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High Violet de The National: ballate senza sferzate rock

3 Apr 2010 | Nessun Commento | 691 Visite
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The-National-copertinaHigh Violet dei National è un album in balia di onde dai calibri diversi: quelle che lievi spingono verso la riva e quelle violente che trascinano verso il largo. Tra componimenti delicati e struggenti, e graffi elettrici, la band americana regala al suo pubblico questo nuovo lavoro. Undici brani capeggiati dalle armonie sospese di Terrible Love e il lieve incedere di Vanderlyle Crybaby Geeks. Più toni morbidi, che ruvidi fraseggi. La musica dà l’impressione di servire in modo eccelso la voce profonda ed espressiva di Matt Berninger: sembra voler ricreare una sorta di liquido amniotico che protegge e nutre testi viscerali e struggenti. La realtà musicale dei National è basata sul collettivo più che sui singoli membri. Ecco allora gli strumenti della doppia coppia di fratelli Dessner, Aaron e Bryce alle chitarre, intessere trame docili e carezzevoli, mentre la ritmica di Bryan e Scott Devendorf (rispettivamente batteria e basso) provvede ad arginare – e non ad accompagnare – il tempo.

Ficcare in una categoria l’album non è semplice. Intervengono troppe variabili ad impedire che il genere proposto dalla band venga individuato. Alternative, rock, post-punk, difficile inquadrare un gruppo che nello stesso disco spariglia le carte e frulla elettricità, archi, fiati ed elettronica in modo vago. Di sicuro non è difficile rintracciare, lungo i 45 minuti che compongono High Violet, una certa fascinazione per echi new wave. Del resto l’attuale etichetta del combo (la storica 4AD) ha sempre dimostrato di preferire lavori influenzati dall’elettronica, anche se qui scorre celata come un fiume sotterraneo. Il difetto, se così si può definire un indirizzo stilistico, è che High Violet trabocca di ballate e per questo non riesce a incidere, a concedere una sferzata sonora capace di far scalpitare o fremere. La scelta dei National ricade sull’introspezione e sulla fragilità. Un limite che potrebbe presto far dimenticare brani che sembrano uno l’evoluzione dell’altro, senza stacchi espressivi evidenti. Una uniformità di base, insomma, che potrebbe far registrare un passo indietro agli autori di Boxer (2007).

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