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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Eluana un dramma della solita solitudine

11 Feb 2009 | Nessun Commento | 6.173 Visite
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  stato-socialeSi spengono i clamori, nel sottofondo di ogni discorso se ne avverte appena l’ombra, lo stesso mirabolante impeto con il quale i nostri uomini di peso hanno affrontato la questione resta appena avvertito, rimane soltanto uno strano caso di coscienza nel palinsesto di Canale 5 (Matrix ci mancherà?), eppure per giorni non s’è parlato d’altro, eppure nelgi ultimi tempi nessun caso ha interessato tanto l’opinione pubblica quanto quello di Eluana Englaro. Battaglie ideologiche, battaglie confessionali, politiche e giurisdizionali, battaglie di coscienza; battaglie con forse eccessiva dispersione di energia per quello che è un caso al tal punto delicato che, forse, un momento di riflessione in più da parte di tutti avrebbe sicuramente giovato.
Un momento di riflessione in più, auspicabile ora più che mai, su cosa sia in realtà una vita e soprattutto su cosa sia l’amore per la vita. Riflessione che, se mai ci sia stata, ha attinto alle risposte più comode quelle che facevano perno da un lato sulla dottrina semplificata, dall’altra su una cinica biologia. Cos’è dunque amare la vita?  Impedire a tutti costi che l’alimentazione del corpo venga staccata ignorando i patemi e le sofferenze di chi a quel corpo resta accanto ormai da anni o insistere sul concetto di dignità dell’uomo in quanto essere che si realizza nelle sue azioni e non nello stare fermo, ancorato ad un letto per il resto della sua esistenza? Entrambe le posizioni mancano di una certa “pietas”  ed incredibilmente dimenticano il nodo focale della questione: la solitudine.
 Ciò che ha spinto Peppino Englaro alla sua scelta è stata la solitudine, sua e della sua famiglia (e delle suore che sono state accanto ad Eluana in questi anni) nell’affrontare questo estenuante compito, nell’assistenza costante e soprattutto nell’affrontare giorno dopo giorno la sua coscienza, di certo tumefatta dalle continue lotte tra la speranza di una miracolosa guarigione e la certezza di una figlia che giace senz’anima. Ma Peppino, tutto sommato, rappresenta un caso “privilegiato”, i clamori e le cure delle suore hanno spesso dato un minimo di ristoro a questa soverchiante solitudine, non è stato e non è così per altri 3000 casi come quelli di Eluana e per loro solo silenzio.
 Il silenzio, quello auspicato da capo dello Stato, mai come adesso inopportuno. Di tutte le parole sprecate attorno alle battaglie succitate, nessuna ha riguardato questa estrema solitudine, la solitudine di un malato a cui la nostra società non riesce a dare conforto. Adesso che i riflettori si spengono questo silenzio comincia ad avvolgerci proprio nel momento in cui dovremmo invece urlare, denunciare che oltre ad Eluana esistono 3000 altri casi, che oltre a questi numerossimi altri casi riguardano altri malati, fisici ma soprattuto psichici, gente lasciata “sola”, gente che è difficile a volte rintracciare perché nascosta intimorita nelle pieghe della nostra società: malati terninali, anziani che non riescono ad arrivere alla fine del mese e sono costretti a rubare come in un vecchio film di De Sica che qualcuno accusò di mostrare un volto non edificante dell’ Italia (anni ‘ 50, Andreotti), anziani benestanti ma soli, giovani confusi che scelgono l’alcool, la droga, le diete estreme e che non riescono a comunicare il loro dolore se non a muri indifferenti di umanità troppo distratta per le contingenze economiche; giovani soli che semplicemente non riescono a costruirsi un futuro tanto esigue sono le loro entrate.
Sarebbe altresì opportuno che lo stesso fervore che ha animato i discorsi politici di questi giorni, che la stessa tempestività con cui si è preparato il famoso decreto “salva Eluana”, fossero impegati adesso per intervenire sulla solitudine di milioni di anime che di certo sono più recuperabili (e per questo non me ne voglia nessuno) di quella della povera ragazza. E invece silenzio.
