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Claudio Colonna in arte Dope ci racconta la sua musica. Interessante e degno di nota “Weird Dreams”

16 Mag 2020 | Nessun Commento | 989 Visite
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Claudio Colonna in arte Dope

Da oggi il nostro LSDmagazine si arricchisce di un giovane valente collaboratore musicale, Stefano Caroppo che condurrà i nostri lettori alla scoperta di nuovi talenti musicali italiani, Il suo nuovo viaggio inizia con l’intervista al rapper barese Claudio Colonna in arte Dope.

Dope, pseudonimo di Claudio Colonna, è un rapper barese classe 2002; frequenta il liceo classico Socrate di cui è attualmente rappresentante.

Appassionato da sempre di hip hop, pop punk e post-rock, muove i primi passi nel campo musicale suonando il basso nella band pop punk  “The Hardest Thing Ever”.

 All’età di 15 anni conosce dei ragazzi con i quali formerà l’ attuale collettivo “Blue Blood Klan”: grazie al confronto con i membri del BBK e con la loro musica, inizia a scrivere dei freestyle in inglese e ad avvicinarsi sempre di più all’hip-hop.

Il 21 febbraio, Dope pubblica il suo primo singolo, “Weird Dreams”, una coproduzione di Dope e YoungSlu (uno dei membri del BBK).

Weird Dreams è definito da Dope  l’essenza della sua musica.

È un brano che rispetta a pieno i canoni del cloud rap: il testo, accompagnato da una base malinconica suonata da Dope stesso, racconta la tristezza che un adolescente come tanti prova nel momento in cui viene rifiutato dalla ragazza dei suoi sogni.

Si nota molto, nella sua musica, l’influenza di Post Malone, uno dei suoi artisti preferiti.

Per quale motivo hai scelto il nome d’arte “Dope”?

“Ho scelto il nome “Dope” per tre motivi: il primo, tutti mi chiamavano già così per via del mio tag instagram, @claudiodopebbk (che ho scelto nel 2017, quasi seguendo la falsa riga del vecchio tag di Charlie Charles, “@charliedope”); il secondo, “dope”, è gergo americano per dire che qualcosa “spacca”: se qualcuno ti dice “that’s dope”, vuol dire che apprezza molto il tuo lavoro, ed è il mio obiettivo dal momento in cui ho deciso di fare musica; il terzo, “dope” significa genericamente “droga”: non sono un drogato, anzi, evito qualsiasi genere di sostanza stupefacente perché non credo faccia per me. Ho scelto il nome Dope per esaltare la natura “estasiante” delle droghe: in greco antico “εκστάσις” significa “uscita da sé” e ciò che porta davvero all’estraniarsi dal mondo trovando nuove sfaccettature della realtà è una cosa e una sola: la musica. Quindi c’è tutta questa concezione strana tra musica e droga, che spero di aver reso abbastanza chiaramente. Fatto sta che è un nome d’arte che non mi convince ancora, probabilmente lo cambierò non appena troverò qualcosa di più adatto a me.

Quando hai iniziato a cantare?

“Ho iniziato a cantare all’età di 12 anni, iscrivendomi alla scuola di musica I Feel African Ol’ Orchestra a Bari.

 La passione per la musica esiste da sempre: sin da piccolo sono stato un grande ascoltatore di qualsiasi genere, spaziando da Bob Marley a Zucchero; ma prende forma da quando ho conosciuto Raffaele Nicolì, band coach presso IFAO e mio ex mentore musicale con cui ho tutt’ora un grandissimo rapporto che va oltre la musica. Proprio a IFAO fondo una band pop-punk, i “The Hardest Thing Ever”, in cui cantavo e suonavo il basso. Non abbiamo mai quagliato più di tanto.”

Cos’è per te la musica?

“Per me la musica è davvero un linguaggio universale. Tramite essa puoi far passare qualsiasi messaggio, comunicare qualsiasi emozione e far tua qualsiasi situazione ti venga narrata. La trovo davvero uno strumento che sfiora il divino. Io la uso come sfogo, ad esempio, e mi fa molto piacere che le persone che ascoltano le cose che dico su una base si ritrovino. Mi rende felicissimo.”

La copetina del primo singolo di Dope

Quali sono i generi e gli artisti che influenzano maggiormente la tua musica?

“come ho già anticipato, ascolto sin da piccolo tantissima musica, ma principalmente ascolto moltissimo hip-hop (e tutto quello che puoi buttarci dentro, come l’indie-rap o il cloud rap, o la famigeratissima trap), pop-punk, grunge e post-rock. Se voglio approfondire un artista o un genere, però, non mi faccio scrupoli. Sono sempre disposto a nuove scoperte, non fa mai male. Diciamo che il mio Spotify ultimamente ha in rotazione fissa Post Malone, Flying Lotus, gli Offspring, i Nirvana, Aminé e i Sigùr Ròs: appunto, un potpourrì di generi.”

Come ti sei avvicinato alla trap?

“ Era il 2016, qualsiasi ragazzino della mia età o era già totalmente in fissa con la Dark Polo Gang o si affacciava timidamente a un mondo infinito. Mi avvicino alla trap per un motivo molto stupido, ma che mi ha stravolto la vita: per piacere a una ragazza, imparai a memoria tutta “Dende” di Ghali. Ad oggi è una delle mie canzoni preferite nel genere, così come l’artista che reputo uno dei più influenti nella scena italiana (e non solo, ormai).”

