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Convince la “Tosca” di Giovanni Agostinucci in scena al Teatro Petruzzelli di Bari

26 Mag 2016 | Nessun Commento | 1.626 Visite
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tLa musica? Cosa inutile. Non avendo libretto come faccio della musica? Ho quel gran difetto di scriverla solamente quando i miei carnefici burattini si muovono sulla scena. Potessi essere un sinfonico puro. Ingannerei il mio tempo ed il mio pubblico. Ma io nacqui tanti anni fa, tanti, troppi, quasi un secolo … e il Dio Santo mi toccò col dito mignolo e mi disse: ‘Scrivi per il teatro: bada bene, solo per il teatro’. Ed ho seguito il supremo consiglio.

(Giacomo Puccini)

 

Vi sarebbe un dramma che, se io fossi ancora in carriera, musicherei con tutta l’anima, ed è Tosca!”

(Giuseppe Verdi)

 

Cosa dire ancora della Tosca di Giacomo Puccini? Cosa potremmo dire noi con le nostre povere parole di un’Opera che da 116 anni illumina la scena, fa vibrare i cuori, agita le coscienze, emoziona sino alle lacrime, avvince al punto da far registrare ancora oggi – di fatto – ben otto sold out del Teatro Petruzzelli di Bari in altrettante repliche programmate? Nulla. O, forse, qualcosa possiamo ancora: certamente possiamo dire a quanti affolleranno il nostro Politeama nei prossimi giorni, per l’ultima opera in cartellone nell’annuale Stagione della Fondazione Petruzzelli prima della pausa estiva, che, a nostro modesto parere, assisteranno ad una grande edizione del capolavoro creato dal genio lucchese su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica ispirato al dramma di Victorien Sardou.t2

Nel corso degli anni abbiamo potuto assistere a rappresentazioni assai differenti delle drammatiche vicende di Floria Tosca, stella di prima grandezza tra le cantanti d’opera nella Roma del 1800, del suo amante Mario Cavaradossi, pittore di fama, e del loro folle amore contrastato dal Barone Scarpia, capo della polizia papalina, poco segretamente infatuato della cantante, ma raramente ci era capitato di poter godere di una lettura così forte, calata nel sociale e – perché no – nel politico, come quella scaturita dalla regia di Giovanni Agostinucci, in realtà una ripresa di una produzione delle Fondazioni Arena di Verona e Teatro delle Muse di Ancona di qualche anno fa. Tali elementi – come era giusto che fosse – sono ben visibili soprattutto nella figura di Scarpia ma anche, e se possibile ancor più, nel soggiacere del popolo sotto le sue angherie; illuminante, in tal senso, è apparso il quadro finale del primo atto, quando, dopo aver dato concepimento al suo diabolico progetto proprio nel momento in cui i fedeli stanno per intonare il “Te Deum”, il Barone si eleva sopra la folla e, forse, anche sopra la divinità, in un estremo gesto sacrilego: è lì che scopriremo che il popolo preferisce prostrarsi a lui anziché al Crocifisso, prediligendo il potere terreno a quello divino, realizzando un’anticipazione di quel “E avanti a lui tremava tutta Roma!” che Tosca t3pronuncerà davanti al corpo esanime del Barone dopo l’efferato omicidio. E proprio la gestione di quel potere, fondata sulla tortura, sulla repressione e sulla violenza fisica, che con Tosca si fa anche psicologica, in questa edizione appare intimamente connessa ad una sessualità che nello Scarpia si fa perversa e maligna, ben rappresentata da certo abbigliamento e mobilio fetish, forse il lato più oscuro della psiche di un personaggio tra i più crudeli scaturiti da penna insieme al Riccardo III shakespeariano; Agostinucci riesce a far coesistere malvagità, abiezione morale, sarcasmo e prepotenza, restituendoci uno Scarpia imponente e terribile, efferato e beffardo. Al male supremo ed imperante, vengono contrapposti solo i due sfortunati amanti e la strenua quanto vana difesa di valori per cui entrambi sono disposti a vivere la loro iperbole eroica e tragica, finanche sino a sacrificare la loro vita: l’ideale politico per Mario; la fedeltà amorosa e la devozione religiosa per Tosca.

La messa in scena firmata da Agostinucci, fautore anche delle scene, dei costumi e delle luci, ci concede finalmente di vivere appieno le furenti passioni dei protagonisti e di ‘sentirne’ tutto l’incontestabile pathos, ben coadiuvato in tale impresa dalla energica bacchetta del Maestro Gianpaolo Bisanti che ha tenuto fede alla sua promessa di “rendere al massimo grado l’altissimo tasso di intensità drammaturgica che caratterizza quest’opera dall’inizio alla fine”, dirigendo in modo encomiabile la giovane Orchestra del Teatro Petruzzelli, promossa a pieni voti alla sua prima Tosca, ed un cast davvero memorabile, a partire dalla Tosca di Susanna Branchini, di cui ci siamo da tempot4 professati appassionati ammiratori, per poi continuare con l’ottimo Barone Scarpia di Sebastian Catana, dotato anche di un convincente physique du rôle, e finire con il Cavaradossi di Dario Di Vietri, che ad una delle voci più pulite ed autorevoli che ci sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, una vera potenza della natura che qualcuno in sala si spingeva ad accostare al divino Pavarotti, non riusciva ad unire una teatralità assolutamente essenziale per il suo personaggio, rilevando una scarsa propensione alla recitazione che in taluni momenti si trasformava in evidente goffaggine; a loro si aggiungevano, dando buona prova di sé, Antonio Di Matteo (Cesare Angelotti), Domenico Colaianni (il sagrestano), Massimiliano Chiarolla (Spoletta), Rocco Cavalluzzi (Sciarrone / un carceriere), Ivana D’Auria (un pastore) e, nel primo atto il Coro della Fondazione Petruzzelli ed il Coro di Voci Bianche “Vox Juvenes”.

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