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Giuseppe Stampone e Sarnath Banerjee insieme nella mostra “The Third Meaning” inaugurata a New Delhi

23 Gen 2016 | Nessun Commento | 582 Visite
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t1Un dialogo, prima a distanza, poi ravvicinato con il fumettista e regista indiano Sarnath Banerjee, materializzatosi nella mostra ‘The Third Meaning‘ (Il terzo significato) inaugurata a New Delhi, ha segnato il ritorno in India dopo tre anni di Giuseppe Stampone, l’inquieto artista giramondo nato in Francia, ma italianissimo per passione.

Promosso dall’Istituto italiano di Cultura operante nella capitale indiana il progetto, un serrato confronto intellettuale a tutto tondo, ha richiesto alcuni mesi di intenso lavoro ed è stato coordinato con passione da Giuseppe Viola (curatore del Museo Madre di Arte contemporanea di Napoli) e dall’indiano Srinivas Aditya Mopidevi.

Già ospite nel 2012 alla prima Biennale internazionale d’arte di Kochi con una sua installazione (The Perfect World) che aveva al centro un tradizionale risciò a motore alternativa economica del taxi in India, Stampone ha scelto questa volta di intervenire con la seconda delle tre tappe del suo progetto denominato Architecture of Intelligence, avviato solo alcune settimane alla Fiac parigina.

Da parte sua Banerjee ha proposto in sequenza, lungo tutte le pareti della sala espositiva,t4 le tavole originali del suo ultimo lavoro (All quiet in Vikaspuri) in cui l’idraulico Girish,  tecnico altamente qualificato costretto che lavora in un impianto industriale, è costretto a diventare un operaio qualsiasi a causa delle sfide imposte dalla globalizzazione che ha privatizzato la sua fabbrica.

“Sono davvero contento di lavorare con lui – ha raccontato all’ANSA Stampone -. Siamo entrambi molto ironici e provocatori e ci interessa molto svelare alcuni aspetti politici della società a livello culturale ed antropologico. Quando sono arrivato a New Delhi – dice ancora – l’odore dell’aria mi ha preso alla gola. E poi girando mi sono accorto che l’inquinamento ambientale è il grande dramma contemporaneo dell’India, colpa non certo solo delle automobili, ma delle multinazionali che vengono a riciclare qui i loro prodotti contaminanti. E questo inquinamento è tremendamente entrato nella quotidianità del Paese. La mia proposta di Architecture of Intelligence qui – conclude – è proprio il riciclaggio. Mi è stata ispirata dall’usanza indiana di riciclare sempre tutto, anche l’impossibile”.

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