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Ferruccio Parri il capo partigiano dimenticato dalla storia repubblicana

28 Lug 2018 | Nessun Commento | 549 Visite
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Ferruccio ParriFerruccio Parri nato a Pinerolo il 19 gennaio 1890. Con il nome di battaglia Maurizio fu un capo partigiano durante la guerra di liberazione dal regime fascista in Italia, decorato dagli USA con la Bronze Star Medal. Fu il primo Presidente del Consiglio  a capo di un governo politico di unità nazionale alla fine della seconda guerra mondiale. Lo pseudonimo “Maurizio” proveniva dal nome della chiesa di San Maurizio posta sulla cima della omonima collina, nella città natale di Pinerolo.

Laureato in Lettere e filosofia, insegnò al Liceo Parini di Milano e fu redattore del Corriere della Sera. Prese parte alla prima guerra mondiale in qualità di ufficiale di complemento, nella quale fu ripetutamente ferito, meritando tre medaglie d’argento al valor militare, varie onorificenze italiane e francesi, la promozione a maggiore per meriti di guerra. Partecipò come ufficiale di Stato Maggiore alla preparazione della vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto.

In qualità di redattore del Corriere della Sera, sebbene richiesto da Luigi Albertini di restare almeno per un certo periodo, dovette allontanarsi dal giornale per non aver accettato la svolta fascista del quotidiano nel 1925; dovette successivamente lasciare il ruolo d’insegnante per non aver preso la tessera del Partito Nazionale Fascista, necessaria per svolgere la professione. Sospettato dunque di attività antifascista, subì percosse.

Organizzò insieme con  Carlo Rosselli, Sandro Pertini e Adriano Olivetti la celebre fuga di Filippo Turati e dello stesso Pertini in Francia da Savona con un motoscafo guidato da italo Oxilia. Arrestato insieme con Rosselli a Massa, durante il processo davanti al Tribunale di Savona il suo avvocato, Vittorio Luzzati, lo difese ricordando le tre medaglie d’argento conquistate durante la prima guerra mondiale. Parri lo interruppe: «Se considero l’Italia attuale mi vergogno delle mie decorazioni!». Condannato prima a 10 mesi di carcere e poi a 5 anni di confino per attività antifascista, venne relegato a Ustica, Lipari e Vallo della Lucania.

Rilasciato nel 1931, fu assunto come impiegato dalla Edison di Milano, ove dopo poco tempo fu promosso dirigente. Continuò a mantenersi segretamente in contatto con il movimento di Giustizia e Libertà, nato in Francia per opera del Rosselli e di altri, che prospettava la nascita in Italia di una democrazia liberal-socialista.

Con l’invasione dell’Italia successiva all’armistizio dell’8 Settembre, Parri venne subito indicato dai primi gruppi partigiani e dai vari CNL che si andavano formando nell’inverno 1943-44 come la persona più adatta a prendere la guida della Resistenza per la sua capacità di mediazione tra le varie componenti politiche del movimento[, per la preparazione militare e per le sue idee azioniste e repubblicane non estremistiche e quindi rassicuranti per gli Alleati occidentali. Incontrò il capo dei Servizi Segreti americani, Allen Dulles, dopo essere riuscito a oltrepassare il confine svizzero. L’incontro, ufficialmente definito come “molto cordiale”, sebbene non produsse risultati immediati, pose comunque le basi per il riconoscimento da parte anglo-americana dell’esercito partigiano come forza di Liberazione nazionale.

In seguito, con la costituzione delle prime bande armate, egli divenne il leader del Partito d’Azione nei territori occupati e in seguito lo rappresentò nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Con la costituzione il 9 giugno 1944 del Comando generale dei Volontari per la Libertà, una sorta di guida militare dei partigiani, Parri fu nominato vice-comandante, insieme con il futuro leader comunista, Luigi Longo e il generale Raffaele Cadorna.

Il 2 gennaio 1945, Parri venne casualmente fatto prigioniero dalle SS. Condotto a San Vittore dove fu anche duramente percosso, il comandante Maurizio venne riconosciuto da un agente di polizia italiano all’Hotel Regina, sede del comando milanese delle SS, e tradotto successivamente nel carcere di Verona, dove aveva sede il Tribunale Speciale della Repubblica Sociale Italiana.

Poche ore dopo il suo arresto era fallito un coraggioso tentativo di liberarlo: una banda dei GAP di Milano, guidata da Edgardo Sogno aveva fatto irruzione nell’Hotel Regina ma la schiacciante superiorità numerica delle SS aveva fatto fallire il colpo, portando anzi all’arresto dello stesso Sogno che venne poi inviato in un campo di prigionia a Bolzano.

