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“Die Berliner”: un caffè e una chiacchiera tra amici con il talentuoso musicista Ben Wuyts

11 Mag 2016 | Nessun Commento | 1.011 Visite
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2bDie Berliner” è la nuova rubrica di LSD Magazine a cura del nostro inviato a Berlino Gianluca Quaranta che, ad ogni capitolo di questo lungo racconto per immagini ed emozioni, ci parlerà di storie e personaggi che hanno scelto la capitale tedesca come ‘nuova casa’ e punto da cui ripartire. Una vera e propria finestra su un campione di berlinesi che non hanno in comune altro che la loro scelta di vivere e basare completamente qui la loro vita. Buona lettura!

Ho sempre pensato che, in tutte le cose che riguardino l’arte, ci sia più interesse e entusiasmo nel piccolo, piuttosto che nel grande. Mi spiego meglio. Se uno scrive dei “Pink floyd”, al lettore saltano in mente subito le loro canzoni, la loro storia e quello che circonda la loro intera attività. Spesso si riesce ad aggiungere poche voci al racconto già esteso su un artista internazionale. Ma se si parla di qualcosa di sconosciuto, il racconto è totalmente diverso. È un processo alla Inception: si suggerisce un’idea, un’emozione che, però, è ancora nascosta dentro qualcosa che non si vede; piccola, per l’appunto.

Il fascino, nelle cose piccole, è racchiuso nel fatto che, le stesse, contengono la scommessa di poter un giorno diventare grandi. Questa è l’emozione che mi ha spinto a scrivere di Ben Wuyts e della sua musica. Ben è un giovane ragazzo di 25 anni, originario di un piccolo paesino a est di Londra, ma da due anni è in pianta stabile a Berlino. Agli indie fans più accaniti, il suo stile potrà ricordare Damien Rice, Bon Iver o The Tallest Man on Earth. Una voce delicata, sottile. Liriche mai scontate, accompagnate da una chitarra e archi onirici di influenza molto british, per definizione.1b

Lo incontro nei pressi di Hackescher Markt, cuore pulsante del turismo di Mitte, durante una delle solite giornate crossover tra inverno/primavera di questa città, una di quelle giornate in cui non sai mai come vestirti, perché a tratti piove e a tratti un sole accecante ti fa sudare sotto il kway. Ci accogliamo in tedesco, ma come tutti gli ausländer  in Germania, per praticità chiacchieriamo in inglese mentre sorseggiamo un caffè, seduti su uno dei divanoni splendidi dello Starbucks di Hackeschen Hofe.

Chi è Ben Wuyts? Hai sempre sognato di essere un musicista?

Quando avevo più o meno 13 anni cominciai a suonare la chitarra e mi piaceva tanto, ma non l’ho mai presa sul serio, se non fino ai 18 anni, quando cominciai a cantare e scrivere canzoni mie. Non direi che ho mai sognato di diventare un musicista, non mi sono mai chiesto “come” o “perchè”, è avvenuto e basta.

Quali sono le tue influenze?

I Radiohead hanno avuto un influenza enorme su di me. Pur essendo la mia musica totalmente differente dalla loro, la loro implacabile creatività è davvero di ispirazione per me; senza contare che anche dal vivo dimostrano quanto siano incredibili come band. Ultimamente mi ispira molto anche la musica di Father John Misty,  sono ossessionato da alcuni suoi pezzi, ha davvero un talento incredibile nella scrittura, alcuni dei suoi brani sono esilaranti.

