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LSDmagazine
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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Facciamo la Vigilia di Natale a casa di Michele… (con Peppino Interesse)

24 Dic 2014 | Nessun Commento | 2.065 Visite
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INTERESSE9Innanzitutto e subito, mi tocca rassicurare l’amico-direttore di LSDmagazine Michele Traversa, in preallarme per via del titolo esortativo di questo mio pezzo natalizio: nessuna adunata oceanica a casa sua, almeno per la Vigilia di Natale.

Gli è che, in uno degli accessi alla mia “Grotta di Alibabà” (una specie di archivio ultraquarantennale), mentre rimestavo in un cumulo di “vecchie cartacce”, collezioni e ritagli di giornale, opuscoli e libretti, è nuovamente saltato fuori, proprio in questi giorni, salendo alla ribalta, un esile opuscoletto (pagg. 6) ingiallito dal tempo. Sulla copertina di cartoncino cilestrino, oltre a due immagini sbiadite in bianconero (la foto dell’ipotizzabile “Pirata” e una stilizzata Natività attribuibile alla stessa mano di chi ha scritto il testo), spicca, in rosso porpora, il titolo, completato da qualche necessaria precisazione del caso. Si tratta di un esilarante testo dialettale, che il suo Autore titola così: <<LA VESCILIE DE NATALE ALLA CASE DE MECHELE – dialetto barese – di Peppino Interesse>>.

Ne avevo già scritto il 31 dicembre 1975 su Meridiano Arte, la pagina di lettere ed arti che il compianto direttore Angelo Nitti mi consentiva di curare per Meridiano Sud, il suo “Quindicinale contro la disinformazione di massa”.

Dopo tanti anni mi è gradito attardarmi ancora a sfogliare questo “poemetto minore della baresità”, stampato dalla <<Tip. N. Colella – Via Altamura, 20 – Bari>> nel 1949. Il prezzo è di L. 25 e – si apprende – un tal Lidio Gattone Celli, organizzatore per la pubblicità, è riuscito (somma impresa!) a procurare, per coprire evidentemente le spese di stampa, ben 8 (dico: otto) inserzioni promozionali di varie e premiate ditte.

Così, su questo opuscolo, i Magazzini Triggiani, <<tessuti – vasto assortimento>> alla scesa di S. Michele, reclamizzano i loro corredi da sposa; il Dott. Comm. Giuseppe Rubino, medico chirurgo – dentista con studio in via Nicolai 39, <<augura alla sua spett. clientela un Buon Natale e nuovo Anno; lo stesso fa La Casa del Tessuto del Dott. Giuseppe Cea; il parrucchiere per Signora Scarpa, con la sua profumeria sita all’annesso del Teatro Petruzzelli, <<premiato concorsi nazionali ed internazionali e dall’Istituto Club Artistico di Parigi per la coppa mondiale 1947-48>> annuncia il lancio della moda per le acconciature 1950.

<<Il vostro apparecchio radio è guasto? Telefonate al n. 14963>> suggerisce la ditta C.A.R.A. dei F.lli Bagnardi, venditori di dischi, fono tavoli e carish (probabilmente il riferimento è ai microsolchi in vinile della neonata Casa discografica Carish, fondata nel 1949 da Alberto Carish).

<<…t’abbesogne na cammise? …ue na gravate pe parè cchiù berefatte? …o nu mbrelle e reggipette?>> Non ti resta che andare dal Cav. G.nni Mercoledisanto, abbigliamento in genere, via Argiro 41.

Ed ecco, per finire la rassegna pubblicitaria, due rinomate pasticcerie. <<Ci da Boccia u cavalljire / ch’è patrune e pasteccjire, pe na volte ddà vu sciate, / certamente reternate>>: si tratta della Pasticceria Rex in via Calefati. La Pasticceria Scaturchio in via Putignani 90 <<ie u cafè de prime piane, / porte u nome du Settane; / ie u radune de l’artiste, / professure e giornaliste. / …Da Scaturchie Don Armande, / Ue! Cherrite tutte quande>>.

