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Giovanni Sollima, il “Jimi Hendrix del violoncello”, trionfa nel 600° concerto dell’Agìmus di Mola di Bari

16 Gen 2018 | Nessun Commento | 1.010 Visite
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imagesCi sono sere che riconciliano con il mondo, riaccendono le antiche passioni, fermano il tempo e danno immediatamente la precisa ed inconfutabile certezza di essere parte di un evento assolutamente unico ed irripetibile; non importa quante volte si è già goduto della maestria dei musicisti impegnati ovvero dell’esecuzione delle opere proposte: taluni concerti segnano a tal punto la nostra anima che non si tarda a definirli accecanti raggi di luce nella opaca quotidianità del nostro piccolo universo di amanti della musica; sono eventi eccezionali a commento dei quali non può che ripetersi semplicemente ed orgogliosamente “io c’ero”. L’inaugurazione della ventiquattresima Stagione – che si preannuncia interessantissima – e la contestuale celebrazione del 600° concerto dell’A.Gì.Mus. (Associazione Giovanni Padovano Iniziative Musicali) di Mola di Bari era già di per sé motivo di festa e di orgoglio; se a ciò si aggiunge che l’evento, inserito nella Rete di musica d’arte “Orfeo Futuro”, come sempre fortemente voluto dal Maestro Piero Rotolo, impagabile direttore artistico ed insostituibile deus ex machina dell’associazione, ha visto sul palco del Teatro Niccolò van Westerhout la presenza di uno dei più grandi artisti dei nostri tempi, comprenderete la nostra malcelata eccitazione, che sarà pienamente condivisa solo da chi abbia avuto la fortuna di assistere in vita sua ad almeno una performance del Maestro Giovanni Sollima; e se la sua presenza a Mola era già di per sé sinonimo di successo, la realtà ha superato ogni più rosea previsione, costringendo gli artisti ad esibirsi in ben due set, entrambi sold out (“faremo il 600° concerto dell’Agìmus ed anche il 601°, nella stessa sera” scherza Sollima). A dividere il palco col Maestro, l’ottimo Settetto degli ApuliaCelloSoloists, costola del progetto dei 100Cellos, la magnificamente folle formazione, creata dallo stesso violoncellista siciliano con Enrico Melozzi, allo scopo di coinvolgere “grandi virtuosi accanto a dilettanti e giovanissimi con l’obiettivo di dimostrare quanto democratico possa essere il “fare musica” se si riscopre e si coltiva la funzione sociale del suono”, che annovera i talentuosi Tiziana Di Giuseppe, Giovanni Astorino, Giuseppe Carabellese, Fabio De Leonardis, Gaetano Simone, Francesco Tanzi e Luciano Tarantino, tutti pugliesi, che, seppur modellati dalle sapienti mani del leader, brillavano già di luce propria. Ma – inutile nasconderlo – gli occhi e le orecchie degli osannanti spettatori erano tutte puntate su Sollima, il quale accettava – come sempre – l’implicita sfida a duello con il pubblico, che dapprima catturava, per poi colpirlo duro allo stomaco, stordirlo ed, infine, vincerlo, dimostrando, ancora una volta, di essere un’inossidabile potenza della natura, un D’Artagnan dei tempi moderni giunto sino alla nostra Corte con i suoi sette moschettieri (come fa pensare il bellissimo gesto di riunire gli archetti alla fine del concerto).
Il – doppio – successo della serata si doveva certamente anche ad una scaletta di fortissimo richiamo, che mescolava brani – già celeberrimi – di sua produzione quali “Violoncelles, vibrez!”, “Natural songbook n.8” “Terra Aria” ed il “Sirtaki Kofto”, dedicato alla Merkel, che nei bis infiammava il pubblico, a pagine di musica colta (ha ragione il Maestro a definirlo un brutto aggettivo) di Elgar (“Nimrod”), Boccherini (“Fandango”), Cirri (“Rondò dal Concerto n.2 op.XIV”), Beethoven (“Allegretto dalla Sinfonia n.7”) e Rossini (la sublime aria “Una voce poco fa” da “Il barbiere di Siviglia”), a estratti della tradizione popolare salentina (“Pizzica di Copertino” e Pizzica indiavolata”) ed armena (“Krunk”), sino a giungere al Maestro Trovajoli (“Roma nun fa la stupida stasera” nell’arrangiamento di Michele Cellaro) e finanche ai Nirvana di Kurt Cobain, presenti con “Smells like teen spirit”, che Sollima presenta come un “madrigale del ‘400 composto a Seattle”; un programma che raccoglieva un caleidoscopio di emozioni fortissime, in cui nessuna piccola pausa era concessa, con il Maestro che, talvolta in assoluta trance mistica, riusciva a tirare fuori delle cose indescrivibili dal suo violoncello, offrendo una prova sublime, di indicibile pathos e strabordante entusiasmo. La sua innata verve esecutiva, che gli ha fatto guadagnare l’appellativo – coniato dal premio Pulitzer, Justin Davidson – di “Jimi Hendrix del violoncello” (celebre, in tal senso, la copertina del suo disco del 2012 “Caravaggio”, in cui riprendeva la famosa effige di “London calling” dei Clash), faceva gridare al miracolo, cossiché, agli occhi dei fortunati astanti, Sollima si trasformava: non era più solo un semplice musicista, bensì un dio pagano del violoncello, sceso tra le genti per spiegare le infinite possibilità del proprio strumento, di cui si serve per produrre suoni di indicibile bellezza: sembrava quasi che il violoncello fosse un’estensione delle sue braccia, una naturale protesi staccatasi dal corpo dell’artista, finalmente riuscito a riappropriarsene per il breve momento del concerto, meritandosi il tripudio finale, che aveva il sapore di una vera, totale ed incondizionata acclamazione.

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