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Da Pasolini a Fibre Parallele: Licia Lanera offre una convincente interpretazione dell’Orgia pasoliniana

20 Ott 2016 | Nessun Commento | 1.657 Visite
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fp2La morte non è nel non potere più comunicare, ma nel non potere più essere compresi.”

Incarnare la parola, e, quindi, renderla carne, umanizzandola, personificandola, rappresentandola, facendosene esegeta, interprete: concetto che si attaglia perfettamente al messaggio evangelico, al compito assegnato alla divinità del Cristo nel suo passaggio terreno, e che, probabilmente, non sfuggì a Pier Paolo Pasolini, che aveva da poco liquidato la sua antidogmatica lettura cinematografica del Vangelo secondo Matteo, quando cominciò a plasmare quella che ricordiamo come una delle sue creature più scandalosamente fisiche, tangibili, corporee, carnali appunto, in cui le parole – sublimi, come sempre in Pier Paolo – sono percepite come un limite, una frontiera, un confine, un termine, solo superato il quale si può giungere a vivere in senso pieno e totale il proprio essere, la propria materialità, la propria fisicità, in un vortice di desiderio che conduce sino alle più estreme conseguenze, sino ad un ineluttabile baratro, sul ciglio del quale si percepisce immediatamente e tragicamente che ci si trova di fronte ad un ulteriore passaggio verso una nuova mutazione, un varco per spiccare un inedito, forse estremo, salto, verso un libero volo o una caduta libera non è dato sapere, con la unica consapevolezza che solo la distruzione della carne stessa (ritorna il destino scelto da Cristo?) possa determinare il superamento della nostra imperfetta, asfissiante, irrisolta umanità.

Orgia, controversa opera teatrale, che, messa in scena nel ’68 con la regia dello stessofb7 autore e l’interpretazione della fedele Laura Betti e di Luigi Mezzanotte, fu sì aspramente criticata da far dichiarare a Pasolini che non avrebbe mai più scritto per il teatro e da essere pubblicata addirittura postuma, è un tassello di illuminante bellezza nella produzione pasoliniana, in cui la tragica rappresentazione della batracomiomachiaca ed autodistruttiva battaglia sessuale di una coppia diveniva il pre-testo per l’autore per inscenare il suo “dramma per la disperata lotta di chi è diverso contro la normalità che respinge ai margini”, in realtà celandovi una infinità di altre e distinte chiavi di lettura, non ultima, come detto, quella che atteneva il coraggioso tentativo di superare la parola, la sua esegesi, il testo stesso e la sua poetica.

Nell’usuale claustrofobico scenario di un appartamento, si consuma l’iperbole cannibalizzante e totalizzante di un uomo e di una donna che, memori ed allo stesso tempo dimentichi di un passato di pace e serenità che hanno ereditato ma cui hanno rinunciato in virtù di una discutibile evoluzione dei rapporti umani, decidono scientemente di (s)terminare la propria famiglia, e quindi anche i due piccoli figli nati dalla loro unione, giungendo ad autodistruggersi in un gioco sadomasochistico senza precedenti, di inaudita violenza ed efferatezza (lo stesso che ritroveremo in “Salò”, ultima opera cinematografica di Pasolini). Certo, “morire e far morire”, come diceva Giorgio Gaber, “è un’antica usanza che suole aver la gente”, ma qui l’enunciato viene addirittura superato: non sembra aver importanza il chi uccida chi, se sarà l’uomo, dopo lunga riflessione, ad uccidere i propri figli e quindi, a seguito di un brutale amplesso, la donna prima di impiccarsi, ovvero sarà fp4la donna, in quanto speculare proiezione delle pulsioni dell’uomo, a compiere, colta da un raptus (“si dirà: è morta per un alito d’aria”, le fa dire il poeta), la strage sui minori, rendendola immagine contemporanea di una Medea inconsapevole (quasi un’anticipazione del lavoro che Pasolini intraprenderà tre anni più tardi per la realizzazione del film con Maria Callas), prima dell’obbligato suicidio; in verità, non sapremo mai se il cruento omicidio / suicidio, rito sacrificale e purificatorio, sia stato realmente compiuto, o se siamo stati proiettati nel delirium premortem dell’uomo quando, abbandonato dalla sua famiglia, come confesserà alla prostituta con cui tenterà di replicare il coito coniugale, morirà in assoluta solitudine, soffocato dal suo stesso vomito, urlando il suo angoscioso ed angosciante “non sono guarito”, o più semplicemente siamo parte di un’elucubrazione mentale, di un’immagine di sé che l’immaginazione dell’uomo ha partorito e proiettato al di fuori, pronta a farsi visione per un pubblico di affini (“ripeto, dunque, che se la mia vita fosse stata uno spettacolo, il flashback delle ultime vicende della mia tragedia non potrebbero essere state dramma o dilemma che per la coscienza di un eventuale spettatore”), ed, alla fine, non è nemmeno importante saperlo perché, farà ripetere Pasolini al suo protagonista, “la verità non sta in un solo sogno ma in molti sogni”. Quel che conta è, appunto, l’interpretazione che lo spettatore, non più distaccato uditore ma divenuto a sua volta attore in quanto testimone e partecipe del rito, dà a quegli eventi, a quelle (dis)umane vicende, a quella esistenza, che, poi, è la sua.