E’ mia supposizione che tutte le menzionate réclame in versicoli (la pubblicità è l’anima del commercio e, in questo caso, un aiuto alla poesia!) siano da attribuire all’estro dello stesso autore de “La Vescilie de Natale”, il quale, in questo modo, senza volerlo, ci offre, oggi, uno spaccato della nostra città di Bari e del clima di attivismo commerciale e culturale di quegli anni. Scopro, intanto, indagando a 360 gradi, che il c.d. “organizzatore per la pubblicità” Lidio Gattoni Celli, al quale va dato riconoscente merito per aver reso possibile la stampa del lavoro del nostro ventiquattrenne poeta vernacolare, era un carissimo amico di Peppino.

Ma, gustato il “contorno” al piatto forte, è tempo di affondare decisamente i denti nella succosa polpa ed inoltrarsi nella sapida lettura del testo in vernacolo barese scritto da Giuseppe Interesse (che fin qui abbiamo conosciuto con il nome ipocoristico di Peppino), autore una volta a me perfettamente sconosciuto, ma che oggi si rivela, per puro caso, come il padre del mio amico scrittore e giornalista Italo Interesse, degno figlio di tale padre.

INTERESSE3Giuseppe Interesse, nato a Carovigno (Br) il 25 marzo 1925, visse sempre a Bari, città a cui fu legatissimo, dove, alternando l’attività di maestro elementare a quella di poeta, drammaturgo, saggista e pittore, si spense nell’agosto del 2012. Oltre a “La Vescilie”, di Lui ricordiamo la satira in vernacolo “Mechele, u pirate ballerine”, le liriche dialettali pubblicate sul settimanale satirico Papiol, le partecipazioni e le menzioni conquistate in concorsi nazionali di poesia in vernacolo (con la lirica “U cazzavone e la remmodde”) e in lingua italiana (con la poesia “Benaco”), la commedia dialettale in tre atti “La Legge Merlin” (di cui sono fortunato possessore di una copia). Non meno interessante la sua produzione saggistica con il compendio “La storia di Bari”, l’opuscolo divulgativo “La Puglia e il suo capoluogo” (ad uso della scuola elementare), il saggio sulla passione di Cristo “Dal Getsemani al Golgota”, la ricerca sulle tradizioni pugliesi “Puglia mitica” (dei proverbi, dei guaritori, dei soprannomi, degli scongiuri, del campanilismo,del tarantolismo, della licantropia, del pane fatto a casa, degli arnesi in disuso, di quando si nasceva in casa, della festa di Sant’Antonio abate), che, sempre per i tipi dell’editore Schena di Fasano, dopo la pubblicazione del 1983, conobbe una bella ristampa nel 1993. Suoi inediti sono: “L’epopea del Generale Ottavio Tupputi” (saggio storico), “U casine nganne a mmare” (commedia), “Cigere e semjinde” (raccolta di giochi enigmistici, indovinelli e barzellette), “Il padre di Brunella” (racconto), un lavoro sugli Ulivi (rimasto incompleto).

Interesse, come abbiamo già detto, fu anche pittore autodidatta e partecipò, fra il 1959 e il 1984, a diverse collettive, conquistando medaglie e coppe.

 

Mi diverte molto rileggere “La Vescilie”; mi fa tornare in mente un cenone di Natale di non so quanti anni fa, quando, in famiglia, radunati intorno alla tavola imbandita con ogni sorta di bendidio, ne abbiamo riso di gusto e ricavato un momento di sana spensieratezza.

Ed è così – sarà per allegria, sarà per nostalgia, sarà per compagnia – a distanza di tanto tempo, mi è venuta l’idea di ripassare e… passare “La Vescilie de Natale alla case de Mechele”, per regalare questo indimenticabile cenone barese ai miei 4 lettori e 1/2, allietati dalla vèrve e dalla farsesca poesia di Peppino Interesse.

Entriamo, dunque, in punta di piedi, in questa ormai “famosa” casa per curiosare e familiarizzare con i personaggi. Non abbiamo neppure bisogno di bussare: la porta è aperta.

Chedda casa de Mechele

ie na torre de Babbele.

