazione alla perfezione, in particolare a partire dal secondo atto dell’opera, in cui, ricoprendo il suo protagonista di un’aura wertherianamente (o dovremmo dire rossinianamente?) malinconica, sembra voler cominciare ad affrancarsi dall’opera buffa, tracciando la rotta verso la meta dell’opera seria che appare addirittura irreversibile allorquando culmina in quel recitativo del finale con il quale il Maestro, lasciando che la musica si spenga unitamente alla vita di Tancredi, sembra aver già realizzato la propria personalissima rivoluzione musicale.

Ecco spiegato il motivo per cui, a nostro modesto parere, si deve necessariamente preferire al finale lieto, che opererebbe una innaturale inversione, quello tragico, scelta operata dalla splendida edizione che ha illuminato l’annuale Stagione lirica della Fondazione Petruzzelli, un riuscitissimo allestimento del Rossini Opera Festival di Pesaro che si deve soprattutto alla geniale regia di Pier Luigi Pizzi, che firma anche le stupende, marmoree e monumentali scene neoclassiche, sormontate da colonne doriche da una parte e rudi pilastri dall’altra, che spesso si adagiano meccanicamente a terra liberando spazi in profondità, con un momento di rara bellezza nella scena quinta del primo atto (quella della celeberrima cabaletta “Di tanti palpiti”, per intenderci) quando l’eroe torna nella natia Siracusa, ed i bellissimi costumi, dominati dal bianco e dal nero, in cui risalta il rosso di Tancredi, il tutto ben supportato dalle incantevoli e preziose luci di Massimo Gasparon; in un’operazione che fa dell’eleganza e della solennità le proprie prerogative, qualità che le permettono di far trascorrere senza cedimenti ed incrinature le quasi tre ore di spettacolo, Pizzi sembra voler collocare in secondo piano, se non addirittura sullo sfondo, le armi, l’eroismo, lo spirito guerriero, scegliendo di porre alla ribalta l’audacia dell’amore puro ed ideale ma anche proibito, insensato ed, infine, impossibile, tra i due giovani che il destino ha voluto separare sin dall’adolescenza, continuando a divertirsi sadicamente (il destino, non Pizzi) con le loro sfortunate esistenze, sottoponendoli ad un infinito gioco di specchi, sino al finale drammatico; in tal modo, il regista realizza in modo perfetto il poema di amore e distruzione che lo stesso Rossini definiva incomprensibile ai più (“Non sa comprendere il mio dolore chi in petto accendersi non sa d’amor” canta Tancredi), riuscendo a rendere tangibile la smisurata passione ed a restituircela intatta, intonsa, pura, definita e definitiva.

Con questi presupposti, l’intera rappresentazione non poteva non essere votata ad una piena riuscita, merito anche della magistrale direzione di José Miguel Pérez-Sierra, che ha saputo rendere la difficile partitura con giusto temperamento ed intelligenza creativa, denotando cognizione dello stile ed ideale senso della misura, a partire dall’Ouverture, risultata praticamente perfetta grazie all’ormai acclarato stato di grazia dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli, uscita nuovamente vittoriosa da un’altra ardua prova, come pure ha fatto il Coro del nostro Politeama, seguendo, con duttilità e precisione, le sapienti indicazioni di Fabrizio Cassi, sino a giungere all’incommensurabile finale, in cui la musica è parsa fondersi col silenzio e con il respiro del pubblico che affollava il Teatro. Sorprendente l’apporto degli interpreti tutti, bravi non solo vocalmente ma anche scenicamente, a partire da Alessia Nadin e Nozomi Kato, alle prese con parti, rispettivamente Isaura e Roggiero, non di risalto ma, comunque, nient’affatto semplici; Pietro Spagnoli è un degno Orbazzano, così come Michele Angelini è un bravissimo e più che convincente Argirio, anche se un – anche solo accennato – invecchiamento non avrebbe nuociuto alla nostra visione, costretta a lavorar di grande immaginazione per crederlo il padre della protagonista; il mezzosoprano Cecilia Molinari è un Tancredi tecnicamente ammirevole, di grande spessore e di sicuro impatto, ma viene spesso travolta, come, del resto, tutta la rappresentazione, dalla stellare e portentosa Amenaide del soprano Valentina Farcas, che, denotando bravura e sensibilità assolutamente fuori dal comune, ci regala un’interpretazione dalle molte fioriture, intensa e sicura al tempo stesso, emozionante e coinvolgente come di rado accade, e, pertanto, assolutamente memorabile, come, del resto, l’intera messa in scena.

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