Successivamente, quando il generale Karl Wolff, comandante delle SS in Italia, incominciò a condurre trattative segrete con gli Alleati per una ritirata onorevole delle truppe tedesche dal suolo italiano, gli americani, attraverso Allen Dulles, che escogitò il piano, chiesero come prova di “buona volontà” la scarcerazione immediata di Parri e del maggiore degli alpini Antonio Usmiani. Parri e Usmiani i primi giorni di marzo del 1945 furono liberati e condotti in Svizzera. Allen Dulles incontrò i due ex prigionieri a Zurigo e Parri dichiarò di voler rientrare al più presto in Italia per riprendere la lotta partigiana

Parri rientrato finalmente a Milano fu confermato come rappresentante del Partito d’Azione. Sebbene favorevole alla condanna a morte di Mussolini definì una “macelleria messicana” l’oltraggio riservato a piazzale Loreto al corpo di Benito Mussolini, della Petacci e degli altri fucilati a Dongo. Come ex capo partigiano, disapprovò le azioni delle bande, soprattutto comuniste, che si dedicavano alla “vendetta”, uccidendo i fascisti.

Intanto si era sciolto, su pressione della sinistra, il secondo Governo Bonomi. I colloqui svoltisi fra maggio e giugno fra le sei principali forze politiche del momento (Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, Partito Liberale Italiano, Partito d’Azione e Democrazia del Lavoro) portarono dopo l’affossamento dei nomi di Ivanoe Bonomi, di Pietro Nenni e di Alcide De Gasperi alla scelta di Ferruccio Parri.

Il nome di Parri fu proposto da Leo Valiani affiancato dal socialista Rodolfo Morandi come una personalità intermedia fra le forze di sinistra e quelle centriste presenti nel CNL. Nel nuovo Governo egli assunse ad interim anche il Ministero dell’Interno. Secondo un ritratto che ne fece Indro Montanelli, Parri, appena insediatosi, volle «conoscere tutte le pratiche di cui si stava occupando il Governo» venendone talmente sommerso da non uscire più dal suo ufficio per giorni e giorni, mangiando soltanto pane e salame e dormendo su una branda da campo al Viminale.

Il suo governo, seppur lacerato dagli scontri fra l’estrema sinistra e i liberali, riuscì a varare i primi timidi provvedimenti economici per far uscire il Paese dalla situazione post-bellica: il risarcimento pagato in dollari dagli Stati Uniti per le truppe d’occupazione permise il risanamento delle infrastrutture. La linea perseguita in questo senso dai Ministro delle Finanze Marcello Soleri, Liberale, che morì durante l’incarico, ed Epicarpo Corbino, Liberale, creò, secondo alcuni, le condizioni per il “miracolo economico” degli anni ’50 e ’60. Furono istituiti il Ministero per la Ricostruzione, il Ministero dell’alimentazione e il Ministero dell’assistenza post-bellica. Poco dopo fu varata da Parri la Consulta Nazionale, una sorta di Parlamento scelto dai vari partiti in attesa di libere elezioni, creando il Ministero per la Consulta Nazionale, con il compito di elaborare e promuovere le norme giuridiche riguardanti la Consulta stessa. In seguito venne istituito il Ministero per la Costituente, con il compito di preparare la convocazione dell’AssembleaCostituente prevista dal d.l. 25 giugno 1944, n. 151 e di predisporre gli elementi della nuova Costituzione.

La produzione industriale e agricola si era dimezzata e la Lira era fortemente svalutata, inoltre altissimo era il tasso di disoccupazione e sotto-occupazione. Un altro problema era rappresentato dalla profonda spaccatura tra il Nord, che aveva partecipato alla lotta partigiana, e il Sud, che invece aveva unicamente visto lo sbarco degli alleati ma non aveva partecipato alla lotta armata. Il governo Parri propose impegnative riforme: imposte contro i profitti di guerra delle grandi aziende e una “epurazione” del personale statale compromesso con il fascismo, ma questo suscitò vaste opposizioni. Su Parri ricadde il compito di incominciare a “riciclare” le organizzazioni statali fasciste in nuovi enti per lo stato in via di formazione e di avviare la ricostruzione del paese.

Si rifiutò di considerare il partigianato in via di smobilitazione una categoria a cui lo Stato dovesse riconoscere particolari privilegi pur non nascondendo che la rivoluzione dei CLN dovesse essere in qualche misura istituzionalizzata. La politica della responsabilità promossa da Parri era del resto sollecitata dalle spinose questioni che egli dovette affrontare nel corso dell’estate: la sistemazione del confine orientale, il separatismo siciliano (sostenuto da mafia e banditi come Salvatore Giuliano e a cui Parri rispose spedendo al confino l’indipendentista siciliano Andrea Finocchiaro Aprile e inviando sull’isola le divisioni “Aosta” e “Sabauda”) e gli innumerevoli casi di disordine sociale sparsi per la penisola. Parri fu tra i primi politici a denunciare l’esistenza della mafia nell’Italia meridionale e a proporre una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata.

In politica estera dovette seguire il delicato tema delle trattative di pace: l’Italia era considerata un paese sconfitto e “provocatore della guerra”. Per questo venne esclusa dalla Conferenza di San Francisco dove Parri e De Gasperi, Ministro degli Esteri, tentarono di partecipare. Fu totalmente vano il tentativo di far entrare l’Italia nel novero dei paesi alleati con la dichiarazione di guerra all’ormai sconfitto Giappone avvenuta il 15 luglio.

