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I low art: amare l’arte costa poco. Parola di Mara Nitti

18 Gen 2012 | Nessun Commento | 2.057 Visite
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Mara NittiChi ha detto che l’arte contemporanea dev’essere per forza un investimento milionario, accessibile soltanto a magnati come il mitico Gordon Gekko di Wall Street? Forti della loro esperienza all’estero, i proprietari della galleria ARTcore la pensano diversamente e hanno proposto per il secondo anno I low art, collettiva di opere dal prezzo oscillante tra 50 e 300 euro ed in occasione del finissage della mostra, noi di LSDmagazine abbiamo incontrato Mara Nitti.

Chi sono gli ideatori e organizzatori di I low art?

Siamo in tre: io, Konstantinos Karapidakis e Lisa Nitti. Io e Kosta ci occupiamo della parte artistica e Lisa di quella comunicativa.

Quando si parla di arte contemporanea, pensiamo subito al teschio ricoperto di diamanti o allo squalo in formaldeide di Damien Hirst. Opere che valgono svariate decine di milioni di euro. La vostra iniziativa va invece nella direzione opposta, ma può davvero esistere oggi un’arte low cost?

Esistono varie fasce di artisti. Damien Hirst è l’apice di questa montagna. Gli artisti che presentiamo noi, invece, sono giovani o emergenti. Per quanto riguarda il costo delle singole opere, poi, sono molto importanti anche la tecnica usata e le dimensioni.Qui infatti non abbiamo grosse installazioni o quadri a olio di grandi dimensioni, bensì disegni su carta oppure di ridotte dimensioni, montati su tela. Tutto è proporzionale.

Questa è stata la seconda edizione di I low art. Quali le differenze rispetto alla prima?

Quest’anno abbiamo fatto l’open call, un bando libero aperto a tutti gli artisti italiani, tramite cui abbiamo selezionato i trentuno artisti partecipanti. Inoltre l’anno scorso abbiamo fatto tre inaugurazioni, cambiando ogni volta l’allestimento. Quest’anno solo due. E mentre l’anno scorso c’era più discontinuità nelle proposte, stavolta c’è più omogeneità.

Con che criterio avete scelto gli artisti e le opere esposte? E quali sono, se ci sono, le tendenze che li accomunano?

Abbiamo solo seguito il nostro gusto. Non ci sono tendenze particolari; c’è più figurazione rispetto all’astratto, ma questa è una tendenza generale.

Qual è stata la risposta del pubblico?

Il pubblico è molto partecipe per quanto riguarda gli eventi. Dal punto di vista economico, invece, la situazione è ancora difficile, perché la gente non è abituata ad acquistare opere d’arte e non ne riconosce il valore anche come forma d’investimento. Cerchiamo di informare i visitatori, ma è un processo lento. Il pubblico deve essere educato.

È difficile promuovere l’arte contemporanea a Bari? E che rapporto avete con le altre gallerie baresi?

Abbiamo un ottimo rapporto con tutti. Quando abbiamo aperto, li abbiamo incontrati e conosciuti. Siccome siamo tutti giovani e ognuno ha il proprio gusto, l’intenzione è quella di fare rete. Questo è un territorio difficile, proprio perché impreparato.

I low art è una temporary gallery, che chiuderà il 29 gennaio. Che cosa farete dopo? Ci sarà una terza edizione?

Sicuramente ci sarà una terza edizione, ma non sappiamo ancora se d’estate o il prossimo Natale. Venerdì 20 gennaio inauguriamo ad Artcore la mostra Chain reaction cap.1. Gli artisti partecipanti saranno Gianni Moretti, Devis Venturelli, Dacia Manto e Lorenza Boisi.

Si può oggi vivere di arte? E qual è il futuro dell’arte in questi tempi di crisi globale?

Si può vivere d’arte, ma è molto difficile: servirebbe un’economia più stabile. In questo momento di crisi funziona di più una galleria piccola rispetto a un grosso nome, perché puoi investire poco puntando sugli artisti emergenti.ARTcore contemporary gallery (http://www.artcore.it) è in via De Rossi, 94 a Bari.

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