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“Ciulla, il grande malfattore”: a lezione di storia, teatro e vita con il Maestro Dario Fo

3 Mar 2015 | Nessun Commento | 1.331 Visite
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foLa storia è una bella bufala: è come un tapis roulant, crediamo di andare avanti, invece andiamo indietro”. Così si pronuncia Dario Fo sul palco del Teatro Duse di Bologna il 1 marzo 2015 con il suo sorriso smagliante, il suo volto autentico e le sue movenze da giullare di piazza. E’ la nuova genesi, la rinascita di un contatto intimo e confidenziale con il pubblico, il rito che ristabilisce un passaggio naturale di energie e sinergie autentiche, la ricerca del nocciolo delle questioni che si celano dietro “una bolla speculativa di nulla” per dirla con Dario Fo. Lo spettacolo “Ciulla, il grande malfattore” scritto da Dario Fo e il suo storico collaboratore Piero Sciotto è anzitutto una denuncia sulla storia, su come ci viene raccontata a scuola e dai media, un accumulo di pagine di fatti non raccontati e omessi, il recupero di un passato quanto mai attuale e attualizzato. Paolo Ciulla diventa il pretesto per parlare dei misfatti e scandali di un periodo storico di cui si è parlato poco, che inizia dal 1884 per concludersi nel 1923. La scenografia riproduce un’opera del Mantegna “I trionfi di Cesare”, uno dei primi tentativi di pittura trionfale sull’antica Roma: la storia di Ciulla inizia proprio nella Roma del 1884. Sul palco Dario Fo è affiancato da Piero Sciotto e Jacopo Zerbo. I tre intraprendono una conversazione su Paolo Ciulla e sulla storia di quegli anni, passandosi la parola utilizzando gli strumenti della farsa e del teatro di narrazione. “Ma chi è Paolo Ciulla? Nessuno ne ha mai parlato”. Un artista anarchico, omosessuale, emarginato e al limite della cecità a causa di esperimenti fatti con gi acidi, non riconosciuto per le sue opere, ma per la sua genialità nel falsificare banconote false. E’ il raddoppio di quel Ciullo d’Alcamo tanto noto come primo poeta satirico della letteratura. Anarchia, satira politica e pazzia fittizia dei caratteri, sono i fils rouge del teatro di Dario Fo, spesso utilizzati per svelare verità scomode. Il primo atto dà voce al contesto storico mentre l’obiettivo insegue da vicino le vicende del protagonista. Il racconto fa la prima tappa a Roma dove Ciulla incontra artisti, diventa un bravo illustratore e impara il gioco dell’ironia. Qui aderisce al movimento anarchico nel pieno della crisi economica europea degli anni 1875-1895 quando al capo del governo c’era Francesco Crispi. Questa “prima fermata” nella capitale ripercorre gli scandali delle prime banche corrotte e falsarie di banconote, la Banca Romana e la Banca di Sicilia, che videro coinvolti uomini politici e l’esecuzione del primo delitto di mafia, quello di Emanuele Notarbartolo. La seconda stazione è in Sicilia. Negli anni ’90 Ciulla aderisce al movimento dei Fasci Siciliani, ai cosiddetti “Primi Moti” del mondo contadino, appoggiando le lotte organizzate per la rivendicazione di condizioni di lavoro più umane e di istruzione contro il pullulare dell’analfabetismo. Giunto a Catania, Ciulla si dedica al restauro, ma non riesce ad affermarsi come artista. Così decide di inviare una candidatura per diventare insegnante di disegno all’Accademia delle Belle Arti allegando ad essa i titoli prestigiosi che aveva ottenuto negli anni. L’artista resta vittima della società: viene privato dei suoi meriti, quando viene a sapere che i suoi titoli per la candidatura si sono stranamente smarriti e ottiene anche una condanna per aver preso parte alla lotta dei Fasci Siciliani. La corsa per affermarsi prosegue a Parigi: a Montmartre incontra Matisse, molti artisti del movimento dei Fauves e Picasso. I tentativi di farsi strada sono vani, sino a quando non giunge a Buenos Aires dove, ingaggiato dai responsabili di una stamperia argentina, inizia a stampare banconote false con una maestria sorprendente, riconosciuta anche dalla Banca d’Italia. Accusato ingiustamente di essere il capo e responsabile del misfatto, Ciulla viene chiuso in un manicomio in America per sette anni. Liberato, torna a Catania, dove continua a fare il falsario. Per ironia della sorte viene scoperto da una guardia regia: spinto da voglia di riscatto sociale, inizia a far recapitare a casa di famiglie povere e poco abbienti, biglietti falsi senza mittente. Il teatro di narrazione intervallato da ballate arabeggianti e teatro canzone della prima parte, lascia spazio al teatro nel teatro. Il secondo atto è la messa in scena vera e propria del processo di Ciulla: una ricostruzione delle vicende, risultato della estrapolazione del processo da riviste dell’epoca e successiva trasposizione scenica. Lo spettacolo si trasforma in un dialogo ilare tra Ciulla, il giudice e il narratore. La voce di Dario Fo echeggia nel teatro, penetra i sensi, scavalca le consuetudini, cerca un riscontro e costruisce un rapporto confidenziale con gli spettatori. E’ come un padre che svela ai figli la versione vera dei fatti della storia senza fare denuncia politica dichiarata, ma sempre velata, mai stucchevole. Dopo aver scontato una pena di tre anni e 5mila lire di multa, Ciulla finisce in un albergo di invalidi gestito da suore. La cecità lo ha reso migliore di altri uomini: come Omero ha sviluppato al meglio tutti gli altri sensi, è vissuto di maggiori fantasticherie e nella sua testa alloggiano immagini in produzione continua. Lo spettacolo si chiude appunto con un’immagine mentale e con una riflessione sulla danza. Contro il parere discordante delle suore, Paolo afferma che il tango è una successione di geometrie armoniose, non una danza-scandalo. Dario Fo nei panni di Paolo Ciulla, si esibisce in alcuni passi di tango: è l’animale da palcoscenico e il maestro della spontaneità. Viene così creato un parallelo tra l’insegnamento dell’arte tecnica del falsario e quello dell’arte della tecnica del tango. Due “arti” apprese in Argentina differenti, ma simili: in entrambi i casi, niente è come sembra. Le avventure di questo geniale falsario si concludono con uno sguardo positivo sul nucleo ontologico dell’essenza della facoltà umana di poter scegliere, Paolo Ciulla conclude così: “Non mi dispiace morire, mi dispiace solo di non vivere più.”

Paolo Ciulla, il grande malfattore” racchiude così lezioni di storia, di teatro e di vita.

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