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         Direttore responsabile: Michele Traversa
E’ giusto ricordare…

16 Apr 2010 | Nessun Commento | 1.951 Visite
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RaimondoE’ scomparso ieri, all’età di 87 anni, Raimondo Vianello, uno dei più celebri volti della televisione italiana, almeno quella di una volta, quella garbata, ironica, dolcemente surreale come la comicità del compianto showman. Alto, magro, espressione sorniona ed intelligente, ironia a fior di labbra, Raimondo ha costruito la storia della tv, passando dai memorabili duetti con Tognazzi, alla televisione delle sit com intelliggenti con l’indimenticabile Casa Vianello. Ma, se è giusto e doveroso ricordare, è altrettanto giusto, almeno per me, parlare in questo articolo di un’altra cosa che, all’apparenza, non c’entra nulla.
Parliamo di miserabili e cioè della maggior parte degli italiani oggi. Sì, perché quando usiamo questo termine, mutuandone il senso dal teatro popolare di Marco Paolini e, ancor meglio, dal romanzo omonimo di Victor Hugo, non vogliamo indicare soltanto la difficoltà economica del classico ‘non arrivare  a fine mese’, ma anche e soprattutto la mancanza di vie d’uscita da una condizione di dipendenza assoluta dal mercato e dalle regole del consumo, dell’impossibilità di realizzare davvero se stessi sia perché privi di mezzi materiali, sia perché privi di mezzi culturali. In pratica una condizione che non conosce alternative, e che si traduce in una vita di stenti e, appunto, miserie (culturali, morali e materiali). Come fossimo i miserabili di Hugo, destinati a vite già segnate dalla nascita e dalle regole di una società impregnata esclusivamente dalle logiche dominanti della cultura di massa, divisa dal profitto in caste sempre meno comunicanti.
Il sogno americano ci è morto in grembo, specie quando perdevamo i nostri diritti di lavoratori mentre in tv passava la pubblicità.
E’ proprio questo il nesso tra i miserabili e Raimondo Vianello. La pubblicità. Perché se è giusto ricordare i meriti artistici del garbato Raimondo, se è giusto ricordare quella televisione fatta ‘come si deve’, è altrettanto giusto ricordare che Vianello, come altri suoi colleghi del tempo, sono stati i protagonisti negativi di uno dei momenti decisivi in questo progressivo deteriorarsi delle nostre condizioni. Parliamo del referendum del 11 giugno 1995, ovvero il celeberrimo referendum sulla raccolta pubblicitaria. Questo referendum ha una sua storia. Nasce dall’iniziativa di un giovane parlamentare comunista, Walter Veltroni, una volta dinamico, tra i primi a denunciare il fatto che l’eccessiva presenza in tv di pubblicità fosse direttamente collegata ad un generale degrado culturale, a sua volta causa di un degrado sociale che avrebbe dato vita all’attuale società disimpegnata e sempre meno morale (una società fatta di uomini che vedono nei prodotti reclamizzati l’unica via per la felicità). Era la prima volta che si tentava di arrestare la corsa di Silvio Berlusconi, dopo una serie di leggi che aveva permesso allo stesso di costruire il suo impero mediatico. Si trattava, in soldoni, di ridurre la presenza della pubblicità in televisione, nel tentativo di recuperare la qualità che si andava perdendo. Ma a quel punto, la tv commerciale, messa in un angolo, reagì con i suoi volti più noti che lanciarono appelli accorati a che si difendesse con il ‘no’, la libertà di trasmettere tutta la pubblicità necessaria alla sussistenza di quell’azienda. Parlarono, infatti dei licenziamenti a cui sarebbe stata costretta l’emittente se non vi fosse stata più la dovuta percentuale di raccolta pubblicitaria, parlarono addirittura della conseguente fine della tv privata, e quindi della fine all’unica alternativa a quella di stato. Parlarono di libertà in pericolo, come fanno tutti quelli che vogliono imporre una dittatura, in questo caso, quella della pubblicità. E tra questi, è giusto dirlo, in prima linea c’erano i Vianello, come il compianto Bongiorno ed altri dello star system mediaset. Ma in realtà per cosa hanno lottato davvero costoro? Era davvero in pericolo la libertà d’espressione o soltanto il monopolio di mediaset? La vittoria del no è stata genitrice diretta della tv di adesso, dei talk show alla Maria de Filippi, dei programmi idiotizzanti come i reality, dell’assoluto dominio dell’immagine (tette e culi) sulla qualità, nella tv privata come nella tv pubblica. Ed infine dell’imposizione di un modello sociale che pur facendo intravvedere infinite possibilità di successo ai suoi spettatori, li distrae, li anestetizza e li avvince alla logica del consumo e del profitto, e quindi ne soffoca ogni tentativo di alternativa realizzazione. Per non parlare poi, degli effetti sul mercato del lavoro del monopolio mediaset, che grazie alla sua superiorità economica (e politica) ha bloccato, in questo senso, un intero settore economico in crescita, impedendo che altre realtà private crescessero e producessero lavoro.
Chissà se Raimondo pensava a questa televisione quando spronava gli italiani a non imbavagliare la pubblicità. Noi crediamo di no, perché la tv di Vianello era l’esatta antitesi di quella attuale. E’ giusto ricordare e rendere omaggio a Raimondo, ma è giusto anche dire che se i nostri orizzonti sono pieni soltanto degli sgargianti cartelloni pubblicitari, la responsabilità è anche un po’ sua, soprattutto perché l’amore che destava nel suo pubblico lo rendeva capace di influenzarlo come pochi.
Perdona la mia indelicatezza, addio caro signor Vianello.

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