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Dal 13 febbraio Colin Farrell e Russel Crowe tornano al cinema con una “Storia d’inverno”

11 Feb 2014 | Nessun Commento | 1.709 Visite
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storiadinverno90
Ci sono favole non destinate ai bambini e “Storia d’inverno” è una di queste. Lo sceneggiatore premio Oscar Akiva Goldsman, al suo esordio alla regia, ruba ciò che più lo emoziona dal romanzo di Mark Helprin e porta sullo schermo una storia d’amore antica e, insieme, moderna. Gli elementi della fiaba ci sono tutti: il cavaliere, la bella da salvare, il cattivo da sconfiggere, la magia. Ma nessuno di questi elementi agisce come ci si aspetta né la trama segue i percorsi lineari e (troppo spesso) smielati della tradizione. Piuttosto, “Storia d’inverno” prende questi ingredienti e li catapulta, in maniera originale, in un mondo reale che però racchiude al suo interno una dimensione magica. La dimensione dei miracoli che nascono da un amore capace di superare qualunque limite imposto dal tempo.

Ciascun personaggio, incarna un ‘ruolo’ della favola, ma nello stesso tempo assume caratteri specifici che lo rendono complesso. Peter Lake (Colin Farrell) è l’eroe che deve compiere il miracolo e, insieme, l’anti-eroe. All’inizio è un ladro (ruba insieme a una banda di delinquenti e poi da solo). Soltanto l’incontro con Beverly lo spinge a scoprire la sua natura di uomo giusto. Insomma, è una persona buona che però, almeno all’inizio, agisce in modo sbagliato e che probabilmente, avrebbe continuato a farlo, se un destino favorevole (non concesso a tutti!) non lo avesse portato sulla strada giusta. Pearly Soames (Russell Crowe) lavora per il diavolo, distrugge le speranze e va a caccia di Lake. Eppure è lo stesso personaggio che ha salvato e cresciuto Peter e che, abbandonato dal ragazzo, prova risentimento e voglia di vendetta, come potrebbe succedere a qualunque uomo che si sente tradito. Persino Lucifero (Will Smith), incarnazione del male, mostra in sordina un cedimento affettivo nei confronti di Soames e un angelo ci mette poco a lasciarsi corrompere. Dunque bene e male, pur essendo dimensioni separate, finiscono per coesistere.

Come coesistono presente e passato. Tutto fluisce perfettamente, Goldsman riesce a passare da un’epoca all’altra senza nessuno stridore, restituisce al meglio le caratteristiche di ciascun periodo storico senza creare contrasti e, in questo, è aiutato dai costumi scelti da Michael Kaplan. Straordinariamente naturale è, poi, la compresenza di elementi reali e magici. Questi ultimi emergono nella storia con delicatezza, in modo da non minare mai l’effetto di realismo, necessario per un film destinato a un pubblico di adulti. Non ci sono perciò super-poteri, ci sono invece emozioni e sentimenti espressi all’ennesima potenza ma pur sempre verosimili, c’è un cavallo alato che però è solo la trasfigurazione di un angelo, ci sono i demoni che mantengono (quasi) sempre un aspetto antropomorfo, ci sono protagonisti (Peter e Beverly) in tutto e per tutto umani e poi c’è la città (New York) in cui è ambientata tutta la pellicola e che si presenta con i suoi edifici e le sue strade reali.

Tutto questo fa di “Storia d’inverno” una pellicola profondamente originale, diversa dalle storie vere e da quelle inventate che sanno di ‘già visto’ e capace di trasformare l’esordio alla regia di Goldsman in un racconto che prova a ridare speranza anche agli adulti, in un mondo in cui le favole e i lieto fine sono solo per i bambini.

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