Perché Berlino e non Londra? Sei inglese, è più facile immaginare che tu andassi lì a cercare di crearti un percorso…

3bMi rendo conto che Londra potrebbe sembrare la scelta migliore per me, data la mia provenienza e tutti i miei amici o familiari che vivono nei paraggi, ma non mi sono mai sentito a casa lì. Non saprei come dire, ma ho sempre sentito la sensazione di essere un outsider, cosa che a Berlino, anche quando ero qui solo per vacanza, non ho mai provato. Alcuni addetti ai lavori dicono che Berlino è una città troppo piccola per avere una vera e propria “scena”, ma io non sono completamente d’accordo. La forza di Berlino sta nell’ambiente in cui ti permette di vivere, del tempo che ti permette di impiegare nei tuoi progetti, nel collaborare con le persone o di esercitarti in uno studio con dei produttori fantastici, ma a dei prezzi ragionevoli. Non posso immaginare di avere un lavoro per 40/50 ore a settimana e intanto provare a lavorare sulla mia musica, non è realistico. Londra purtroppo in un certo senso è esattamente questo. Va detto che comunque, oggi, la location non è più importante come 10 anni fa. Le persone ormai possono scoprire in un clic artisti da tutto il mondo e viaggiare è diventato così semplice e economico che a questo punto preferisco stare qui, godendomi l’atmosfera incredibile che questa città ti regala.

Per gli artisti emergenti spesso i talent show sono un ottimo trampolino di lancio nell’industria musicale, cosa ne pensi? Hai mai pensato di prenderli in considerazione?

Li odio profondamente. È intrattenimento “gone wrong”, l’industria musicale che si ispira ai fast food. Una hit, un pezzo di successo, un album alla prima posizione in classifica e la maggior parte di questi “nuovi cantanti del momento” finisce nel nulla. Questa è la parabola della  stragrande maggioranza dell’industria musicale moderna. Forse la cosa che mi dà più fastidio però di tutto questo è la favola che questi show creano: una sceneggiatura hollywoodiana dove per puro caso un giorno un talent scout ti noterà per strada e nel giro di un paio di mesi diventerai l’artista che vorrai e tutti i tuoi sogni saranno realizzati. E’ inutile dire come questa sia una completa stupidaggine. Gli stessi giudici sembrano divertirsi nell’esprimere giudizi terribili. Credo che sia tutto più interessante quando la musica pone una sfida, chiedendo al pubblico di ascoltare realmente qualcosa, invece di sentire solo le nuove uscite o i numeri 1 in classifica, che hanno tutti un enorme problema: suonano sempre allo stesso modo. Produzioni molto simili, un paio di cantautori per artisti differenti ma, fondamentalmente, la stessa solfa. Ed è un peccato, perché ci sono degli artisti meravigliosi che hanno le loro individualità, ma che la gente non ascolterà mai perché nascosti da questa sceneggiata che blocca tutto con la sua ombra pesantissima.

Nei tuoi testi traspare molta intimità ma spesso mi chiedo quale sia la distanza giusta che un artista debba tenere quando scrive. Quanto di te metti nelle tue canzoni? Quanto tuo privato offri al tuo pubblico?

Scrivo spesso della mia vita. Scrivo canzoni anche per me stesso, e comunico le mie5b emozioni attraverso loro, ma ho sempre pensato che ci sia un rischio in questo: l’esporre qualcosa di sé troppo privato, rendendoti “vulnerabile”, in un certo senso. La musica è un fuoco dentro ognuno di noi e va alimentato, ma se per farlo ti siedi troppo vicino ad esso, ne rimarrai bruciato. Al contrario, se sarai troppo lontano, non ne verrai riscaldato, e sarà inutile. Quindi cerco da sempre di scrivere dalla giusta distanza, metafore e indovinelli che facciano pensare il pubblico e che diano uno spunto su come applicare questo alle loro vite. Scrivo spesso della mia infanzia; vengo da una famiglia molto religiosa, quindi il senso di colpa che sentivo nel non riuscire a “stare dentro” lo stile di vita che mi veniva imposto spesso traspare dalle mie canzoni, ad esempio. Ma sono cose troppo riservate da svendere, ne soffrirei io e le persone attorno a me se ne parlassi senza mascherarle, proteggerle o usando il linguaggio, la poesia, facendo in modo che solo chi ascolta con attenzione possa cogliere delle sfumature e farne tesoro.

