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Euro 2008, le “società” delle semifinali: Turchia

24 Giu 2008 | Nessun Commento | 7.899 Visite
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Santa Sofia e Istanbul

 Un occhio speciale per la Turchia, un popolo nobile dalle origini nomadi su una terra suggestiva e ricca di storia.

Estensione: 779.452 km²; abitanti: 71.158.647; densità: 92 abitanti per km² ; tasso di natività: 1,04%; paese a maggioranza (99%) musulmano sunnita (la religione cessò di essere di stato nel 1928); Prodotto Interno Lordo (PIL) pro capite: 5.030,20 $ USA.
La Costituzione del 1982 proclama che lo scopo supremo dello stato è «l’esistenza perenne, la prosperità e il benessere materiale e spirituale della Repubblica di Turchia». Esalta la «supremazia assoluta della volontà della nazione», presupponendo che questa abbia un carattere omogeneo. I diritti fondamentali dei cittadini sono quindi una semplice funzione dello stato, emanano da questo, uno stato la cui sovranità sul popolo è garantita in ultima istanza dal ruolo tutelare dell’esercito.
 La Turchia è amministrativamente suddivisa in 81 province (iller, sing. il) raggruppate in otto regioni, governate da un governatore.

ISTITUZIONI POLITICHE E PRINCIPALI PARTITI- Sorta dalle ceneri dell’impero ottomano nel 1923, la Turchia è una Repubblica parlamentare. Le sue istituzioni sono tuttavia fortemente condizionate dalle forze armate, il cui ruolo politico è stabilito nell’ultima Costituzione del 1982, emendata nel 1995.
 Il presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento con un mandato di sette anni, nomina il primo ministro e, su indicazione di questi, un consiglio dei ministri. Il primo ministro viene scelto di norma nella persona del leader del partito o della coalizione di maggioranza. Oltre che al Parlamento, l’esecutivo deve rispondere della sua attività al Consiglio di sicurezza nazionale, composto da tre membri nominati dalle forze armate con funzioni consultive e di supervisione.
 Il potere legislativo compete alla Grande assemblea nazionale (Türkiye büyük millet meclisi), un Parlamento unicamerale composto da 550 membri eletti a suffragio universale ogni cinque anni. Il diritto di voto è esteso a tutti i cittadini a partire dai 18 anni di età.

Türkiye büyük millet meclisi

 L’ordinamento giudiziario prevede una Corte costituzionale, i cui membri sono nominati dal presidente, e una Corte d’appello, eletta dal Consiglio supremo dei giudici e procuratori. La pena di morte è stata completamente abolita nel 2004.
 Il sistema elettorale turco prevede una severa soglia di sbarramento nazionale del 10%. A superarla, nelle elezioni legislative del 2007 sono state solo tre formazioni: il Partito della giustizia e dello sviluppo (Adalet ve Kalkýnma Partisi, AKP; islamici moderati), il Partito repubblicano del popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP; moderati) e il Partito di azione nazionale (Millyetçi hareket partisi, MHP; estrema destra), emanazione della formazione paramilitare dei “Lupi Grigi”. Del nuovo Parlamento turco fanno parte anche 26 deputati indipendenti (erano 8 in quello scorso) eletti su base provinciale; gli indipendenti sono eletti in gran parte dalla comunità curda delle regioni sudorientali.

ECONOMIA – Il sistema economico turco si è basato a lungo sull’agricoltura, più sviluppata lungo le coste e arretrata nelle regioni interne, e su una piccola industria di trasformazione dei prodotti agricoli, rivolta quasi esclusivamente al consumo interno. La modernizzazione del sistema, avviata negli anni Cinquanta del Novecento, si è intensificata nel decennio successivo attraverso una serie di piani nazionali, che hanno privilegiato i settori agricoli più avanzati e stimolato lo sviluppo dell’industria di base e meccanica (in particolare macchine agricole e autoveicoli). Negli anni Ottanta la crescita economica è rallentata, mantenendosi tuttavia su valori positivi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Negli ultimi anni, ai nefasti effetti della crisi finanziaria dei mercati asiatici si sono aggiunti gli ingenti danni causati dai sismi che hanno colpito le regioni nordoccidentali, le più sviluppate del paese. Ma l’economia ha risentito anche dell’instabilità politica e dell’estesa corruzione del sistema politico e finanziario: negli ultimi dieci anni, il debito dello stato è passato dal 30 al 65% del prodotto interno lordo. Entrato in una fase recessiva nel 1999 e funestato da un’altissima inflazione, nel 2000 il paese ha dovuto ricorrere a un ingente prestito del Fondo monetario internazionale.