Appennute a le cendrune

stonne, sjinde: le calzune,

la sciammerghe, la sciaprette,

na cammise e na giacchette,

nu mannile, nu collette,

nu cappjidde, u reggipette,

nderocrisme e tanda sande,

po, pezzinghe le mutande.

A nu queste sta n’arnale

aschennute do giornale

e cchiù drete na presate

de le figghie du pirate.

L’Autore introduce il suo personaggio più caro: Mechèle, u pirate ballèrine, persona realmente esistita, un commerciante non granché in arnese, ma dotato di grande estro “artistico” e sempre vestito con somma eleganza, così come a noi appare sulla copertina dell’opuscolo.

INTERESSE2Nella nota (1), a piè di pagina, Interesse s’incarica, poi, di tradurre presate con: cacca, puppù, feci, escrementi, scorie. Sicuramente altri termini (cendrune = grossi chiodi; sciammerghe = giacca; mannile = asciugamani; arnale = pitale; ecc. ecc.) potrebbero risultare oscuri a chi non ha dimestichezza con il dialetto barese, ma a loro, per il momento, mi sento solo di suggerire di ingaggiare un volenteroso interprete, prendendo personale impegno di curare, a richiesta, una traduzione del poemetto con testo originale a fronte e una versione sceneggiata.

 

Alla destre vite u ljitte

e a mangìne na marmitte

cu petrolie pu fanale,

po la vanghe e stevale;

u comò, le colonnette,

cose rotte e bigiglette,

la credenze, u pane, u rise,

maccarune, fave e prise.

 

Con ineccepibile puntualità Interesse ci informa, nella nota (2), che prise è un capace recipiente cilindrico, con un diametro di cm. 20 e con 35 cm. d’altezza, che raccoglie le puppù di cui sopra.

Ma andiamo avanti.

 

Oldre a  tutte stu ciambotte

de pestrigghie e sjigge rotte,

jinde a cudde camarine,

quande o skadue de cerine,

u presebbie nge veleve

che la grotte e che la neve,

e ua mise Micheline,

ie Natale cra matine.

Ji non vogghie fa peccate

ma u presebbie du pirate,

senza mbrugghie, asatte, asatte,

v’agghia disce come è fatte.

Sopa, sope a na mendagne,

sta la tele de nu ragne,

ma Mechele u lassa fà

e nge porte da mangià

mosche, cìmece e meddìche,

le zambane e le fermiche

e à ditte o figghie granne:

– ji te spezzeche le gamme,

ce m’accite stu chembagne

ce va rumbe u…[cazze] o ragne

ca ma va pertà fertune,

po ciù sape? Le miliune.

E chiù sotte na crestiane

senza cape e senza mane

che na ceste d’ove nguedde

e apprjisse na uagnedde

che nu pjitte provocande,

che na facce de bregande,

e o queste sta u pastore,

chiù na dà nu cacciatore

cu fecile e le cartucce,

po nu moneche cu ciucce,

nu uagnone cu panare,

po chiù drete u zambugnare

ca però, ie na vergogne,

s’à scherdate la zambogne.

 

Soddisfatte le esigenze di scenografia natalizia, Michele, il padrone di casa, si è poi preoccupato della sostanza (il Natale pagano dei Baresi) ed è uscito a fare la spesa. Mal gliene incoglie: assistiamo alle disavventure che gli capitano grazie a… un capitone restio a finire in pentola e a una gatta golosa.

 

Mo Mechele, ca v’assute,

à cattate u pesce crute,

le chiacune e iaccetjidde,

pulpe rizze e vermecjidde;

le ngadduse, u capetone,

nusce, vicce e prevelone.

So passate l’une e mmenze

e Mechele, pe d’adenze

a la gatte canarute

ca chiamende u pesce crute,

da le mane ngia sfesciut,

e po doppe s’aschennute,

andevine? u capetone,

ca nge goste nu milione,

e s’à mise a gastemà

e sta grite pe chiamà:

Ue Mengucce! A tte Carmele!

Vjine, puerte na cannele;

tu achiudeme u pertone,

à fesciute u capetone;

fusce, pigghieme l’acchiale,

appecciademe u fanale,

reveldate le stevale,

ua m’acchià, pu Sagramende!

