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Elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 1971

2 Giu 2018 | Nessun Commento | 360 Visite
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leoneLa sessione parlamentare per l’elezione del sesto Presidente della Repubblica si aprono il 9 dicembre. Fu la prima volta che parteciparono anche i rappresentanti dei Consigli delle Regioni a statuto ordinario. Si pose, inoltre, la questione della segretezza del voto, decisa con un fermo richiamo del presidente della Camera  Sandro Pertini.

Il Presidente della Repubblica uscente era Giuseppe Saragat, il cui mandato scade il 29 dicembre 1971.

Le elezioni amministrative e regionali (le prime dopo l’istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario) del 1970 avevano dato un notevole successo al MSI di Giorgio Almirante ed ai Partiti di Centro-Destra, questo condizionò fortemente le successive elezioni presidenziali.

Il candidato ufficiale della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa, fu il Presidente del Senato Amintore Fanfani. Socialisti e Comunisti annunciano subito la candidatura comune, alternativa alla maggioranza di centro-sinistra, nella persona di Francesco De Martino. I Socialdemocratici propongono con forza la rielezione del Presidente uscente Saragat; i Liberali sostengono la candidatura di Giovanni Malagodi e il Movimento Sociale Italiano votano per l’ex Segretario Augusto De Marsanich.

La candidatura Fanfani andò avanti per solo sei votazioni, nelle quali l’uomo politico toscano rimase sempre al di sotto, nei suffragi, a quelli del socialista  De Martino. Quindi alla maggioranza di Governo che sulla carta avrebbe dovuto sostenerlo la candidatura non piacque. All’11º scrutinio, la DC ripropose nuovamente Fanfani, per poi prendere atto della debolezza di tale candidatura, che non riesciva ad attrarre i voti dei partiti alleati, e ritirarla definitivamente.

La DC era divisa tra almeno tre gruppi di grandi elettori: quelli che avrebbero voluto un Presidente della Repubblica autonomo politicamente rispetto al Governo di Centro-Sinistra, diversamente da Saragat che ne era un sostenitore ed esponente. Un secondo gruppo costituito dai fedelissimi sostenitori di Amintore Fanfani. Il terzo da coloro che ufficialmente avrebbero votato per il Presidente del Senato ma che di fatto preferivano un candidato più strettamente legato alla sinistra del Partito come Aldo Moro e gradito sia dal PSI che dal PCI.

L’unica cosa certa era che la DC reclamava per sé, dopo il settennato di un laico, la Presidenza della Repubblica, secondo uno principio non scritto di alternanza.

A questo punto si determinò una situazione di stallo sino al 21º scrutinio, quando nell’assemblea dei grandi elettori DC, prevalse di stretta misura la candidatura centrista gradita dalla Destra del Partito di  Giovanni Leone su quella di Aldo Moro, che avrebbe rappresentato una scelta più aperta ai partiti di sinistra e da questi gradita. Immediatamente i vertici della DC si accordano anche con PSDI, PLI e PRI per portare Leone al Quirinale.

Anche Leone, tuttavia, non fu immune all’azione dei così detti franchi titatori; al 22º scrutinio, infatti, mancò l’elezione per un solo voto (503, contro i 504 del quorum richiesto), mentre le sinistre sostituirono la candidatura De Martino con quella di Pietro Nenni, nel tentativo di spaccare la DC, acquisendo i voti dei sostenitori di Moro.

Al ventitreesimo scrutinio Leone è comunque eletto Capo dello Stato il 24 dicembre 1971 con 518 voti su 1008 “grandi elettori”, contro i 408 di Nenni. Per il raggiungimento del quorum, dato l’alto numero di schede bianche (n.36, presumibilmente da parte di franchi tiratori DC, 31 voti a candati vari, e n.3 schede nulle) furono determinanti i voti del Movimento Sociale Italiano e dei Monarchici.

L’elezione di Leone, con 23 scrutini necessari a raggiungere la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea elettiva, è la più lunga della storia repubblicana; Leone fu eletto con la percentuale più bassa della storia: 51,4%. Il Presidente prestò giuramento ed entrò in carica il 29 dicembre.

Sin dall’inizio la Presidenza Leone fu costellata da polemiche, la sinistra parlamentare, extra-parlamentare e la cultura dominante pose il problema di una rinascita del fenomeno fascista e delle forze politiche di centro-destra. Il voto determinante del MSI-DN e dei Monarchici fu fonte di continue polemiche per delegittimare la figura del Presidente, richiamando il precedente dell’elezione di Antonio Segni con i relativi fantasmi.

Infatti, Leone giammai aveva nascosto il suo anti-comunismo e guardava con sospetto l’eccessiva apertura al PSI. Giovanni Leone però era un uomo delle Istituzioni, non era legato ad alcuna corrente della DC.

In quegli anni sorsero tantissimi movimenti politici tendenti a realizzare un’alternativa di Destra moderata al Centro-Sinistra: da Nuove Repubblica di Randolfo Pacciardi, a Democrazia Nazionale, dalla Costituente di Destra di Giorgio Almirante al Centro di Iniziativa Democratica di Edgardo Sogno.

Nel 1972 dopo le elezioni politiche anticipate, primo caso di scioglimento anticipato di entrambe le Camere in era Repubblicana, Leone nominò un Governo di Centro presieduto da Giulio Andreotti e con vice-Presidente Giovanni Malagodi del PLI. In precedenza Leone aveva confermato l’incarico ad un altro esponente della destra DC: Emilio Colombo.

Dopo l’impeachment per lo scandalo Watergate e le dimissioni del Presidente Nixon degli Stati Uniti d’America, anche in Italia si determinò, nel 1974 una campagna stampa anti-americana ed contraria al Patto Atlantico ed alla NATO che portò allo scandalo Lockheed che coinvolse soprattutto il leader DC Mariano Rumor e gli esponenti democristiano Luigi Gui e social-democratico Mario Tanassi.

Dopo una lunghissima campagna di stampa che si acuì soprattutto dopo le elezioni anticipate del 1976 in cui il Partito Comunista mancò per poco di diventare il primo partito e l’asse politico italiano si era spostato sostanzialmente a sinistra, Giovanni Leone si dimise con una drammatica comunicazione in diretta televisiva del 15 giugno 1978. La sera stessa Giovanni Leone abbandonò definitivamente la residenza al Quirinale.

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