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“Dichiaro guerra al tempo”: Kustermann e Giglio salvano la rilettura dei Sonetti di Shakespeare

8 Nov 2016 | Nessun Commento | 870 Visite
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paBut wherefore do not you a mightier way

make war upon this bloody tyrant, Time?

And fortify yourself in your decay

With means more blessed than my barren rhyme?

Ci sia consentita una doverosa quanto sincera premessa: noi non abbiamo mai visto di buon occhio gli anniversari e le commemorazioni, quelle strane ricorrenze che giungono in nefaste scadenze e che, soprattutto nel mondo dell’Arte, pare costringano tutti a confrontarsi con l’Opera di questo o quell’Artista, a rendergli omaggio, a riprenderne una produzione (qualunque essa sia) in uno strano gioco al massacro che ammette ogni espediente (qualunque esso sia) pur di esserci. Ora, è chiaro che non siamo nient’affatto scontenti che il quadricentenario della morte di William Shakespeare spinga i teatri di tutto il mondo a fare a gara per tirare fuori dal cilindro una messa in scena (qualunque essa sia) tratta dall’impareggiabile forziere di capolavori del più grande drammaturgo e poeta di tutti i tempi, ma occorre operare dei distinguo.

I Sonetti, ad esempio, costituiscono a tutt’oggi uno dei grandi vertici della letteratura d’amore di tutti i tempi, tanto da essere definiti la chiave con cui aprire qualsiasi cuore, testimonianza più che mai fulgida di come si possano fondere in perfetta armonia l’archetipo platonico incarnato in un essere umano nel quale convergono tutti i tratti della bellezza e dell’amore, da un lato, e la continua ed incessante trasformazione di questo modello nella volubilità fluttuante ed inquietante della natura per mano dell’impietoso tempo, dall’altro. Pubblicati per la prima volta nel 1609, non hanno mai smesso di conquistare frotte di cuori innamorati ed è sempre un enorme piacere poter godere della lettura (qualunque essa sia) degli immortali versi.

Tuttavia, non possiamo dirci del tutto convinti dell’utilizzo fattone nell’operazione portatapa2 a termine da Daniele Salvo con lo spettacolo “Dichiaro guerra al tempo”, piccola summa dei Sonetti shakespeariani dedicati al tempo, che ha fatto tappa al Teatro Abeliano per l’annuale stagione dei Teatri di Bari. Pur apprezzando il punto di partenza, che vedeva l’incontro / scontro di due donne di epoche diverse, tese a realizzare il confronto inattuabile delle parole a distanza di diverse generazioni, dando vita ad una conversazione finita ed infinita allo stesso tempo in cui può realizzarsi la relatività dell’universo, nel tentativo di conoscere se stesse, confrontarsi sull’impareggiabile bellezza delle rime del Bardo, soprattutto sulla tagliente analisi rispetto al tempo fugace dell’amore e della bellezza, ed, in certo qual modo, di attualizzarne il messaggio, se non lo spirito stesso, accostandolo e raffrontandolo ad opere musicali del nostro presente, tra cui spiccavano “Comfortably numbdei Pink Floyd, “Dancing” di Elisa, “Purple rain” di Prince e l’immortale “Nature boydi Eden Ahbez, che fu cavallo di battaglia di Nat King Cole ed è stata rieseguita, da ultimo, da David Bowie per la colonna sonora di “Moulin Rouge”, ebbene ci sia concesso di affermare che il risultato finale risultava poco accattivante e coinvolgente, con un’aria da déjà vu in quasi tutte le scelte registiche, dello stesso Salvo, le quali non rendevano alcun servigio all’elevarsi della sublime parola del Maestro. Dovevamo così affidarci completamente alle riconosciute doti, alla sublime voce, alla presenza scenica, all’immensa Arte di Manuela Kustermann, capace da tempo di piegare qualunque testo alla sua volontà, rendendolo proprio come poche attrici sanno fare, in uno stile personalissimo quanto riconoscibilissimo, e di Melania Giglio, anch’essa pronta ad essere assunta nell’Olimpo delle nostri migliori attrici, avendoci ormai abituati a prove di assoluto rispetto, cui – ci perdonerà la Signora Kustermann – dovrà essere soprattutto accreditata la riuscita della pièce, grazie alla sua versatilità, al suo eclettismo, alla sua capacità di coinvolgere anche lo spettatore più distratto nel declamare le rime shakespeariane, ma anche ad una impressionante potenza da cantante blues, tirata fuori chissà da dove, assolutamente perfetta nell’affrontare il difficilissimo compito di eseguire dal vivo i successi sopra riportati, sino ad un finale “Nature boy” a cappella che dava i brividi. A loro, senza dubbio, erano rivolti i sinceri ed affettuosi applausi dell’affollatissimo Teatro ed i nostri.

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