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Il cappello di paglia di Firenze, ‘un capolavoro di festività e di letizia’ al Petruzzelli

17 Set 2014 | Nessun Commento | 1.214 Visite
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Cappello“Con Nino abbiamo ripreso Il cappello di paglia di Firenze con indicibile compiacimento. Viene carino e gustoso all’estremo, un capolavoro di festività e di letizia; procede più lieto e festoso che mai”. Dopo una così entusiastica dichiarazione della signora Ernesta Rota Rinaldi ci si sarebbe aspettato che l’amato figliolo Nino avesse immediatamente rappresentato l’Opera di cui aveva composto le splendide musiche e scritto, a quattro mani proprio con la madre, il gustosissimo libretto. Invece Rota addirittura si dimentica della sua creatura, costretto a ritrovarla ben dieci anni più tardi quando, a sua insaputa, il sovrintendente Simone Cuccia la inserisce nel Cartellone del Teatro Massimo di Palermo del 1955.

E come in questo semplice aneddoto c’è probabilmente tutta la schiva e timida personalità del Maestro, non tarderemmo ad affermare che ne Il cappello di paglia di Firenze c’è tutta la sua immensa arte compositiva, a partire da quella immediata comunicatività che fu il suo inconfondibile marchio di fabbrica. La critica che gli fu mossa da più parti di aver composto un’opera ‘parafrasando’, se non addirittura sbeffeggiando, compositori del passato, non si addiceva certo al carattere del Maestro che, al contrario, utilizzò una fragile storia, posandola sulle strutture del vaudeville francese, dell’opera buffa e finanche dell’operetta, per presentare una caleidoscopica serie di camuffamenti musicali, quelli che oggi sarebbero definiti soltanto ‘omaggi’. Mozart è riconoscibilissimo nell’Ouverture e nella ricorrente esclamazione del suocero, quel “tutto a monte!” che ha anche l’aria di un tormentone da cabaret; quando il coro canta “schiocchi la frusta!” par di sentir giungere il Compar Alfio di Mascagni; ed il canto della virginea Elena è già in sé caricaturale, così inutilmente intrisa delle colorature che furono della lirica ottocentesca; Rossini, poi, appare in più parti, su tutte nell’aria di Beaupertuis in cui i dubbi sulla moglie fedifraga si fanno certezza, in un crescendo che non può non ricordare la celeberrima Aria della calunnia. Ma il Maestro perviene al punto più alto del divertente e divertito richiamo musicale quando giunge ad autocitarsi, riproponendo accenni di sue creazioni per il cinema, tra cui svetta la melodia regalata all’amico Federico Fellini per “Lo sceicco bianco”.

Detto questo, non occorre chiarire quanto ci abbia fatto piacere l’inserimento del capolavoro di Rota nel cartellone della Fondazione del Teatro Petruzzelli, operazione che non possiamo non definire riuscitissima, nonostante qualche imperfezione dovuta, con tutta probabilità, alla tensione della Prima. Procediamo per gradi. La regia di Elena Barbalich ha avuto il suo punto di forza nel citare, soprattutto nel temporale del quarto atto, l’edizione indimenticabile realizzata nel biennio 1958/59 alla Piccola Scala da Giorgio Strehler, mentre ha forse indugiato un po’ troppo sugli aspetti più grotteschi della vicenda; caricare di eccessivo macchiettismo i personaggi, non sempre è stata arma vincente, una maggior misura avrebbe messo in risalto i momenti di autentica perfezione registica, tra cui non possiamo non citare l’intermezzo tra primo e secondo atto, il quadro delle modiste per intenderci, con il Coro, mirabilmente diretto da Franco Sebastiani, salutato da un’ovazione a scena aperta.

Inappuntabili sono apparse invece le scene di Tommaso Lagattolla a partire da quella magnifica cornice luminosa in cui tutto è costretto, quello stilizzato schermo cinematografico che ci ricordava in ogni istante di essere di fronte ad una rappresentazione della realtà per sua stessa natura esagerata, deformata, improbabile, proprio come fosse un’opera filmica dell’amato Federico; le intuizioni di Lagattolla, che ha firmato anche gli sfarzosi  ma appropriati costumi, hanno senza dubbio impreziosito la messa in scena barese, assieme alle bellissime luci di Michele Vittoriano.

Per quanto attiene il cast, ci spiace dover registrare qualche insicurezza nel canto, soprattutto nel tenere il tempo dettato dalla incolpevole Orchestra del Petruzzelli magistralmente diretta da Giuseppe La Malfa; a turno, se si eccettuano la Elena di Damiana Mizzi ed il Beaupertuis di Pietro di Bianco, praticamente perfetti, un po’ tutti gli interpreti si macchiavano di tale colpa, soprattutto – spiace dirlo – il protagonista Giulio Pelligra, così preoccupato di costruire un Fadinard credibile anche nelle movenze da permettere, soprattutto nella parte iniziale, alla sua voce di perdersi nell’impetuosità dell’orchestra, lasciando così che la scena gli fosse rubata dal suocero Nonancourt del nostro Domenico Colaianni, come sempre più che convincente. Da ricordare anche le prove di Francesca Bicchierri e Francesca Ascioti, divertentissime nei ruoli rispettivamente di Anaide e della Baronessa, che davano ulteriore smalto ad una rappresentazione senza dubbio incantevole.

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