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Dostoevskij con Karamazov un successo meritato

22 Gen 2009 | Nessun Commento | 5.349 Visite
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DostoevskijI Karamazov, lavoro atteso che nella riduzione dal romanzo e regia di Marinella Anaclerio, tredici attori in scena, ha debuttato al Teatro Piccinni. Ebbene l’ evento c’ è stato. Non tanto e non solo per la densità e la durata dello spettacolo quasi cinque ore, quanto per la capacità e volontà che l’ operazione sottende di “volare alto” quanto a intenzioni, valori, linguaggi, stilemi. Roba seria: conflitto sul bene-male, responsabilità-colpa, espiazione-riscatto, il destino dell’ uomo, e poi Dio in tutte le sue forme. Come si permette? Dostoevskij in quest’opera, ci fa restare fermi, ora dopo ora, e ci immerge nel suo possente fiume narrativo, nei gorghi ridondanti della storia di questi Karamazov, fra benedizioni e maledizioni.
Lla storia di questi tre fratelli Ivan, Dimitri e Aleksej (per non parlare di Smerdjakov, il quarto illegittimo!) e del padre Fedor Karamazov, libidinoso, beone, avaro e spregevole superuomo di provincia, sarebbe normale romanzo ottocentesco con trame di denari e di eredità, tresche amorose, contese padre-figlio (Dimitri), con lezzo di lenzuola sporche, sordidezze di debiti, carrozze, osterie, fiumi di cognac e vodka. Chi ha ammazzato il vecchio e sottratto i tremila rubli sotto il cuscino? Tutto qui. Gli è che il Dostoevskij la mette giù duro, così nessuno qui è in pace con la propria coscienza, ogni personaggio è insieme reale e metaforico: il misticismo ingenuo e profondo da vecchia madre Russia (Aleksej), l’ angoscia del dubbio e del nichilismo ateo (Ivan), la forza colpevole dei piaceri e dei desideri (Dimitri), e poi il senso cupo del male, il tarlo del dubbio che si annida a scompigliare certezze, il tunnel del tempo che tutto sommerge.
La prima pagina della prima edizione di I Fratelli KaramazovLa regista Marinella Anaclerio (che ha anche curato la riduzione coadiuvata dall’altrettanto brava Doriana Leondeff) rielabora perfettamente gli episodi, rendendoli dolci e scorrevoli fino a far riaffiorare la memoria dimenticata, splendida è la scena con la pedana circolare di Pino Pipoli e le luci bellissime di Pino Ruggiero che disegnano ombre; alberi sospesi in alto alludono a immensità di steppe, a una natura pietrificata. Ad Aleksej (il mistico dei fratelli) è assegnato il ruolo di narratore, percorre spesso in tondo la scena: questo della circolarità, del tempo e dello spazio, è elemento ricorrente, fino alla gabbia tonda del finale, con la sequenza del processo a Dimitrj, con l’ espiazione che tutti attanaglia e coinvolge.
E il “lavoro dell’ attore”, per dirla col vecchio caro zio Stanislavskij?
Hanno lavorato duro i componenti dello staff. I personaggi sono perfetti e rispettano i tempi della più classica tradizione teatrale dell’epoca, nella gestualità, nei movimenti. Individuo nel nucleo fratelli-padre il nocciolo duro, ben risolto, di questo lavoro regista-attori: Totò Onnis (Dimitrj), Fulvio Cauteruccio (Ivan), Giovanni Costantino (Aleksej) incastrano la dinamica psicologica di Dostoevskij in appropriati meccanismi attoriali, così dicasi per il “carattere” acceso del padre Karamazov (Roberto Mantovani) e di Smerdjakov (Igor Horvat). Fra le donne in scena da segnalare Marit Nissen (Katerina), Sandra Toffolatti (Grusenka), ancora Cristina Spina (Lise), Melissa Di Matteo, Alessandra Schiavoni nel folto cast, insieme ad Alberto Bellandi, Enzo Toma, Titino Carraro.
In conclusione anche se quest’opera è davvero lunga, è stata portata in scena egregiamente ed un plauso va a tutta l’organizzazione ed al Teatro Pubblico Pugliese che ha portato in scena questa meraviglia, portando emozione vera ad uno spettacolo, al servizio di un’ idea di cultura che stimola i cuori e le coscienze.

I Karamazov da F.M. Dostoevskij.
Adattamento e regia di Marinella Anaclerio,
scene di Pino Pipoli, costumi di Stefania Cempini.
Bari, Teatro Piccinni.

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