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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Il corpo e la voce di Roberto Latini si fanno magnifico prisma per il suo Cantico dei Cantici

6 Nov 2017 | Nessun Commento | 1.579 Visite
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IMG_20171107_000151_043Tu che abiti nei giardini – i compagni stanno in ascolto – fammi sentire la tua voce. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.

Un uomo sdraiato su di una panchina. Verosimilmente dorme, ma è plausibile che il suo cuore vegliasse, dato che, di lì a poco, si desta ed inforca un paio di cuffie da cui i Placebo urlano “L’amore dei cretini è mandato dal cielo. Tu ti raggrinzisci e la nostra passione si consuma. Il mio cuore è una sgualdrina, il tuo corpo è in affitto. Il mio corpo è rotto, il tuo è privo d’energie. Incidi il tuo nome sul mio braccio. Invece di essere stressato, riposo qui, incantato, perché non c’è nient’altro da fare. (…) Amore dei cretini: una scatola che scelgo. Non scelgo un’altra scatola da usare, un altro amore di cui abuserei, nessuna circostanza potrebbe scusarlo. (…) L’amore dei cretini si sa che oscilla, incline a consumarsi e sciupare queste cose. Tu ti raggrinzisci, per l’amor di Dio; non è mai stata così alta la posta in gioco. Servo la mia testa su un vassoio. È solo di conforto chiamare la sera sul tardi, perché non c’è nient’altro da fare. (…) Come il nudo porta il cieco, so di essere egoista, sono scortese, trovo sempre l’amore dei cretini, qualcuno da ferire e lasciarmi dietro, tutto solo nello spazio e nel tempo, non c’è niente qui ma quel che c’è qui è mio, qualcosa preso in prestito, qualcosa triste, ogni me ed ogni te”. Facciamo così la conoscenza di uno strano personaggio, androgino ed asessuato, un po’ dj, un po’ speaker radiofonico, un po’ attore/doppiatore, che, ogniqualvolta viene incalzato dall’accensione della scritta “on air” e da musiche dolcissime, ammalianti e rassicuranti, legge, in modo distaccato e professionale, passi del “Cantico dei Cantici”, il sublime canto nuziale, contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana, attribuito al re Salomone ma in realtà coniato da uno scrittore anonimo del IV secolo a.C. raccogliendo e copiando alcuni poemi dell’area mesopotamica. La asettica perfezione stilistica ha il sopravvento sul significato delle parole, a cui il dj/speaker/attore sembra del tutto alieno; la lettura si trascina stancamente, intervallata da piccoli, quotidiani, routinari, annoiati gesti (l’accensione di una sigaretta, il passarsi un velo di trucco, l’accenno a passi di danza), cui si aggiunge un tentativo, mai portato a termine, di telefonare. Eppure la parola ha strane vie per intrufolarsi nella nostra anima; al nostro protagonista basta assistere alla proiezione di quel capolavoro cinematografico che è “C’era una volta in America” di Sergio Leone per ritrovare – in uno dei momenti più alti che mai film abbia conosciuto – il “Cantico” nelle parole della giovane protagonista femminile Deborah, sublimate in quel finale “che peccato” che lacera come lama le apparenti certezze del dj. Il messaggio del testo biblico sembra essersi fatto largo in lui, costringendolo a cambiare punto di vista, a mutare la sua azione, a parlare da altro microfono e con nuova voce; il tentativo di tornare alla rutilante e vuota vita del passato, personificata dal ballo sulle note di “A far l’amore comincia tu” che richiama le insignificanti e futili feste ben rappresentate da Sorrentino nel Premio Oscar “La grande bellezza”, non farà altro che acuire il dolore per una vita votata all’incomunicabilità. Il “che peccato” di Deborah diviene un’ossessione, e non servirà coprirsi le orecchie per non sentirlo, ma occorrerà, al contrario, abbracciare un integrale cambiamento, determinarsi alla assoluta rinuncia alle parrucche ed ai travestimenti, essere in luogo che apparire. Quando il dj tornerà al microfono non sarà più un mero interprete ma sarà la Parola stessa, riconoscerà in essa il significato della sua esistenza, facendone un atto d’amore vero, reale, risolto e compiuto, un canto tanto disperato ed accorato quanto eccelso, vivendola sulla sua pelle, rifiutando di farsi ancora dettare i tempi dall’“on air”, recuperando definitivamente la sua umanità, sino a decidere di fare quella telefonata, salvo poi comprendere che un amore di tale portata non può conoscere interlocutore e concludere – naturalmente – con un dolentissimo “che peccato”.

Questo e molto altro è il “Cantico dei cantici” nella messa in scena del Fortebraccio Teatro e di quell’immenso Artista che risponde al nome di Roberto Latini che, meno di un anno fa, su queste stesse pagine, abbiamo definito “attore per eccellenza, più che perfetto in ogni istante della performance, sublime affabulatore che sembra metterci davanti agli occhi uno specchio nel quale rimirare la parte più segreta di noi stessi; nella sua opera c’è un senso di compiuto ed, allo stesso tempo, di irrisolto ed anche indefinito, parole che sanno contenere bellezza allo stato puro ma anche vertiginosa profondità, in un interminabile scomporre e ricomporre che – noi speriamo – si prolunghi all’infinito”; ebbene, se c’è un dio del Teatro pare aver ascoltato le nostre preghiere, regalandoci un’altra sublime pièce del nostro, inserita, per nostra fortuna, nell’annuale Stagione dei Teatri di Bari, nella tranche ospitata dal Teatro Kismet per due affollatissime repliche. Come sempre coadiuvato, accarezzato, se non stimolato, dalle splendide architetture sonore di Gianluca Misiti e luminose di Max Mugnai, nonché dall’organizzazione di Nicole Arbelli, Latini adatta il testo biblico in modo unico, realizzando una autentica ed incantevole rivoluzione che ne innalza esponenzialmente la già riconosciuta potenza, e recita e si dirige in modo assolutamente indimenticabile, facendo sentire e comprendere tutte le parole, aprendole, dilatandole sino al limite, sottolineando anche i silenzi (“il teatro mi ha insegnato che le parole si misurano nella qualità del silenzio che riescono a produrre” dice Roberto) pur di far sentire tutto l’incanto nascosto nel testo, ‘interpretando’ il Cantico – finalmente – non solo in senso letterale, trascendendo la apparente banalità dei versi d’amore, ma svelandone la sua incontaminata bellezza ed il suo profondo significato allegorico ed iniziatico, ma anche, allo stesso tempo, lasciando che divenga un “pre-testo”, un prologo, uno stimolo, un segnale che l’Artista riceve, decodifica ed amplifica, prima di donarlo ai presenti; il suo corpo e la sua voce si fanno magnifico prisma pronto a ricevere i raggi luminosi e penetranti della Parola per trasformarli in un accecante arcobaleno di sensazioni ed emozioni che catturano il pubblico, plasmandone gli animi, sino alla trasposizione in un luogo ‘altro’, in un altrove difficilmente individuabile, che rende difficile anche il mesto ritorno alla nostra (dis)umana quotidianità a fine spettacolo. Così Latini è la Parola, è l’Amore, è la Vita vissuta, scevro dalle trappole dell’incomunicabilità, libero dai canoni delle mere rappresentazioni; e se, come lui stesso anela, il “Cantico dei Cantici” continuerà in futuro a ricordarsi di noi, donandoci tutto il suo splendore, non vi è dubbio che gran parte del merito si dovrà a Roberto Latini ed alla sua Arte.

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