Oggi, a distanza di ben cinquanta anni dalla sua creazione, la forza deflagrante di Orgia èfp3 ancora intatta, anzi forse si è accresciuta, peraltro sovrapponendosi ad alcuna atroce quotidianità, come testimonierebbero i molteplici fatti di cronaca che siamo costretti a registrare; da qui, è quasi naturale che l’opera dovesse incontrarsi (e scontrarsi) con la produzione di una delle migliori compagini teatrali contemporanee, le Fibre Parallele, di cui ci siamo più di una volta confessati ferventi ammiratori; anzi, a pensarci bene, sorprende che l’incontro tra il gruppo barese ed il Maestro non sia avvenuto prima, per i tantissimi punti di contatto, ma questo potrebbe essere anche stato un bene, vista la resa ultima dello spettacolo cui abbiamo assistito in uno stracolmo Teatro Abeliano, sold out per due sere, in apertura della annuale interessantissima rassegna dei Teatri di Bari.

Licia Lanera, splendida fautrice di questo adattamento, tanto alla regia, ottimamente assistita da Danilo Giuva e coadiuvata dalla consulenza di Alessandra Di Lernia e dalle luci di Vincent Longuemare, quanto alla recitazione, affrontata, in uno magnifico assolo, tanto nel ruolo della donna quanto dell’uomo, con il breve intervento della più che fp6promettente Nina Martorana nel ruolo della prostituta, ci restituisce la perfezione poetica pasoliniana nella sua accecante luminosità, realizzando appieno il dettato del suo creatore che voleva la recitazione fosse “un misto di verità parlata e di dizione poetica”, ed anche la impetuosa carnalità del messaggio dell’opera, divenendo essa stessa, allo stesso tempo, parola e corpo, officiante e vittima di quel cerimoniale pagano che si offre ai nostri occhi, che può, senza tema di smentita, essere paragonato all’annoso ed amato rito del Teatro, altra tematica cara alle Fibre Parallele.

Ecco, dunque, che la Lanera, grazie anche all’apporto delle note di Georges Gurdjief e di Eminem, in perfetta contrapposizione, ed alle gigantesche riproduzioni di tre dipinti di Claude Lorraine, Francesco Furini e Caravaggio (probabilmente memore di quel che affermava Federico Zeri: “Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi”), riesce, incarnando il verbo, come sopra detto, a farsi interprete eccelsa, in una ricerca ossessivamente ermeneutica, della parola pasoliniana, rivivendola sulla propria pelle, intimamente, per poi lasciarla esplodere con tutta la sua violenza distruttrice in una eruzione magmatica che espande i propri effetti all’intera sala, visibilmente colpita allo stomaco come stanno a testimoniare anche i tanti secondi di totale silenzio alla fine dello spettacolo prima della giusta ovazione.fp7

Ne nasce la prova d’attrice più matura dell’artista, che si spinge sino all’estremo di quanto possa permetterle la natura umana, tesa – pare – quasi a superarla, a soverchiarla, ad infrangerla. Anche l’utilizzo dell’apparato tecnico è ancora una volta mezzo per raggiungere la piena rappresentazione dell’immaginario, come quando uno dei due microfoni si trasforma spudoratamente in pene pronto alla fellatio; ogni minimo oggetto, nella rappresentazione delle Fibre, non appare mai per caso ma risulta assolutamente confacente a disorientare e sferzare la nostra asettica visione, come quando lo yogurt contenuto nei due vasetti presenti sul palco dall’inizio dello spettacolo si trasforma prima in sperma e poi in vomito, lo stesso in cui si adagerà il/la protagonista, trovando il primo e definitivo momento di pace dell’intera performance.

Impossibile fuggire, impossibile arroccarsi dietro le nostre certezze; l’epilogo di Pasolini e della Lanera sta lì a dirci che Orgia non può, non deve essere considerato solo uno spettacolo, perché non lascia scampo, non conosce facili indulgenze, non prevede fp5prigionieri né pentimenti, ma spinge chi ha partecipato al rito ad operare una estrema scelta di campo: se accontentarsi di una assecondante realtà o spingersi oltre, cercare una rinascita che non può non avere i canoni rivoluzionari del rigetto dell’omologazione e del potere, per tentare di resistere, ancora una volta, all’opprimente quanto imminente nuova barbarie. Per quel che conta, noi siamo sempre stati con Pier Paolo; ora, ça va sans dire, siamo dalla parte di Licia.

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