 In Danimarca, lo Stato affianca la vita del cittadino dalla sua nascita fino alla sua morte, le strutture sanitarie garantiscono una tale assistenza da procurare agli indigenti tutto il sostegno di cui necessitano sia dal punto di vista materiale che psichico; lo stato sociale danese garantisce sostegno ai nuovi nati, la possibilità di studiare gratuitamente fino al compimento degli studi universitari e l’inserimento nel mondo del lavoro (così che con le tasse possano i neo-lavoratori restituire quanto devoluto dello stato e permettere ad altri studenti di completare i loro studi), per chi non riesce ad introdursi o viene licenziato garantisce un sussidio dignitoso ed una costante presenza per favorire il reinserimento nel mondo del lavoro; sostiene gli anziani fornendogli di assistenza domiciliare con un personale numeroso e preparato (“badanti di Stato”); interviene sin dai banchi di scuola per individuare situazioni di disagio sociale sulle quali intervenire per porvi rimedio. Qualcuno parlerebbe a questo punto di peso eccessivo dello stato sociale (un bello slogan dell’Europa Tatcheriana), ma ora vorrei porvi un quesito: non è forse questo esempio un vero esempio di “amore per la vita”? Non ha forse più attinenza questo tipo di politica con questa espressione, più di tante levate di scudo moralistiche o pseudo scientifiche? Non è forse questo il vero rispetto dei diritti dell’uomo? Non possiamo dimenticare che l’uomo non è solo un essere che si nutre di materialità, che il suo stare bene non può solo dipendere dal benessere economico, e che lo stesso tanto anelato benessere economico produce nelle sue estremizzazioni liberiste una continua lotta di sopravvivenza ove sempre più persone rimangono staccate ove sempre più persone restano sole.  E la stessa ricerca di un sempre maggiore benessere economico non è forse stata la causa del malessere psichico di molti o del malessere ambientale in cui versa agognando il nostro Paese?
 bike-sharingAnche se con quest’ultima domanda retorica sembro uscire dal seminato, ne approfitto per porre un altro esempio, quello della città di Bari. In controtendenza con il governo centrale -quest’ultimo sempre poco attento alle richieste di un miglioramento delle condizioni del cittadino urbano- il capoluogo pugliese ha attivato un programma (Bari 2015) di eco-sostenibilità dell’ambiente cittadino partendo dall’abbattimento del’eco-mostro di Punta Perotti e facendo perno sulla maggiore raccolta differenziata, sul potenziamento del trasporto pubblico, sull’introduzione del sistema del bike-sharing che induca alla rinuncia da parte del cittadino del costante ricorso al mezzo privato nello spostamento da quartiere a quartiere. I risultati dei primi 4 anni sono stati sorprendenti, tanto da meritarsi un’intera puntata di Ecubo (programma molto interessante trasmesso su RaiStoria) in quanto efficace esempio di attenzione reale per la vita del cittadino. Tornando all’argomento dell’articolo, Bari rappresenta un esempio di un’azione locale ed efficace in mancanza di una qualsiasi politica del governo centrale (non a caso il capo del nostro governo è un imprenditore), e questo principio localistico può essere esteso agli altri ambiti che riguardino la qualità della vita del cittadino e non solo dalle istituzioni locali ma anche da comunità di uomini sensibili e mossi da vera volontà. Con continui contatti con le scuole e le chiese o con la presenza nei luoghi di aggregazione sociale, per individuare il bisogno che non traspare dalle normali relazioni sociali o nel trambusto quoditiano, per intervenire con reti di solidarietà, per crescere nella speranza che altri esempi smuovano chi dall’alto possa fare molto di più, in questo modo si può tentare di colmare la solitudine e dimostrare un vero amore per la vita, in questo modo e non con le passionali battaglie ideologiche fini a se stesse. Il primo passo è quindi quello di riappropriarsi del nostro territorio e della nostra dignità di essere uomo ed in quanto tale pretendere la maggiore attenzione per i nostri bisogni e per le nostre aspirazioni, perché né la discriminazione socio-economica e né gli interessi privati ci impediscano più di realizzare il vero benessere, quello dell’anima.

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