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Dicaprio, ‘Il lupo di Wall Street’: quel bravo ragazzo!

22 Gen 2014 | Nessun Commento | 1.496 Visite
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wolf
A piu’ di vent’anni da uno dei migliori film di Scorsese, The Goodfellas, il regista sforna un altro capolavoro che regge perfettamente il confronto con quello e addirittura ne richiama molto da vicino mood e tecniche. Se in ‘Quei bravi ragazzi’ viene descritto il crimine d’importazione, la gangster story mafiosa italo-americana di cui Scorsese conosceva da vicino i meccanismi, ne ‘Il lupo di Wall Street’ il crimine rimane lo sfondo della storia, ma quello incravattato e dorato, DOC americano made in Manhattan, dove si muove l’economia mondiale. I film sono simili anche per tecnica, come si diceva, per i soventi dialoghi immaginati tra protagonista e spettatore, un eccellente DiCaprio che, fresco fresco del tanto agognato e annunciatissimo Golden Globe, non solo e’ ad oggi uno degli attori-feticcio di Scorsese ma affianca il suo nome nei titoli di coda come produttore.

C’e’ una sorta di movimento parabolico che accomuna i due film, per cui i protagonisti, da una condizione di medriocrita’, approdano a una sorta di olimpo dorato presentato, nella sua roboante inconsistenza, come a portata di tutti, di ogni comune Americano, in un’America-terra-dei-sogni; finche’, per la legge del contrappasso, vengono successivamente scaraventati nel fango, abbandonati e traditi finanche dalle persone pu’ care, condannati a scontare la pena piu’ dura, che non e’ il carcere bensi’ tornare a vivere una vita comune. Una vita da americano medio, molto medio.

“Il lupo di Wall Street” e’ la trasposizione cinematorgrafica della vita di Jordan Belfort, il broker di maggior successo di Wall Street poi incarcerato per frode e una serie innumerevole di illeciti fiscali. La commedia nera, o tragicommedia, e’ narrata con uno stile ironico che tocca vette di surrealismo, descrivendo, con incontenibile ilarita’, il grottesco a cui la vicenda giunge piu’ di una volta. Perche’ e’ la storia di una sfrenata ambizione, che, da traino della ricerca di un’onesta felicita’, si incattivisce poi e si sottomette a un’onnivora dipendenza al denaro, in primis dello stesso Belfort che pero’, conoscendola intimamente, ne fa un diabolico strumento di lavoro: da una parte, si specializza in anticipo sui tempi nella vendita del nulla, della non sostanza, del virtuale – i giochi di borsa sono alla fine scommesse; dall’altro, come un pusher professinista, capisce di poter far soldi proprio creando negli altri la dipendenza da questi. Con contorno di altre dipendenze come sesso, droghe e alcol collegialmente condivise dalla sua banda di impiegati, piu’ volte impegnati in baccanali come fosse un obbligo di lavoro mentre una parola su tre è un coloratissimo “fucking”. ‘E’ osceno’, gli rimprovera il padre mentre sventola tra le mani ricevute per servizi in migliaia di dollari di catering e prostitute d’alto bordo; ‘E’osceno per la gente normale’ gli risponde Belfort che proprio alla vita normale sara’ costretto a tornare quale peggiore punizione dopo essere stato il dio di quel paradiso di peccatori.

Con lui si inaugura quel moderno meccanismo perverso per cui la cattiva pubblicita’ va a beneficio di un’impresa: ‘Lupo di Wall Street’ e’ il termine coniato dalla rivista Forbes per lo stesso Belfort che da questa nomenclatura ricevera’ paradossalmente un ritorno d’immagine vincente con ricadute positivissime per la Stratton Oakmont, da lui creata. Eppure cosi’ e’ che ha cominciato a funzionare da allora, da quando cioe’ il carisma personale e il guadagno hanno scompaginato i tradizionali valori di etica del lavoro e integrita’, confondendo il sogno americano di riscatto umano (ben raccontato per esempio da Gardner ne “La ricerca della felicita’”) con quel paradiso artificiale, fragile e illusiorio, fatto di esagerazioni ossimoriche, guadagni disonesti e tanta droga.

