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I Governi di larghe intese….. la storia si ripete

25 Mar 2012 | Nessun Commento | 1.870 Visite
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1977-aldo-moro
La tendenza della politica italiana in periodo di crisi economica o politica, a fronte di un’accertata incapacità dei politici di affrontare con determinazione i problemi, è stata sempre di cercare un compromesso tra forze ideologicamente, culturalmente e storicamente contrapposte. Il fine è di giustificare al proprio elettorato i provvedimenti difficili da accettare come frutto della situazione di crisi e della necessaria mediazione tra soggetti profondamente diversi.
La situazione descritta, storicamente si è avuta, in Italia, in tantissime circostanze. Nell’ottobre del 1922, dopo una spasmodica ricerca di un compromesso tra i Partiti maggiori, i Liberali, i Popolari ed i Socialisti, allo scopo di realizzare un Governo che consentisse di stabilizzare l’economia e la società, si giunse ad una sorta di maggioranza parlamentare e di Governo del Re. I Liberali rappresentati dal moderato Giovanni Amendola, i Popolari ed i Socialisti di Filippo Turati, non riuscirono a trovare un accordo soddisfacente per tutti. Filippo Turati era al centro di varie correnti: i socialdemocratici ed i riformisti di Giacomo Matteotti, favorevoli all’ingresso nel Governo per attuare le riforme sociali necessarie, i massimalisti di Gramsci fortemente contrari fino alla scissione. I Popolari divisi tra coloro più attenti al progresso dei diritti sociali ed economici dei ceti svantaggiati e coloro ancora legati al “non expedit” di Pio IX che sancì la non collaborazione con l’Unitario Regno d’Italia. I Liberali divisi tra gli eredi della Destra Storica di Cavour e Massimo d’Azeglio, quindi contrari a qualsiasi forma di socialismo ed all’ambiguo ed infido popolarismo, e coloro che spingevano ad una maggiore attenzione alle popolazioni proletarie e contadine, come Giovanni Giolitti, Giovanni Amendola, ecc.. Questa difficoltà indusse il Re a cercare ed imporre alternative più affidabili, anche per evitare spinte anti-monarchiche.
Situazione analoga si realizzò nel 1944-46. Con l’Armistizio firmato nel settembre 1943 dopo la formazione del Governo Badoglio, le forze politiche italiane spinsero affinché, dopo la liberazione del territorio italiano dalle truppe tedesche, si passasse ad un Governo politico. Quindi, si formò una coalizione tra i Partiti anti-fascisti tutti e guidata dal Partito d’Azione. L’emergenza richiedeva una unità d’intenti per superare la crisi post-bellica. Fino alla svolta in cui De Gasperi decise di assumere in prima persona la leadership governativa ed escludere il PSI ed il PCI dal Governo in considerazione del Referendum Istituzionale Monarchia-Repubblica del 2 giugno 1946.
Nel 1962-64 in pieno boom economico, il leader della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, decise che era ormai il tempo di un rinnovamento del Governo e favorire l’ingresso del PSI, che nel 1956 sotto la guida di Pietro Nenni, fece lo strappo da Mosca non appoggiando l’invasione sovietica dell’Ungheria. L’entrata a pieno titolo del Partito Socialista Italiano quale secondo Partito di Governo, escludeva automaticamente un alleato storico della DC, il Partito Liberale Italiano. Inoltre, molta parte della Destra DC, rappresentata dal Presidente della Repubblica Antonio Segni e da molti altri esponenti non condividevano tale svolta. Nel 1964 ci fu lo scontro istituzionale tra il Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato ed il Presidente della Repubblica. Con il malore del Capo dello Stato avvenuto nel corso di un colloquio con Moro e Saragat (Segretario del Partito Social-Democratico Italiano) proprio sulla composizione del nuovo Governo e sul programma, Segni si dimise ed al suo posto fu eletto proprio Saragat. Unire due Partiti, DC e PSI, profondamente diversi rappresentava sicuramente una trasformazione quasi innaturale. Il PSI era ancora marxista ed ateo.
Negli anni 1975-78, sempre Aldo Moro insistette per l’ingresso del Partito Comunista Italiano al Governo, il così detto “compromesso storico”. Convinse Enrico Berlinguer, Segretario del PCI, in tal senso. La crisi economica disastrosa, i conflitti politici, il terrorismo comunista e fascista, la criminalità comune ed organizzata, l’inflazione oltre il 20% annua, ecc., erano le condizioni per un superamento delle divisioni politiche e per unire gli sforzi al fine di superare e prevenire i rischi di un colpo di Stato simile a ciò che si era verificato in Grecia, Cile ed Argentina. Berlinguer si mostrava relativamente autonomo rispetto a Mosca ed al suo Capo, Leonid Breznev. Ma Berlinguer stesso in quegli anni subì, o pensò di aver subito un attentato durante la sua visita in Bulgaria, e lo considerò come un avvertimento da parte del Servizio Segreto Sovietico, il KGB.
In quegli anni, la guida politica di Aldo Moro, creò le condizioni favorevoli per impedire che una simile ed innaturale alleanza portasse uno spostamento verso destra dell’elettorato. La individuazione del così detto “Arco Costituzionale”, comprendente tutti i Partiti dichiaratamente anti-fascisti, obbligò quasi tutti i Partiti ad isolare il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale e ad annullare i residui dei Partiti Monarchici.
Ma il PCI e Berlinguer non ebbero il coraggio di entrare nel Governo. Il rischio era di perdere elettorato a sinistra in favore di Democrazia Proletaria ed altri Partiti dell’estrema sinistra. I Governi di “Solidarietà Nazionale” di quegli anni, 1976-78 erano Governi democristiani di minoranza e godevano della astensione parlamentare di PRI, PSDI, PSI e PCI.
Nel 1993-94, a fronte della crisi politica generata dallo scandalo di Tangentopoli, dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dalla grave crisi economica e del debito pubblico italiano, ci fu il Governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, già Governatore della Banca d’Italia fino al 1992, che aveva maggioranza parlamentare di PLI, PRI, DC, PSDI, PSI e PDS (Partito Democratico della Sinistra ex PCI) ed il sostegno esterno del Partito Radicale.
Nel 1995, con le dimissioni del primo Governo Berlusconi, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, decise di nominare Presidente del Consiglio Lamberto Dini, il cui Governo tecnico di minoranza era sostenuto da Lega Nord-PPI-Patto Segni-PDS e con l’astensione determinante di Forza Italia.
Con il 2011-12 la crisi economica e del debito pubblico ha consentito di superare le divisioni politiche e realizzare un Governo del Presidente della Repubblica con a capo il Prof.Mario Monti, fresco Senatore a Vita, sostenuto da PDL, Terzo Polo (FLI, UDC e API) e PD oltre ad alcuni Gruppi minori delle Camere.
Ci si chiede, ma in Italia la politica sarà mai matura da poter superare le contrapposizioni senza giungere a soluzioni assolutamente innaturali e spesso deleterie per il Paese?

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