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Dipendenze alimentari. Il 2 giugno la giornata mondiale e l’1° giugno ultima puntata della Docu Serie su Rai3

31 Mag 2020 | Nessun Commento | 394 Visite
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Francesca Fialdini

Il 2020 è sicuramente uno degli anni più difficili dal dopo guerra ad oggi, la pandemia da Covid-19 ha piegato interi sistemi economici, sociali e politici. In particolar modo ha provato significativamente la singolarità dei soggetti nella loro salute sia fisica che mentale. La visione e l’esperienza della sofferenza degli sforzi sanitari vissuti all’interno degli ospedali e nelle case di cura, ha mostrato la nostra vera natura di esseri imperfetti umani-mortali, mostrando la caducità dell’idealizzazione dell’uomo iper-moderno del sovra-umano immortale.

La condizione categorica del lock-down ci ha posto all’isolamento preventivo nelle nostre abitazioni, ponendo il mondo e le routine quotidiane ad uno stop senza precedenti, donandoci forse, così una possibilità di riflessione intima verso la nostra soggettività e alle nostre relazioni. Questa riflessione però, scevra da ogni legame nel reale non è stata per tutti positiva e costruttiva, anzi possiamo affermare che questa temporalità senza tempo ha costretto molti soggetti a vivere dei momenti di estrema difficoltà. In particolar modo i soggetti affetti dai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DAN) come: anoressia, bulimia e disturbo dell’alimentazione incontrollata, hanno vissuto e vivono questi momenti di a-temporalità all’insegna dell’angoscia e dell’abbandono, dove la chiusura all’interno delle proprie abitazioni ha posto in essi la resa incondizionata delle loro soggettività, che prive del supporto dei servizi psichiatrici territoriali e una riduzione dei servizi di sostegno psicologico, hanno portato le loro vite all’adempimento incondizionato dei sintomi disfunzionali e mortiferi dei DAN.

Fortunatamente, questi disturbi e queste sofferenze non vengono tralasciate anche in questi attimi di difficoltà, tant’è che il 2 giugno è stata posta come la giornata mondiale dei DAN (World eating disorder day), un evento che si è costituito negli Stati Uniti d’America da parte di associazioni di famigliari e di pazienti e che viene celebrato in tutto il globo. Questo movimento ha suscitato interesse e coinvolgimento anche figure del campo scientifico, politico e soprattutto ha intensificato la campagna de-mistificatrice e di sensibilizzazione in convegni, scuole, aziende e attività sui social media. In concomitanza di questa giornata, dove è stato posto un hashtag #SHOWYOURSTORY  (mostra la tua storia) è uscita anche ”Fame d’amore” una Docu-Serie sulle vite dei pazienti che soffrono dei DAN all’interno di due comunità terapeutiche: Villa Miralago e Palazzo Francisci.

Leonardo Mendolicchio

La serie, composta da 4 puntate è andata in onda su Rai3, dove vengono raccontate dalla presentatrice Francesca Fialdini, le vite e le storie di alcuni pazienti ricoverati all’interno dei centri, nelle loro difficoltà nelle loro gioie, dove affrontano la loro vita un passo alla volta, verso quella possibilità di tornare a vivere senza più quell’ossessione che corrode e distrugge le loro vite.

Il tema proposto di quest’anno per il World Eating Disorder Day è “Eating Disorders: Can’t Afford To Wait” <Disturbi alimentari: non possiamo perdere tempo> ed effettivamente il tempo è qualcosa che nella contemporaneità diviene una “materia” labile e spesso non ci accorgiamo di come scorra inesorabilmente, indipendentemente dal nostro agire e ci ritroviamo spesso al di là delle scadenze temporali ove possiamo scegliere di agire. Difatti, è proprio quello che solitamente succede nell’approccio verso questi disturbi così complessi, il tempo diviene un fattore fondamentale nell’atto terapeutico; frequentemente, dai racconti dei pazienti si evince come si ritrovino incastrati in garbugli burocratici, dove i servizi sanitari nazionali non riescono a gestire o ad inviare i soggetti verso strutture dedicate al trattamento del D.C.A tessendo così una ragnatela d’angoscia e inesorabilità che avvolge e attanaglia i pazienti e le loro famiglie. La richiesta di “tempo” sotto l’hashtag -#ShowUsYourPurple “mostrare il tuo viola” – si vuole portare all’immagine e allo sguardo di tutti sui social e non, come ancora oggi giorno non si sappia e non si conosca abbastanza di questi disturbi. Se consideriamo in primis la questione medico-04.6scientifica sappiamo come non vi sia un’epidemiologia univoca a livello mondiale per differenze diagnostiche, ma, sappiamo come l’incidenza in Italia, in studi non recentemente pubblicati rilevano una prevalenza dello 0.2-0.8 per cento per l’anoressia e dell’1-5 per cento per la bulimia, in linea con i dati forniti dagli altri paesi europei o sviluppati. Il ratio di incidenza di genere nel tempo è rimasto sempre costante con lievi oscillazioni: 1:10 tra donna e uomo nell’anoressia nervosa, 1:6 tra donna e uomo nella bulimia nervosa e una quasi una parità di genere per quel che riguarda il disturbo d’alimentazione incontrollata o definita anche obesità psicogena; difatti, per lo più rimane una patologia “femminile” che si rivela nella prima pubertà e addirittura si registrano casi anche al di sotto dei 12 anni. Siamo ben consapevoli, come queste patologie non posseggano discriminazioni: etniche, religiose, economiche e il dato che sicuramente ben più allarmante è che circa il 40% dei soggetti affetti da D.C.A non viene diagnosticato dal sistema nazionale e quindi viene inficiato il reale dato epidemiologico di questi disturbi. Portare all’attenzione pubblica questo tema è un atto doveroso da tutti coloro che operano in questo settore e non solo, ci si deve far portavoce e incarnando la parola di cura si possono arginare queste patologie, perché ci troviamo davanti alla patologia psichiatrica con il più alto tasso di mortalità e di comorbidità psichiatrica e patologica di ogni altra psicopatologia. La seconda considerazione più ampia è di come si necessiti di una giornata mondiale per sensibilizzare l’opinione pubblica e politica, che si prenda coscienza di ciò, perché di fatto affermiamo spesso: “non avere tempo” di occuparsi di quel che ci accade attorno; ma forse, è proprio il non esserci agli altri che ci rende miopi e spesso inconsapevoli di come i nostri atti, le nostre parole, i nostri sguardi possano divenire il terreno fertile per lo sviluppo di queste patologie mortifere dalla ambigua e non lineare categorizzazione clinica rilegandole all’indifferenza più totale. L’unica soluzione possibile e inderogabile è che ci dobbiamo prendere il tempo, per agire ora, poiché la sofferenza è priva di tempo ma il corpo che la abita si ed è limitato.

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