Anche alla successiva Conferenza di Potsdam, dove doveva essere deciso come risolvere la questione giuliana, ovvero se annettere Trieste e l’Istria all’Italia o alla Jugoslavia, la partecipazione dell’Italia fu esclusa per un veto esplicito posto da Wiston Churchill. A Potsdam la questione giuliana non fu discussa e venne riconosciuto all’Italia di essere stato il primo Paese a rompere l’alleanza con la Germania.

Poco dopo, in seguito a una serie di visite all’estero di De Gasperi, si era giunti a convocare un nuovo tavolo di trattative, con la partecipazione d’Italia e Jugoslavia sulla questione giuliana e sulle colonie italiane (Africa Orientale, Libia e Grecia). Parri espresse solidarietà a De Gaspericontestato dai comunisti di Togliatti vicini invece a Tito. Contemporaneamente alcune sue dichiarazioni di sostegno alle tesi repubblicane gli alienarono il consenso dei Liberali, che guidarono una campagna contro di lui. Benedetto Croce esprimendo il malcontento moderato definì “un forte distacco fra il Paese reale e il Governo”. Contro il Governo si accanì anche il movimento dell’Uomo Qualunque, fondato in quel periodo da Guglielmo Giannini.

Il 22 novembre la crisi esplose definitivamente: i ministri Liberali e democristiani rassegnarono le dimissioni. Il PCI e il PSI non lo sostennero e anche il suo partito non ebbe la forza di contrastare la crisi ormai irreversibile. Il 24 Parri lasciò la Presidenza del Consiglio. Convocò i giornalisti al Viminale e si definì vittima di un Colpo di Stato; poi presentò polemicamente le dimissioni al CLN e non al luogotenente Umberto di Savoia come prevedeva la legge. Poco dopo, nell’ultimo Consiglio dei Ministri, fu convinto da De Gasperi a rettificare le sue dimissioni e a scusarsi per la sua espressione su un presunto golpe. Quindi si recò al Quirinale per dimettersi come voleva la prassi. In realtà l’operazione fu guidata da De Gasperi che aveva l’obiettivo di sottrarre ai Laici il controllo del Governo ritenuto necessario per poter diventare il primo partito. In effetti con il Governo De Gasperi finì di fatto l’esperienza del Partito d’Azione ed i Partiti Laici Risorgimentali diventarono, pertanto, residuali nel panorama politico italiano.

Acclamato all’unanimità segretario del Partito d’Azione nel dicembre del 1945, guidò il partito al congresso del febbraio 1946, caratterizzato dallo scontro fra le due correnti dette “radicali” e “socialisti”. Parri e Ugo La Malfa uscirono dal partito, dando vita alla Concentrazione Democratica Repubblicana, che si presentò alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 con una propria lista: vi risultarono eletti i due principali esponenti del movimento, che decisero poi di aderire al Gruppo Repubblicano in seno all’Assemblea Costituente. Nel settembre dello stesso anno, la Concentrazione Democratica Repubblicana confluì nel Partito Repubblicano Italiano. Fu senatore di diritto nella prima legislatura repubblicana (1948) e votò la fiducia ai Governi centristi guidati da Alcide De Gasperi.

Nel 1953 abbandonò il PRI in disaccordo con la nuova Legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e diede vita con Piero Calamandrei al movimento di Unità Popolare. Unità Popolare ottenne appena lo 0,6% ma sarà decisivo nel far mancare alla coalizione vincente il quorum per ottenere il premio di maggioranza.

Nel 1958 in vista delle imminenti elezioni politiche, Parri si candidò come indipendente nelle liste del PSI risultando eletto, tornando così dopo un’assenza di cinque anni al Senato. Contestò aspramente il Governo Tambroni, che godeva dell’appoggio esterno del MSI.

Nel 1963  il Presidente della Repubblica Antonio Segni lo nominò Senatore a Vita, e si iscrisse al Gruppo parlamentare Misto. Alla fine del 1967 in vista delle elezioni politiche del 1968, lanciò, insieme con alcune eminenti personalità del mondo politico e culturale italiano, l’Appello per l’unità delle sinistre. Alle elezioni molte di queste personalità si presentarono come indipendenti nelle liste PCI-PSIUP. Gli indipendenti eletti al Senato confluirono in un Gruppo parlamentare autonomo denominato Sinistra Indipendente di cui Parri fu il presidente per molti anni, mantenendosi all’opposizione dei vari Governi di Centro-Sinistra che guidarono l’Italia negli anni ’60 e ‘70. La Sinistra indipendente si caratterizzò per essere un gruppo aperto a personalità provenienti dalla Resistenza ma di diversa estrazione politica, religiosa e sociale, in posizione di alleanza critica in particolare con il PCI.

Ferruccio Parri fu anche attore, interpretando sé stesso nel film “Il Caso Mattei” di Francesco Rosi.

Fondò e diresse, in quegli anni, il periodico l’Astrolabio, tribuna da cui condusse campagne per la realizzazione di una democrazia più compiuta e dalla quale denunciò il risorgente neo-fascismo. Considerato uno dei padri della Patria, morì a novantuno anni nel dicembre del 1981.

Riposa nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova, a pochi metri dalla tomba di Giuseppe Mazzini.

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