Come Henry Hill, campione di mediocrita’, saluta lo spettatore dalla sua villettina medioamericana dopo aver contrattato la durata della sua reclusione in cambio della defezione dei suoi partners in crime nonche’ amici, cosi’ Belfort vede crollare il mondo che aveva illegalmente costruito mentre torna a vivere la vita dell’uomo qualunque. Eppure, nessun tono moralistico, la denuncia viene semmai affidata all’estetica dell’esagerazione. Unica critica abbastanza pesante proprio perche’ altrettanto elegante e’ per un’America che affonda i cattivi ma che non glorifica i giusti: quando finalmente il commissario Dehnam, il lavoratore medio onesto, servizievole e integro, riesce a incastrare Belfort, non viene celebrato come un eroe a differenza di quanto aveva immaginato per se stesso, ma si trova con suo totale anonimato a prendere la metro tra poveri lavoratori anonimi come lui. Insomma, non e’ esattamente la provvidenza a trionfare, ma almeno chi ha beffato altri onesti poveracci e’ punito. Giustizia e’ fatta!

Sullo schermo sono riportare scene decisamente spinte al limite del consentito, che tuttavia riescono ad essere esilaranti. Un effetto del genere e’ possibile solo grazie alla palese sintonia tra attori e regista, che non solo hanno retto il peso di presentare scene non censurate di sesso estremo e consumo spropositato di droga, ma sono riusciti anche in una resa in cosi’ efficace. Il senso del disturbo e’ prontamente riassorbito, con una larga risata, nella snella e piacevole narrazione: il film dura tre ore che vanno giu’ come se fosse un cortometraggio. Eccellente e’ la freschezza della regia del mostro sacro Scorsese, il grande direttore d’orchestra che trae il meglio dell’orchestra tutta e soprattutto della primadonna DiCaprio, l’attore che ha costruito con attenzione e impegno certosino una carriera superlariva. In poco piu’ di un anno lo abbiamo visto in tre ruoli non facili, di cui due incarnano la critica alla venalita’ americana che puo’ mietere vittime innocenti come Il Grande Gatsby o vittime, un po’ meno innocenti, come il Belfort, persi nella cieca ostentazione del denaro, l’uno buttando per aria camicie costose, l’altro giocando con sprezzo a far canestro nel bidone con banconote da cento.

Scorsese e’ maestro a ricomporre nello spettatore un senso di condanna vagamente non convinta rispetto a quello che si vede sullo schermo con un senso di simpatia verso il protagonista, talmente vittima delle sue stesse debolezze da risultarci tanto umano, troppo umano, se non addirittura simpatico. Questa e’ la magia del grande regista, supportato dal credito della sua statura e deliziosamente attuale, come dimostra una recente, tenera lettera-manifesto scritta alla figlia circa i cambiamenti del cinema che lui vede lucidamente e che accetta, secondo una sensibilità artistica che non e’ sacrificata all’autorita’ del suo calibro. Ecco perche’ Scorsese esplora le bassezze umane con la leggerezza di un battito d’ali, supportato da attori giovani ed esperti anch’essi dediti alla costruzione di una carriera cinematografica di qualita’.

Il film e’ assolutamente divertente, con i suoi dialoghi surreali, i momenti da istrione di DiCaprio che interpreta mimi irresistibili nella loro volgarita’, il senso di assurdo che fin dalle prime scene fornisce la chiave di lettura di tutta l’esagerazione portata sullo schermo, fin dalla prima, cinica lezione impartita dal mentore del giovane Belfort arrivato a Wall Street, un Matthew McConaughey stravolto nei lineamenti e riconoscibile solo per la sua bravura.

Selezionatissima la Colonna Sonora, come sempre bilanciata tra classici e contemporanei con un inaspettato omaggio a Umberto Tozzi con ‘’Gloria’’.

Guardate il trailer e fidatevi di quello che vi ispira.

P.S: Il vero Jordan Belfort ha un piccolo cameo alla fine del film, dove interpreta un anonimo presentatore che presenta se stesso-DiCaprio. Uscito dal carcere, ancora oggi continua a pagare il risarcimento per le vittime delle sue truffe, per cui, pare (tra verita’ e bugie) abbia impiegato anche i proventi del film e della biografia da cui e’ tratto. Altri dicono che non abbia ricevuto nessun compenso. Non si sa. Insomma, il lupo perde il pelo….

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