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Il genio di Carmelo Bene non rivive in Malizia di Mimmo Mongelli

28 Ott 2017 | Nessun Commento | 1.053 Visite
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maliziaAvevo cominciato con il dovere di rammentarmi l’orrido, orrido, orrido evento, per esaltare in me la pietà filiale, per far gridare l’ultimo grido al sangue di mio padre, per riscaldarmi il piatto della vendetta. Ed ecco, invece, ho preso gusto all’opera! Poco a poco mi scordai che si trattava di mio padre assassinato, di mia madre prostituita, del mio trono. Andavo avanti a braccetto con le finzioni di un bell’argomento. E l’argomento è bello!” (da “Un Amleto di meno”)

L’anno che ormai volge al termine è il quindicesimo senza la voce di uno dei più grandi geni dei nostri tempi, un artista unico nel panorama mondiale, che troppo presto ci ha lasciati orfani della sua smisurata personalità e che – circostanza ben più triste – troppo presto sembra essere stato dimenticato dalla nostra orrida quotidianità, prova ne sia la – in pratica – totale assenza di produzioni teatrali che lo omaggino o, anche solo, rammentino. L’opera omnia di Carmelo Bene, l’immenso ed irraggiungibile attore, regista, drammaturgo, scrittore e poeta di Campi Salentina, andrebbe davvero posta sotto una luce diversa, tutta la sua produzione andrebbe studiata nelle scuole, mandata a memoria, decodificata, eletta a pietra miliare, imprescindibile punto di partenza e, allo stesso momento, di arrivo per chiunque si ponga di fronte all’Arte della Parola, scritta, detta, interpretata, vissuta.

Fatta questa premessa, consentiteci, però, di dire tutta la nostra malcelata ed elitaria compiacenza per questa negligente trascuratezza, per questa sciatta ed infingarda amnesia degli italici teatranti, non solo per la nostra insofferenza nei confronti degli anniversari e delle celebrazioni, quelle strane ricorrenze che giungono in nefaste scadenze e che, soprattutto nel mondo dell’Arte, pare costringano tutti a tessere le lodi del commemorato e, finanche, a riprenderne una produzione (qualunque essa sia) in uno strano gioco al massacro che ammette ogni espediente (qualunque esso sia) pur di esserci, ma anche perché gran parte – se non tutte – le Opere di Bene sono, a nostro modesto parere, indubbiamente, innegabilmente, indiscutibilmente irriproducibili, irripetibili ed irrisolti capolavori, non etichettabili, destrutturati e degenerati – in ogni senso – fin dalla loro stessa creazione, per la loro volontà di vivere di vita propria, non dramma ma nemmeno commedia, per cui l’autore attingeva alla fonte stessa della messa in scena teatrale, rendendo, di fatto, quasi del tutto impraticabile la via per giungere ad essa, cancellando le tracce del suo passaggio.

A recuperare la strada maestra ha provato “Malizia”, la nuova creatura di Mimmo Mongelli che ha aperto la rassegna annuale “Events” del Teatro Abeliano di Bari, ripromettendosi di accostare l’opera cinematografica di Bene “Un Amleto di meno”, realizzata nel 1972 sulle orme della controversa rilettura del capolavoro shakesperiano operata da Jules Laforgue, poi traslata in teatro anche nel sublime “Hommelette for Hamlet”, e riedita nel 1974 nella versione preferita dal Maestro con il titolo “Amleto (da Shakespeare a Laforgue)”, a quella di Salvatore Samperi che consacrò Laura Antonelli come oggetto del desiderio di qualsivoglia appartenente al genere umano maschile, da cui è tratto il titolo della pièce. Mescolando le vite, vere ed immaginarie, vissute ed immaginate, della divina Ofelia, efebica e virginea promessa dell’Amleto shakesperiano, dell’attrice Kate, carnale e sensuale compagna del Principe di Danimarca nella rivisitazione di Laforgue e Bene, e della sfortunata iperbole della protagonista del cinema italiano, morta nel più totale oblio dopo essere stata a lungo vittima di una profonda crisi tanto economica quanto psicologica che la induceva a chiedere espressamente di essere dimenticata dai suoi stessi amici ed ammiratori, lo spettacolo, che annoverava i costumi di Tommaso Lagattolla e la scenografia realizzata dagli allievi del corso di scenografia della Accademia di Belle Arti di Bari, guidati dal docente Antonio De Carlo, su bozzetto di Beppe Sylos Labini, ci è parso si proponesse di mettere in atto il proprio personalissimo atto di denuncia nei confronti del mondo degli uomini, troppo spesso portati a desiderare, mordere, masticare, deglutire ed infine espellere a proprio piacimento il femmineo frutto del peccato.

Ebbene, pur apprezzando il punto di partenza, ci sia concesso di affermare che il risultato finale risultava assai poco accattivante e coinvolgente, con un’aria da déjà vuin tutte le scelte registiche, dello stesso Mongelli, le quali non rendevano alcun servigio all’elevarsi della sublime parola del/dei Maestro/i; l’auspicato incontro / scontro di queste tre donne, assolutamente distanti tra loro non solo per lasso temporale ma anche per concezione stessa della vita, con l’universo maschile si traduceva in un improbabile monologo infinito, che risultava spesso disgregato ed artificioso, non traendo alcun beneficio dall’inserimento dibrani musicali, scelti dal regista, e di spezzoni di registrazioni di grandi interpretazioni dell’eroe creato dal Bardo, con – come era naturale che fosse – sovraesposizione della soprannaturale voce di Bene, che – se possibile – ne rendeva ancor più greve l’accostamento. In tale vortice veniva assorbita anche la volenterosa performance di Antonella Maddalena, incontrastata one woman show, che, pur impegnandosi sino allo stremo delle sue forze e provando a dar fondo a tutta la versatilità ed eclettismo di cui deve essere dotato chiunque affronti cotanti raffronti, non riusciva a renderci partecipi delle drammatiche vicende interpretate né ad emozionarci nel corso della rappresentazione, che, opportunamente, riportava le parole che tanto Laforgue quanto Bene dedicavano in conclusione al Genio di Shakespeare: “Oh, perdono, perdono, non l’ho fatto apposta! Ordinami qualsiasi espiazione! Ma sono così buono, ho un cuore d’oro, io e non ce n’è più come il mio. Tu mi capisci, non è vero?”.

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