Frequenti il “classico”: pensi che ci sia un collegamento tra la cultura classica che studi e questo genere apparentemente così lontano e diverso da quel mondo?

“ Qua si parla di musica, a prescindere dalla divisioni di genere che si possano applicare ad essa. Al classico si studiano le civiltà antiche più importanti, l’antica Grecia e l’antica Roma, per cui la poesia era l’arte somma. IZI, rapper genovese, afferma che si è avvicinato alla scrittura in rima quando alle medie ha studiato i sonetti di Petrarca. 2Pac, un pilastro portante dell’hip hop dell’East Coast, si faceva chiamare “Makaveli”, che sta per “Machiavelli”, per il suo modo di scrivere. Tutto è collegato da un filo rosso, invisibile ai più. Proprio la cultura lo rende visibile, quindi reputo estremamente importante lo studio e il rapporto che poi riesce a trovare con la musica.”

Cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere?

“Ho scritto la mia prima canzone a 12 anni. Faceva schifo, ma conservo il testo ancora da qualche parte. In primo superiore, spronato dal mio compagno di banco, Francesco, inizio a scrivere i primi testi rap. Obbrobri anch’essi, ma non riesco proprio a buttarli, è più forte di me. In secondo superiore conosco alcuni dei membri del mio attuale collettivo, il Blue Blood Klan, e confrontandomi con loro e la loro musica inizio a scrivere dei freestyle in inglese.

Non sono uno che scrive molto, anzi, ma ciò che scrivo viene sempre pubblicato. Infatti Weird Dreams nasce nel 2018 per essere pubblicata con la band, un anno dopo la rivisiterò in chiave cloud rap per poi pubblicarla il 21/02/2020. L’esigenza di scrivere questa canzone nasce dal tirare fuori una parte di sè, un groppo sullo stomaco, che deriva, in maniera pateticamente adolescenziale, da un amore non ricambiato.”

Cos’è il Blue Blood Klan?

“Il Blue Blood Klan è un gruppo di amici che condivide tutto. Al suo interno ci sono artisti: io, Lilo, Rioda, Mor Ash e Luca Camporeale (YoungSlu). Non siamo legati artisticamente, come magari lo è la Dark Polo Gang, ma sentiamo le nostre esperienze musicali molto condivise da un punto di vista emotivo e artistico. Siamo tutti rapper tranne YoungSlu, che è un produttore, e Mor Arsh, che non si definisce un rapper.”

A cosa è dovuta la tua scelta di cantare in inglese?

“Mi è sempre venuto spontaneo scrivere in inglese, mi trovo quasi meglio. L’italiano è una lingua difficilissima da modellare, a mio avviso, stimo parecchio chi lo fa bene. Mi sono accorto che l’inglese ha il potere di farti distaccare dalle cose che vivi e fartele raccontare in maniera più oggettiva: il risultato è che magari il messaggio arriva a più persone. Poi ovviamente c’è a chi non piace. I prossimi lavori, però, sono tutti in italiano.”

Descrivi la tua musica in 3 parole.

“Emotiva, ambientale, comunicativa”

Il featuring dei tuoi sogni?

“Ce ne sono mille, ma se ne dovessi scegliere uno, in questo momento sarebbe Kid Drast degli Psicologi. Ci sono salito sul palco insieme il 22 Febbraio all’Anche Cinema, mi ha chiamato lui perché mi ha notato mentre facevo casino in prima fila. Dopo il concerto ci siamo fermati a parlare fino a notte fonda, e con lui condivido parecchio la visione che abbiamo della musica. Una grande persona, prima che un grande artista. E siamo praticamente coetanei.”

Quindi hai confidenza con il palco?

“Tanta, ho due concerti in curriculum con la band. Durante il primo me la stavo facendo sotto, già nel secondo ero molto più a mio agio, trovavo sicurezza negli sguardi delle persone sotto il palco. Poi ho presentato un paio di eventi, ho assistito a molti concerti e ho “rubato” quel che potevo dai professionisti. Salire sul palco insieme agli Psicologi davanti a 700 persone è stato una carica di adrenalina, ma non mi sono fatto prendere neanche un secondo dall’agitazione. È tutta una questione di come incanali l’energia.”

Parlaci di Weird Dreams: com’è nata? Di cosa parla? Nel testo ci sono riferimenti a esperienze da te vissute?

“Weird Dreams” è davvero l’essenza della mia musica. È il primo passo di un percorso che spero non finisca mai. Nasce, come già ho accennato, nel 2018, in un’occasione strana.

Dopo un sonnellino pomeridiano avevo una grande idea in testa, una piccola parte di questa poi si è trasformata in WD. Scrissi la canzone per la band, la musicai, ma non mi convinceva proprio. Dopo aver sciolto la band, nell’estate del 2019 la riscrivo in chiave cloud rap, trovando un type beat su internet. Solo ad ottobre trovo la forza di parlarne con Luca, che sin da subito si dimostra entusiasta nel collaborare con me. Produciamo una base, la registro, dopo 25 ore di massiccio lavoro di mix e master era pronta. Parla di una storia d’amore andata male che ho vissuto sulla mia pelle adolescenziale, ma molti mi hanno detto che da voce ad alcune loro emozioni a cui non riescono a dare un nome. È la cosa più bella che ti possano dire, sul serio. I numeri non contano nulla, le parole della gente che ti scrive per dire che il tuo pezzo fa venir loro i brividi valgono molto di piu, infinitamente di più.”

Grazie Dope, a presto!

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