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Dolceroma: il talento del regista Fabio Resinaro e la spinta di un abile Luca Barbareschi

10 Apr 2019 | Nessun Commento | 549 Visite
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dolceroma-foto-e-poster-del-film-di-fabio-resinaro-1Dolceroma è un film che è difficile classificare come genere: commedia o thriller di costume?

In esso si vogliono mettere alla berlina alcune esagerazioni del modo di vivere romano, all’interno di una società di arrampicatori, siano essi registi, produttori cinematografici o aspiranti scrittori.

Il protagonista sarebbe  Lorenzo Richelmy nel ruolo del giovane narratore di dubbio talento Andrea Serrano, ma il “vero” protagonista è in realtà Luca Barbareschi che impersona il produttore  Oscar Martello.

I due caratteri sono l’uno lo specchio dell’altro: il timido Andrea  è in realtà un talentuoso esperto di marketing nella comunicazione , mentre Martello, il produttore, è uno spregiudicato “cinematografaro” di un certo intuito che ha fatto fortuna però principalmente   sposando una donna ricchissima , Helga, interpretata da Claudia Gerini.

Claudia Gerini  è accreditata con una partecipazione straordinaria nei titoli, ad ogni modo il suo è un ruolo necessario allo svolgimento della sceneggiatura, così come quello  della  tormentata giovane star del cinema Jacaranda Ponti alla quale dà il volto tormentato   Valentina Bellè.

Questa Roma cafona, tipica di certe rubriche di Dagospia come “Cafonal” e “Cafonalino” (la testata di D’Agostino è citata sotto mentite spoglie come Romaspia) è reinventata e assomiglia a quella delle feste della Grande Bellezza, ma è anche favoleggiata, come il personaggio di Barbareschi suggerisce a proposito delle sceneggiature cinematografiche, che dopo essere state scritte “vanno riscritte”.

E’ certo che il carattere del folle regista  Martello ha conquistato la critica, dando grande  merito a un Barbareschi in stato di grazia che produce il tutto, su soggetto di Fausto BrizziFabio Resinaro e con la sceneggiatura del solo Resinaro.

Quest’ultimo  dimostra  buon talento nel riuscire a dirigere un materiale complesso da lui stesso creato.

Ma non si tratta di una società verosimile, piuttosto surreale, sui difetti di una certa categoria di persone la cui realtà viene amplificata, stravolta e teatralizzata, anche se il tutto non è propriamente  teatrale.

Dolceroma piace per l’agilità del racconto e la critica a un mondo cinematografico che sembra più attinente al passato che alla realtà vera, attuale.

Produttori come quello interpretato da Barbareschi sono probabilmente esistiti nel passato, anche se lo stesso attore ha dichiarato di avere pescato nei suoi personali difetti, appunto come produttore di cinema e fiction, divertendosi a renderli ancora più orribili.

C’è poi l’inserimento nella sceneggiatura di un piccolo clan di camorristi, capeggiati dal personaggio di Libero De Rienzo.

Va detto che nella seconda parte il film sembra quasi uno di quei film dei Vanzina laddove però gli stessi Vanzina cercavano di rifuggire dal loro stereotipo “commerciale”, approcciando generi misti, ma con insufficienti risultati al botteghino.
Verso il finale il tutto  risulta poi troppo articolato e “carico” come se lo sceneggiatore avesse “forzato la mano” nello sperimentare nuovi territori . Dolceroma uscito l’ultimo giorno dei Cine days non è parso spiccare il volo e successivamente si è attestato alla decima posizione degli incassi. Che rimangono comunque deboli a fronte delle ben 268 sale dove viene proiettato.
L’innovazione proposta da questo tipo di cinematografia non è corrisposta dunque dal grande pubblico, da un lato un po’ pigro, dall’altro non sempre volenteroso nel volere esplorare nuovi “generi” di commedia.

E così la pellicola a fronte dell’interesse che sta suscitando tra gli addetti ai lavori sconta come molti prodotti di qualità l’incertezza del target al quale si rivolge. Che non è costituito per la maggior parte da giovani, ma da spettatori piuttosto maturi,insufficienti a riempire le sale.

Si vuole mettere alla berlina il cinema, ma quel cinema che Dolceroma propone nemmeno si produce più in Italia. Nel contesto il produttore Oscar Martello spinge il film di un autore sconosciuto facendolo dirigere a un regista esordiente ed esaltato nella sua autoreferenzialità,  dandolo infine da  interpretare alla sua amante, Jacaranda Ponti.

Belle le scenografie delle feste e della residenza del produttore e molti sono i tocchi vintage. Esistono delle analogie con il film L’Allievo di Bryan Singer, tratto da Stephen King. Ma le strizzatine d’occhio al passato anche remoto sono presenti ad esempio nella colonna sonora che utilizza nel finale il brano Vivere senza malinconia eseguito da Tito Schipa. La trama è mutuata dal romanzo Dormiremo da vecchi di Pino Corrias.

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