Decidiamo di alzarsi e uscire. Pioviggina ancora, perciò decidiamo di dirigerci verso la stazione della S-bahn di Hackescher Markt, per suonare qualche canzone ai viaggiatori distratti che corrono verso la metropolitana. Ben non solo ha iniziato così ma prova tuttora un’immensa gioia nel farlo.

“Il busking per strada mi riempie di emozione quasi più di un concerto in un club – mi ha confessato Ben -. Il contatto è diretto, queste persone sono qui per prendere un treno per andare da qualche parte, il fatto che si fermino e magari aspettino il treno successivo per ascoltarmi, mi dà una soddisfazione incredibile”.

4bAppena Ben comincia a suonare i più vari esempi di pubblico si fermano ad ascoltarlo. Scolaresche, business men, madri con carrozzine, operai e ragazzotti in passeggiata. Se dovessi fare delle valutazioni di audience, non ci sarebbero dubbi: completamente trasversale alle fasce d’età e culturali. Se invece dovessi descrivere l’effetto che ha, è come immaginarsi che una persona entri in una sala da ballo e al suo ingresso tutti si girino a guardarlo, affascinati, come se all’improvviso nell’aria le vibrazioni siano di colpo cambiate, all’unisono. Sono entusiasti e, in meno di un ora, la custodia della chitarra di Ben è piena di monetine.

Decide di offrirmi un altro caffè. Finiamo in un bar sperduto, che porta ancora sul pavimento i postumi della notte prima.

Ho notato che eri molto preso dalla tua esibizione, cosa provi suonando live le tue canzoni?

Purezza. La provo io, la prova la gente che si ferma ad ascoltarmi. Il contatto è diretto, stanno dedicando un pezzo della loro giornata ad ascoltarmi e questo è un enorme regalo per me. Ormai la musica live è molto sottovalutata, vuoi per i prezzi dei biglietti di alcuni show, vuoi perché tramite Spotify o Deezer la musica che amiamo è sempre sui nostri smartphone. Conosco alcuni millenials che non hanno mai nemmeno comprato un cd nella loro vita, è ovvio che necessitiamo ormai di un cambiamento, di riportare la musica nella pancia delle persone.

Quali sono i tuoi progetti futuri, cosa hai in programma per i prossimi mesi?

Negli ultimi mesi ho ricominciato a suonare in una band, dopo diversi mesi passati6b suonando da solo. Entrambe le situazioni hanno dei pro e dei contro, ma lavorare con altre persone e condividere idee ed emozioni è una cosa che adoro fare. Sono delle persone fantastiche e ridiamo sempre, che è la cosa più importante. Ho molti concerti programmati per questa estate, sia in solo sia con la band, e intanto continuo ad incidere e scrivere nuove canzoni per il mio prossimo EP che uscirà credo in autunno/inverno. Ho suonato la chitarra nel nuovo EP di un mio carissimo amico, Cameron James Laing, che uscirà il mese prossimo. Ne sono molto orgoglioso perché adoro la sua musica, ed è incredibile stare a contatto con lui e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, un fratello maggiore, la prima persona che ho conosciuto a Berlino e che da allora mi accompagna in questa avventura.

 

Ci salutiamo e lui in un’enfasi linguistica mi dice “Va bene, Gianluca. Grazie mille! Arrivederci!” in italiano.

Io vi ho presentato Ben, lui qualche parola nella nostra lingua già la sa. Direi che è un ottimo inizio. Potete ascoltare Ben sul suo canale soundcloud a questo indirizzo: https://soundcloud.com/benwuyts/tracks

Questa, invece, è una clip dell’esibizione in hackescher markt: https://www.youtube.com/watch?v=nU127YWKOC8

Enjoy!

 

Foto di: Gianluca Quaranta

 

 

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