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Davide Grasso, New York Regina Underground. Racconti dalla Grande Mela

3 Ago 2013 | 2 Commenti | 2.492 Visite
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Davide Grasso, New York Regina UndergroundNew York è una città che attira come nessun’altra la letteratura e le altre forme d’arte. Ancor più che attraverso la scrittura, la conosciamo soprattutto dal cinema americano, che ce ne trasmette l’immagine della grande metropoli confusionaria e diabolica, nel cui movimento metropolitano si specchiano anche la perpetua possibilità dell’inconsueto, gli incontri impossibili, i destini controversi, gli amori folli. Coppie di tipici personaggi letterari che operano in questa metropoli sono il ladro e il poliziotto, il venditore di hot dogs e il mafioso, il single professionista e la ragazza appena lasciata, il nonno e il bambino, il negoziante stanco e il cliente che ha fretta, il rapper nero e il bianco in giacca e cravatta, il taxista e l’aspirante attore che ritarda a un provino. Tutte le dimensioni sono valide a New York, questo monde à rebours che a partire dal Novecente si può guardare da ogni posizione, ma certo quella che normalmente emerge è la dimensione dell’orizzontalità, l’intrico di strade lunghe e larghe, a cui è stato dato un numero come nome e dove si affollano, per lo più all’aria aperta, i personaggi in cerca di uno spazio per raccontare la propria storia. Persino sui grattacieli, se notate, di solito non si sale, ma li si guarda da lontano oppure dal basso, come ci invitano a fare anche le guide turistiche, suggerendo anche di stare attenti alla strada che attraversiamo, per non finire sotto una macchina che sfreccia. In New York Regina Underground (Stilo Editrice, 2013) Davide Grasso non ci dice di New York cose che non ci aspettavamo, poiché i suoi racconti si svolgono nella città in cui niente è stato e tutto può ancora essere. La sorpresa è sempre dietro l’angolo, si noterà infatti la ricorrente struttura narrativa dell’incontro o del fatto singolare che interrompe un’azione passiva duratura: «una sera, mentre ero già sdraiato sul letto, mi raggiunse un messaggio di Katrina»; «fu in quel locale che un giovedì sera molto tranquillo conobbi Shandee»; «una sera ero in attesa della mia birra quando vidi una piccola ma graziosa ragazza al mio fianco che si scusava con la cameriera». Niente di nuovo, fino a qui. Grasso però scrive mettendo in moto un punto di vista che mi pare di una certa originalità, quello della verticalità: gli spazi chiusi di locali e appartamenti vincono sulla strada aperta, le lampade sui lampioni, i vagoni del metro sugli autobus, una torbida sessualità continuamente interrotta si innalza sugli amori dei film, incontrastati e proiettati nel tempo. Il titolo di questo libro è molto chiaro in tal senso, poiché l’autore sembra suggerire che tutto ciò che sta in superficie oppure in alto (Regina), tutto ciò che è illuminato, ha sempre anche un’ombra: tale ombra si manifesta nei bar e nei sordidi postriboli in cui finisce questo narratore, nella sua perenne, inconcludente ricerca di avventure sessuali; oppure nelle feste più improbabili in cui lo portano i conoscenti dell’ultima ora; oppure ancora in quel fantasioso inferno rappresentato dalla metropolitana, che chiude il libro presentandosi come «il punto d’osservazione privilegiato della diversità umana, nella varietà triste o euforica, commovente e incredibile dei suoi mille convogli sotterranei».
Più che un libro di racconti, New York Regina Underground è un intreccio di episodi spesso non maturati, tenuti insieme, grazie a una scrittura fluida e molto godibile, dalla personalità di questo plastico, camaleontico narratore, che riesce a infiltrarsi nei più reconditi angoli di New York, a conoscere i più originali protagonisti della sua quotidianità per poi concludere che essi non sono altro che la normalità e la consuetudine: «non pensate neanche per un istante che ciò non sia completamente normale a New York». Gli episodi vengono visti nel prisma di alcune grandi tematiche che caratterizzano la vita della Grande Mela: la moda e l’estetica, i problemi legati alla ricerca di un alloggio, i locali di Harlem, o meglio sotto Harlem, la metropolitana. Il lettore noterà che il focus di Grasso sembra scendere sempre più, seguendo appunto quella linea verticale che porta dalle altezze un po’ inquiete, in cui si affannano gli altolocati protagonisti del culto dell’estetica, fino alle più basse e inimmaginabili realtà del sottosuolo, dove in mezzo a cittadini inebetiti dal fracasso e e ridotti ad automi, si muove una umanità disperata, trapiantata ora dall’Inferno di Dante (si noti la bella scena della morte del narratore alla fine del primo «viaggio»), ora dalla città tentacolare di Baudelaire, ora dalle nauseanti atmosfere di Bukovski. Ad essa il narratore guarda con un freddo e cinico distacco, che lo aiuta nelle sue speculazioni sociologiche, ma non lo spinge ad agire per migliorare la situazione, che osserva infatti «da dietro la colonna» e con un leggero compiacimento: «Sulla fermata della 14esima un vecchio afroamericano o caraibico obeso e disabile, con una barba biancastra sul volto grasso ed emaciato, canta a squarciagola e con grande talento su basi degli anni Cinquanta e Sessanta. […] Una volta ad ascoltarlo c’era un gruppetto di ragazzini russi, sicuramente minorenni, con delle facce così stupide che non ne avevo mai viste in tutta la mia vita; un po’ lo sfottevano, poi cominciavano a farsi scherzi pericolosi, poggiando gli zainetti degli amici sull’orlo del binario all’arrivo del treno. Un barbone ubriaco, magrissimo, ballava in modo vagamente osceno; una coppia ascoltava rapita, lei sessant’anni suonati e non proprio avvenente, lui un ventenne tossicodipendente, ridotto così male che poteva sembrare più vecchio di lei. Durante l’esibizione si abbracciavano, commossi, dandosi dei baci sulle tempie. Dov’era lo spettacolo? Dov’era il pubblico?».
C’è un barlume di luce in tutto questo? Sì, perché lo scopo della narrazione non sembra quello di dare soddisfazione a una sadica e morbosa curiosità, di additare con intenti moralizzanti un mondo perduto e sotterrato dagli enormi ratti delle stazioni della metropolitana, bensì quello di evocare il senso di una città libera, quel «viavai di colori, di lingue, di storie» dove, pur in presenza di tante persone che vivono ai margini, le differenze non sono vissute come un problema, ma come un arricchimento: provate a contare quante nazionalità sono evocate nelle pagine di Grasso! Come il cubo magico di Rubik, New York può stare in ogni posizione, può avere ogni colore e qualsiasi tentativo di unire tutti i tasselli rossi di una faccia, di riportarla a un ordine razionale, all’unicità di un punto di vista, è destinato a fallire (non a caso Grasso evoca Bakunin). Il senso di New York-città libera sta nella sua facoltà di rifuggire qualsiasi autorità, di opporre la provvisorietà al disegno precostituito. Allo stesso modo i suoi cittadini non concepiscono ciò che è prevedibile e progettato, ma preferiscono gettarsi nel mare delle missed connections evocate al termine del libro: «avete mai amato, siete mai stati amati da qualcuno che è nato e cresciuto a New York? Questo senso della perdita certa e imminente, questa pelle dura per le separazioni ce l’hanno nel sangue».

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