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A Roma le prelibate opere dell’Accademia di Santa Cecilia

14 Apr 2010 | Nessun Commento | 2.464 Visite
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Gianni Schicchi di PucciniTorna l’opera in forma di concerto nella stagione dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma il prossimo 17 aprile (repliche il 19 e 21) presso l’Auditorium Parco della Musica. Sarà innanzitutto l’occasione per ascoltare il bravo direttore russo Vladimir Jurowski, oltre che un adeguato cast vocale, cimentarsi in un insolito dittico di opere brevi ambientate a Firenze: tragico e comico a contrasto in momenti storici diversi. Nella Tragedia fiorentina di Zemlisky, tratta da un testo di Oscar Wilde e ambientata nel XVI secolo, assistiamo ad una vicenda intrisa di morbosità tra passioni, duelli e pentimenti. Nel Gianni Schicchi di Puccini invece, le situazioni comiche e grottesche ruotano intorno ad una questione di eredità: l’opera è ispirata ad una storia realmente accaduta nella Firenze di fine Duecento e rievocata nel Canto XXX dell’Inferno di Dante.
L’arte, la letteratura e la musica dell’inizio del Secolo scorso ritrovarono nel Rinascimento Italiano una fonte di interesse e ispirazione. Una Tragedia Fiorentina di Alexander von Zemlinsky ne è senz’altro un limpido esempio. Basata su un’opera teatrale incompiuta di Oscar Wilde, racconta di una storia d’amore e di morte collocata nella Firenze rinascimentale nel XVI secolo, luogo per eccellenza di incantate bellezze, sanguinari intrighi e azioni smisurate. La contrapposizione tra il giovane e raffinato principe, dedito al culto dell’amore e della bellezza, e la prosaica quotidianità del vecchio mercante, che apparentemente pensa solo al prezzo della lana sfocia in una storia di amore e morte dalle tragiche tinte. Il clima morboso e la scabrosità della vicenda è restituita alla perfezione nella lussureggiante orchestrazione di Zemlinsky. Una nuova occasione per apprezzare la musica di Zemlinsky, di cui è stata già eseguita con grande successo in questa stessa stagione anche “La Sirenetta”. Tragedia in Alexander von Zemlinsky, comicità in Gianni Schicchi di Giacomo Puccini: cambiano i toni ma restiamo a Firenze.
jurowskiCon un salto all’indietro di almeno due secoli ci ritroviamo al tempo di Dante. E’ infatti nel XXX canto dell’Inferno che il Poeta ci racconta di un falsario di nome Gianni Schicchi de’ Cavalcanti, famoso per le sue imitazioni, che viene chiamato in gran fretta dai parenti di Buoso Donati, ricco mercante appena spirato, perché escogiti un mezzo ingegnoso per salvarli da un’incresciosa situazione: il loro congiunto ha infatti lasciato in eredità i propri beni al vicino convento di frati, senza disporre nulla in favore dei suoi parenti.
Inizialmente Schicchi rifiuta di aiutarli a causa dell’atteggiamento sprezzante che la famiglia Donati, dell’aristocrazia fiorentina, mostra verso di lui, uomo della «gente nova». Ma le preghiere della figlia Lauretta, innamorata di Rinuccio, il giovane nipote di Buoso Donati, lo spingono a tornare sui suoi passi e a escogitare un piano, che si tramuterà successivamente in beffa. Dato che nessuno è ancora a conoscenza della dipartita, ordina che il cadavere di Buoso venga trasportato nella stanza attigua in modo da potersi lui stesso infilare sotto le coltri, e dal letto del defunto, contraffacendone la voce, dettare al notaio le ultime volontà.
Così infatti avviene, non senza che Schicchi abbia preventivamente assicurato i parenti circa l’intenzione di rispettare i desideri di ciascuno. Schicchi quindi declina dinanzi al notaio le ultime volontà, ma quando dichiara di lasciare a Schicchi, ovvero a sé stesso, le cose più preziose, fra cui l’ambita casa di Firenze, i parenti esplodono in urla furibonde, scagliandosi poi contro di lui, che caccia tutti dalla casa, divenuta ora di sua esclusiva proprietà. Fuori, sul balcone, Lauretta e Rinuccio si abbracciano teneramente. Schicchi, contemplando la loro felicità, sorride compiaciuto della propria astuzia, che pure lo condannerà all’inferno.
Emblematico quanto notissimo il finale, pronunciato da Gianni Schicchi:
“Ditemi voi, signori,
se i quattrini di Buoso
potevan finir meglio di così!
Per questa bizzarria
m’han cacciato all’inferno…e così sia;
ma, con licenza del gran padre Dante,
se stasera vi siete divertiti,
concedetemi voi…
l’attenuante!”

Su questa vicenda Puccini e il suo librettista, Giovacchino Forzano, hanno creato una delle opere più comiche e irresistibili di tutto il repertorio, approfittandone per burlarsi dei vizi e dei difetti di certi caratteri tipici della buona borghesia italiana loro contemporanea.
Musicalmente, il Gianni Schicchi (terzo capitolo del celebre Trittico, andato in scena insieme al Tabarro e alla Suor Angelica il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York) è un autentico miracolo di invenzione timbrica. L’andamento è quello di un prodigioso “scherzo” sinfonico, squarciato qua e là dalle effusioni liriche di pagine celeberrime come le due romanze “Firenze è come un albero fiorito” e “O mio babbino caro”.

Info: www.santacecilia.it

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