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Con “Il Principino” di Damiano Nirchio, Vito Signorile regala un’altra grande interpretazione

1 Mag 2019 | Nessun Commento | 430 Visite
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“E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “… piangerò”. “La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…” “È vero”, disse la volpe. “Ma piangerai!” disse il piccolo principe. “È certo”, disse la volpe. “Ma allora che ci guadagni?” “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano.” (Antoine de Saint-Exupéry)

Legàmi. Rapporti. Parentele. Relazioni. Sentimenti. Affetti. Affinità. Morbosità. Catene. Non c’è essere umano che ne sia estraneo, avulso, che possa pensare di dissociarsene, sia che si tratti della propria famiglia, delle proprie amicizie o anche della terra natia, di quel senso di appartenenza ad un popolo, un gruppo, una tribù. Sono decine e decine i tentativi di spiegare, illustrare, rappresentare il fenomeno, ma raramente ci è capitato di assistere ad una analisi tanto precisa, partecipata, emozionata ed emozionante come quella proposta dal drammaturgo e regista barese Damiano Nirchio nel suo recente lavoro “Il principino – Breve cronaca familiare da un trivani vista ciminiere”, una produzione Teatri di Bari, Gruppo Abeliano e Progetto Senza Piume inserita nell’annuale cartellone del Teatro Pubblico Pugliese, interpretata da Vito Signorile, Danilo Giuva ed Anna de Giorgio.

Estate 1981. Seduto su di una lacera poltrona, un altrettanto logoro uomo si lascia vivere nel suo appartamento, che scopriremo esser stato acquistato a carissimo prezzo, tra cumuli di sabbia, ferro e amianto che, sospinti dalla vicina ciminiera cementifera, hanno appestato tutta la sua vita, professionale ed umana, mentre dal televisore perennemente acceso giungono, intervallati dagli echi ipnotici delle réclame (ancora lontane dal chiamarsi spot pubblicitari) che raccontano di una vita consumistica agognata e mai realizzata, le notizie della drammatica parabola vitale di Alfredino Rampi, il piccolo caduto nel pozzo che tenne col fiato sospeso tutta l’Italia prima del tragico epilogo. Comprendiamo subito che l’uomo non è più pienamente in sé, minato ed offuscato da quella maledetta involuzione chiamata demenza di Alzheimer, condizione, se possibile, acuita dal sopraggiungere del suo unico figlio, emigrato a Milano, da sempre in fuga dalla rigidità paterna e da un rancoroso risentimento che, di fatto, ne ha minato e mutato le scelte di vita, tornato controvoglia nella città del Sud che gli ha dato i natali (potrebbe essere Bari, ma anche Taranto a giudicare dall’incidenza della polvere maledetta) esclusivamente per mettere in vendita quell’appartamento che ora odia profondamente, accomunando la morte della madre per tumore alla scelta del padre di non rinunciarvi per pagare le costose cure. Sono ormai pochissime le cose che legano i due, tra cui la presenza della figlia di una vicina, considerata da sempre dal padre la fidanzatina del figlio, prima di scoprire, grazie alle dicerie ed al pubblico ludibrio da bar, l’omosessualità di quest’ultimo, e soprattutto il filo rosso rappresentato da “Il piccolo principe”, il capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry che un esercizio scolastico ha obbligato entrambi a leggere all’unisono e che ora, nella malsana memoria del vecchio, è addirittura sovrapposto alla vita reale. Lo scontro tra padre e figlio si fa asfissiante, insopportabile, a tratti violento, sino ad un’ideale – o forse idealizzata – riappacificazione ed un fugace ricongiungimento, se non proprio tra i due quantomeno tra le loro anime, l’uno con l’altro ma anche ognuno con il proprio io, con il padre che, in un attimo di lucidità, accetta la sua condizione e quella del figlio, di cui pare finalmente essersi riappropriato, così da potergli nuovamente accarezzare (nel medesimo incomprensibile gesto ripetuto per tutto lo spettacolo) i capelli e perdersi nel loro antico color giallo grano.

Sospinto – crediamo – dalla recente traduzione in vernacolo barese del Principino saintexupéryano realizzata dallo stesso Signorile, Nirchio costruisce un’opera di rara suggestione, con tanti – forse anche troppi – ganci alla comune storia di ognuno di noi, in modo da rendere impossibile non sentirsi accomunati, se non perfettamente aderenti, alla storia dei tre protagonisti, tutti magistralmente interpretati: Anna de Giorgio rende tutte le disillusioni di una donna assuefatta al dolore, cui ormai non restano che i sogni e, forse, la speranza di un futuro migliore, identificato nella creatura che porta in grembo; la rabbia, il rancore, gli isterismi, le eccitazioni, i turbamenti, gli interrogativi, ma anche le – stentate – dolcezze del figlio riluttante che non riesce a nascondere la sua profonda relazione con un padre che non ha mai voluto, con una terra che non ha mai amato, con una vita che è irrimediabilmente irrisolta, sono perfettamente incarnati da Danilo Giuva, che sembra idealmente raccogliere il testimone della grande tradizione attoriale che ha ancora in Vito Signorile, nel pieno di una seconda giovinezza professionale inaugurata sotto la direzione di Licia Lanera con “Blue Bird Bukowski”, un sublime esponente, capace di donare al vecchio malato di Alzheimer una esemplare profondità, assolutamente convincente, tratteggiando un personaggio che custodiremo nella nostra memoria, un uomo semplice che, in quell’infinito trascinarsi, assomiglia ai nostri padri, a noi stessi, eroi stanchi che, giunti all’ultimo capitolo della nostra odissea, aneliamo un ritorno al futuro, una rinascita, una crescita verso la purezza d’infante che possa, dopo tante sofferenze, riconsegnarci l’innato colore del grano.

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