LA SOCIETA’ TURCA TRA ESERCITO E PARTITI ISLAMICI
 Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e la crisi da questo scatenata lungo la frontiera turco-irachena hanno riavvicinato le due anime, civile e militare, dell’esecutivo, rappresentate dal presidente della Repubblica Abdullah Gül e il capo di stato maggiore Yasar Büyükanit. Ma l’antagonismo cova sotto la cenere. Una foto, pubblicata in prima pagina da tutti i quotidiani appena un mese prima, lo testimonia con chiarezza: mostra l’accoglienza riservata al presidente Gül di ritorno dal suo primo viaggio ufficiale all’estero in compagnia della moglie. Nel comitato d’accoglienza, all’aeroporto, un generale gira le spalle ai civili; la signora Gül porta un foulard – oggetto del contenzioso. Per non «provocare», spesso non partecipa alle cerimonie ufficiali presenziate dal marito. Il conflitto tra il governo di Recep Tayyip Erdogan (Akp) non rinnega le proprie radici musulmane, e l’esercito, che si considera la punta di diamante del campo kemalista risolutamente laico, si è evidenziato a più riprese dall’autunno 2007. La vittoria elettorale dell’Akp e l’elezione alla presidenza dell’ex ministro degli affari esteri di Erdogan, che i kemalisti volevano a tutti costi evitare, hanno cambiato i rapporti di forza tra le due fazioni. Per la prima volta, l’Akp controlla i due rami dell’esecutivo e dunque la presidenza, considerata il baluardo difensivo dell’eredità di Mustafa Kemal Atatürk. Il predecessore kemalista di Gül, Ahmet Necdet Sezer, un rigoroso giurista, aveva opposto il veto a molti progetti di legge e a diverse nomine del governo. Non stupisce quindi che i militari volessero impedire a Gül di succedergli.
 La situazione è dunque delicata, in perenne bilico tra la definizione della laicità dello stato, e l’estrema religiosità di alcune fazioni ora più che mai in posizioni maggioritarie. Tuttavia, l’una e l’altra sembrano mettere in secondo piano i diritti umani del cittadino e tra questi la libertà d’espressione e di culto (lo stato turco vieta l’esposizione di segni religiosi in luogo pubblico), per non parlare della discriminazione subita dai cittadini di origine curda. Tuttavia non si può parlare della Turchia come uno stato involuto, si pensi ad  esempio ai grossi passi avanti fatti sul tema dell’amancipazione femminile e sulla svolta modernista promossa in prima istanza dallo stesso Ataturk e proseguita con effetti di assoluto rilievo dai suoi successori. Liberatosi dell’ombra dell’oscurantismo religioso il popolo turco è cresciuto notevolmente sul piano civile, dell’istruzione e della cultura, giungendo a rivendicare a buon diritto (fatte le dovute precisazioni) l’ingresso nel panorama sociale della comunità europea. 

Ocalan

 LA QUESTIONE CURDA – Pur non partecipando direttamente alla guerra del Golfo, la Turchia sostenne la coalizione capeggiata dagli Stati Uniti per liberare il Kuwait invaso nell’agosto 1990 dalle truppe irachene. La violenta risposta dell’esercito di Saddam Hussein a un tentativo di sollevazione attuato dalle popolazioni curde del Nord iracheno causò alla fine del conflitto un drammatico esodo verso la Turchia, che aggravò la già delicata situazione delle regioni sudorientali dell’Anatolia a maggioranza curda.
 Dal 1984 una guerra non ufficiale oppose infatti il governo di Ankara ai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un gruppo di ispirazione marxista capeggiato da Abdullah Öcalan. Nato in seno al movimento nazionalista curdo, il PKK intraprese una lotta armata rivolta a istituire uno stato curdo indipendente. Nel 1995, l’esercito turco scatenò una vasta offensiva militare contro la guerriglia curda, penetrando per 40 chilometri in territorio iracheno. Tuttavia, i forti colpi inferti alla guerriglia non risolsero il problema politico costituito dai rapporti tra stato turco e minoranza curda, le cui conseguenze varcarono le frontiere della Turchia investendo le stesse relazioni internazionali di Ankara. Il conflitto causò peraltro, in poco più di dieci anni, migliaia di morti e un esodo verso le periferie delle grandi città di circa due milioni di persone e comportò una forte limitazione dei diritti civili e politici, che colpì partiti politici legali (come il partito curdo Hadep), associazioni per i diritti umani, giornalisti, intellettuali: tacciati di contiguità con il PKK, essi furono sottoposti a una severa repressione da parte delle autorità turche. 
 I continui conflitti causarono il rinvio ripetuto dell’ingrasso nella Ue, a causa dei pareri negativi di molti dei paesi membri (è giusto dire che per molti rappresentanti dei Paesi europei la pregiudiziale è legata più a motivi religiosi e non ai diritti umani). Alla fine del 1998, la questione curda e il contrasto con l’Unione Europea si riproposero con la complessa vicenda che ebbe per protagonista Öcalan, il presidente del PKK. Da tempo ricercato dalle autorità turche e costretto a lasciare la Siria e poi la Russia per le forti pressioni esercitate dalla Turchia sui governi dei due paesi, Öcalan approdò in Italia con l’intento di lanciare al governo di Ankara una proposta di pace. Costretto a riprendere la fuga, il leader del PKK venne catturato a Nairobi da agenti del servizio segreto turco; condannato a morte dopo uno sbrigativo processo interdetto alla stampa, Öcalan rilanciò l’offerta di pace annunciando contestualmente la sospensione dell’attività armata e il ritiro dei combattenti del PKK dalla Turchia. La pena per il leader curdo è stata converita all’ergastolo nel 2002 dopo che la Turchia aveva abolito la pena di morte.
 Gli ultimi sviluppi parlano di un riacutizzarsi alla frontiera degli scontri tra curdi e turchi, questi ultimi si sono resi protagonisti di offensive nelle quali si sono conteplati lanci di missili che hanno casusato centinaia di morti nei villaggi curdi.

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