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Genio e sregolatezza: l’ironia arguta di Antonio Rezza conquista il pubblico del Teatro Kismet di Bari

20 Apr 2015 | Nessun Commento | 1.172 Visite
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arCi sono uomini su questo dannato pianeta che riescono ancora a donare una risata al proprio prossimo, giullari che, nella loro evidente follia, sono più vicini al Divino di qualunque altro essere; sono esemplari rarissimi, sia chiaro, ma per buona sorte ne conosciamo ancora qualcuno. Ce n’è uno, poi, che non solo ha fatto della canonica formula “genio + sregolatezza” la propria ineguagliabile cifra stilistica, della irriverenza la propria firma, dello sberleffo il proprio credo, ma che riesce a produrre roboanti esplosioni di risate finanche con il solo movimento delle ciglia o con un insignificante verso. Antonio Rezza è tornato per due sere al Teatro Kismet Opera, straripante come non mai, per chiudere un’altra fortunatissima stagione del teatro barese proponendo uno dei capitoli della sua squilibrata Opera omnia, vale a dire “Fotofinish”, dal 2003 un cavallo di battaglia del nostro, un’icona del Rezza-pensiero, un lavoro che, da solo, può spiegare l’intero universo teatrale di questo Artista assolutamente unico. Un uomo si fotografa per sentirsi meno solo, immaginandosi di essere prima il fotografo e poi il suo cliente, e poi un politico, e poi un ingegnere, e poi un malato, e poi il suo medico e le suore dell’ospedale, e poi una donna ed il suo uomo, che costruisce la sua casa, e poi diventa il cane a guardia di quella casa, in una follia circolare, che non ha fine se non nella consapevolezza di essere solo. E c’è poco da chiedersi chi stia ad incarnare quello strano soggetto che per lo più appare in assoluta solitudine – talvolta rotta dalla muta presenza del bravissimo Ivan Bellavista – sulla scena, quel viso elastico e mutabile che si insinua tra le fessure della scenografia e della nostra coscienza, quella voce così acuta e pungente adoperata per pronunciare parole che, spesso, adombrano una (dis)umanità intrisa di smisurata malvagità, quel corpo perseguitato e persecutore delle ingegnose quanto intuitive e visionarie costruzioni create da Flavia Mastrella (coautrice di tutti gli spettacoli di Rezza), moderne sculture che non riescono a sopravvivere al passaggio di questo novello Attila, quello sgradevole e sgarbato antieroe vittima e carnefice di un prossimo/spettatore odiato a tal punto da infliggergli, probabilmente per purificarlo dal peccato di indolenza che ne ha catturato la mente, ogni forma di angheria: dal lancio liberatorio del vestiario alla “slinguata” sul viso, dalla uccisione sul palcoscenico sino al palpeggiamento “lì dove non batte il sole”, il tutto condito da nudi integrali che a qualcuno hanno fatto storcere il naso. Non c’è modo di offendersi, però, a meno di dimostrare atavica ottusità ed assoluta difficoltà di abbandonarsi alle giullaresche intemperanze di un vero Genio del nostro teatro, così da poter riabbracciare, fosse anche solo per una sera nella propria vita, il proprio primigenio fanciullino, perché ognuno di noi sa bene che quel folle folletto dimora nella nostra stessa natura ma preferiamo tenerlo stipato nella più profonda voragine del nostro spirito magari per celarlo agli occhi degli altri, un primordiale homo habilis che, solo grazie all’intervento dell’opera di Rezza, si slega dalla rete in cui anni, secoli di convenzioni lo hanno costretto e rinasce a nuova vita, finalmente padrone della propria identità e pronto a realizzare la sua personalissima rivoluzione anarchica, l’unica possibile. Noi crediamo che, fosse solo per questo, dovremmo essere riconoscenti in eterno al nostro liberatore.

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