Chiamendate attendamende

sotto ljitte e sotto rise,

reveldate pure u prise;

tu Carmele, citta citte,

acchiamjinde la marmitte,

po revuelde u galettone,

maledette o capetone.

Tu Mengucce iabre l’ecchie,

ji appizzeche le recchie;

a ciu iacchie u capetone

nge regaleche nu done;

damme, pigghie u revolvèrre

pe combatte e fa la uerre

che stu chiaveche de pesce,

accattate da via Bbresce.

Pim, pum, pam, u so colpite!

Hurra! grite, u so ferite;

ue Carmè, fammocche a sorde,

fusce, annùsceme na corde

e prepare na prigione

pu signore capetone.

Ma u povere Mechele

che Mengucce e che Carmele,

pe d’adenze o capetone,

onne perse u prevelone,

pulpe rizze e pesce crute,

ca la gatta canarute

s’à mangiate e se n’è sciute.

 

Alle quattro di pomeriggio finalmente ci si può sedere a tavola.

 

A’ scresciute e so le quatte

e Carmele à fatte u piatte;

chiame u figghie e po u marite,

disce: jè pronde; e me venite

a mangià sti vermecjidde

senza suche de lardjidde.

Ma pu fatte de la gatte

u pirate allasse u piatte,

ma Mengucce s’avvecine

e nge disce a Micheline:

me papà non uè mangià?

Tu sta pjinze angore ddà?

Non d’adenze; bive u mmjire;

tjine, tjine stu becchjire;

bive, bive, fa nu gnutte

de resolie e de vermutte.

E mo mange stu terrone;

mamme! puerte u capetone,

carteddate e ghjimmerjidde

castagnedde e iaccetjidde,

e ji vogghe da Coline,

da Petrucce, da Rosine,

da ze Peppe e don Carlucce,

da Denate e zi Concette

p’avvesarle che a le sette,

a ma nasce u bammenjidde

tra le sceche e zimbarjidde.

INTERESSE1Dopo aver desinato, si scambiano le visite, secondo l’usanza, e parenti e amici si riuniscono per giocare e per “nascere il Bambino”. Così, anche in casa di Michele, arrivano gli invitati.

So le sette, onne arrevate

tutte quande le mbetate

– Buena sere a tte, Carmele! –

– Come sciame, mba Mechele! –

– Oh! simpatico Minguccio,

non saluti don Carluccio? –

– E’ permesse? – Avande, avande –

– Buena sera a tutte quande –

– Me scecuame o zimbarjidde –

– Sciate a pigghie l’accetjidde –

– Desce e uette so digiotte,

ji patrune e tu si sotte –

– Ue mbregghione, so vindune,

tu si sotte e ji patrune –

– Senze invite, cusse a mè,

che l’avanze tutte a tte –

– Pe Mechele! Quatte, nove,

digiasette, diciannove,

vindiquatte, vindinove… –

– Me! lassate u zimbarjidde,

ca ma nasce u Bammenjidde –

– Ngenecchiadeve e pregate,

Criste è nate; e mò candate:

na, na; na, na

e… [‘n cule] a tatà

che à fatte la spese

pe dange a mangià.

Na,na; na, na

e [‘n cule] a tatà,

è nate u Bammine

alla case de Masine.

Mo vene u Natale

e terrise non tenghe

e sciame alla chiazze

e fascime a credenze;

e doppe de quinnece dì

vene la iose alla casa mì.

Gesù Bammine mì

non fasce nuddaaaaa,

alla gloria to,

s’à rutte u tubbaaaaa.

E’ questa una tradizionale cantilena natalizia di apparenza prosaica, ma che rivela un modo tutto barese di concepire il Natale come festa dell’abbondanza anche in casa dei più poveri, a costo di indebitarsi, di fare, cioè, le cheppune.

Gesù Bambino viene portato in processione per la casa tra candele e scoppi di piccoli petardi. Ma a Michele è riservata ancora un’amara sorpresa, un altro guaio.

 

E pe tutte mo Carmele

mette fore le cannele;

tricche e tracche e le fendàne,

trendacinghe bombe a mane

e po doppe cu Bammine

vonne atturne o cammarine,

quanne u figghie du pirate

pe d’adenze a mba Denate,

s’avvecine a le basjitte

longhe longhe, fine o pjitte,

du uattane e nge da fueche

che la fiamme de la cannele

ca v’avute da Carmele.

Chiange e disce mo Mechele:

Disoneste! Rucche rucche!

me sta brusce la parrucche.

Le basjitte me st’appicce?

tagghia accite pe stu ‘mbicce.

Mangiapane a trademjinde,

curre, curre, come o vjinde,

fusce, chiame le pombjire,

nu dottore e nu nfermjire,

ce peccate! Stu Natale,

ji mu passeche o spetale.

 

E’ l’epilogo de “La Vescilie”, una vigilia di Natale emblematica per gli anni in cui Interesse l’ha ambientata, ma oggi un po’ improbabile, obsolete ormai certe tradizioni.

INTERESSEComunque permettetemi di aggiungere, infine, che la riproposta di questo testo, a parte la particolare e lieta occasione natalizia, va ad inserirsi nel clima di risveglio e rinnovato interesse per le tradizioni locali e per la produzione letteraria dialettale, che, a Bari, annovera poeti e scrittori come Francesco Saverio Abbrescia, Davide Lopez, Antonio Nitti, Alfredo Giovine, Vito Maurogiovanni, Giuseppe Solfato, Vito De Fano, Nicola Gonnella, Peppino Franco, Vito Barracano, Gaetano Savelli, Peppino Santoro, Marcello Catinella, dei quali non è detto che non si possa parlare un’altra volta.

Bari, insomma, nel corso dei secoli, lo sappiamo bene, ha avuto decine e decine di innamorati, amanti e spasimanti, più o meno segreti, oltre, cosa nota, all’unico fidanzato ufficiale, Alfredo Giovine, dichiaratosi espressamente nella sua dolce e breve lirica “BBare la zita mè” (U-amòre mì sì TTu. / Ì pènze sèmb’a TTè / BBare du core mì / Tu sì la zita mè / E qquann’arrive magge / Ì sènghe atturn’a mmè / Ca l’arie, mare e rrose / Addorene de Tè).

Per ultimo, una postilla: ho voluto mantenere intatto e integro il testo di Interesse, qui riproposto, limitandomi a purgarlo, senza pedanteria, solo da quelli che, nella pubblicazione originale, mi apparivano come errori di stampa.E non si adombrino, al solito, gli appassionati e irascibili cultori della baresità (e amici carissimi) Felice Giovine (Centro Studi Baresi – Accademia della Lingua Barese) e Gigi De Santis (Centro Studi Don Dialetto), se non ho provveduto a riscrivere “La Vescilie” utilizzando il modello convenzionale di scrittura proposto dall’indimenticabile Alfredo Giovine (demologo e linguista, oltre che poeta) nel suo “Il Dialetto di Bari” (Grammatica-Scrittura-Lettura), pubblicato, con aggiornamenti e integrazioni, dal figlio Felice, lasciando correre persino la sempre incriminata semiconsonante < j >.

 

Per fortuna non tutto viene dimenticato dagli uomini e finisce al macero.

Infatti, grazie a chi conserva conoscendo il valore inestimabile di ogni opera dell’ingegno umano, oltre che la copia in mio possesso e quella custodita dalla Famiglia, almeno un’altra copia della pubblicazione “La Vescilie di Giuseppe Intesesse (entrata nel Catalogo bibliografico dialettale barese curato dal Centro Studi Don Dialetto con il titolo corretto in: “La vescìgghie de Natàle a la case de Mechèle”) è conservata e consultabile presso – udite, udite! – la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Non Bari, Firenze. Sì, proprio Firenze, là dove ’l sì suona (per dirla col Sommo Poeta, Padre della Lingua nostra).

[Le foto provengono dal mio Archivio o dall’album della Famiglia Interesse; le immagini del capitone e della copertina di “Puglia mitica” sono state riprodotte dal Web.]

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