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Cinema Cielo: il capolavoro di Danio Manfredini continua ad affascinare il pubblico

22 Nov 2016 | Nessun Commento | 1.054 Visite
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cc1Ci sono antefatti che precedono la realizzazione di un’opera d’arte che meritano di essere raccontati, non fosse altro per spiegare la genesi di un capolavoro.

Cinema Cielo, lo splendido spettacolo che dal 2004 ad oggi ha ipnotizzato innumerevoli platee, non avrebbe mai dovuto vedere la luce; il suo geniale autore, Danio Manfrendini, ebbro di tante magnifiche produzioni teatrali, aveva deciso di realizzare un’opera cinematografica che prendesse le mosse dall’amato romanzo di Jean Genet Nostra Signora dei Fiori, quando il teatro bussa di nuovo alla sua porta e gli “impone” di realizzare uno spettacolo che prendesse le mosse dal quel mondo e da quelle atmosfere. Così Genet ed il suo romanzo, non potendo più essere immagini, restano immaginario, estrinsecandosi solo come sottofondo, pista audio, traccia sonora di un improbabile film porno proiettato nella sala a luci rosse del Cinema Cielo, realmente esistito in quel di Milano, in cui si radunano reietti di ogni specie, dall’uomo attempato al gay in cerca di compagnia, dal ragazzino curioso allo spiantato che spera in qualche marchetta, dai vecchi e sciancati che improvvisano maldestri atti di sodomia fino all’extracomunitario che ha eletto il cinema a propria abitazione: così quella sala diventa un buco nero di solitudini che attrae e tramuta, ed a cui non si sottraggono nemmeno le cassiere ed il vecchio gestore del cinema.

Dunque, pur in assenza di un’opera cinematografica, quello di Manfredini è anche un omaggio al cinema in senso lato, che – a noi – è parso aprirsi con un richiamo a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, estrinsecato nella prostituta trans (interpretata dall’autore / regista) che ritroviamo, con tanto di ali rosse, distesa sul palco all’accensione delle luci, probabilmente appena caduta sulla terra proprio come gli angeli di Wenders, e che ci farà da guida e traghettatore nel girone mefistofelico che stiamo per affrontare, traducendo (translate) per noi il rito che quotidianamente vi si compie (come stanno a testimoniare i coriandoli che troviamo già sparsi per terra all’inizio ma verranno lanciati solo successivamente da uno dei protagonisti) ed, infine, costringendoci a giungere ad una totale transazione con la nostra stessa percezione, in un gioco di rimandi e di specchi (i clienti del cinema guardano verso il pubblico del teatro, in modo che vien da chiedersi: Chi guarda chi? Qual è il pubblico? Qual è la realtà?) in cui il film perde di significato per ritrovarlo solo quando riesce a connettersi con la vita reale, con il microcosmo presente in sala, fatto di corpi senza più un’anima (“Hello, is there anybody in there?” cantano i Pink Floyd nella splendida colonna sonora dello spettacolo, in uno dei brani estratti da “The wall”, richiamato probabilmente per creare un parallelismo tra l’antieroe watersiano e la solitudine e la follia del pubblico del Cinema Cielo), svuotati di significato, parti della salacc2 al pari delle vecchie sedie rosse, essi stessi schermi sdruciti su cui scorrono le immagini di una vita passata, vissuta o forse solo sognata, in cui la sessualità era gioco vitale, mentre ora appare solo come l’ennesimo – forse l’ultimo – escamotage per quelle masse corporee private della loro soggettività, che si abbandonano ad orge improvvisate pur di non essere completamente soli, per dirsi ancora vivi, sentirsi parte di una comunità di simili, di una tribù di fratelli nella notte, giunti tutti qui, in questo non luogo che li ospita senza chiedere loro alcuna spiegazione, peraltro in un’atmosfera natalizia che – se possibile – rende tutto molto più malinconico. Lì dove l’amore diviene l’unico oggetto di scambio, merce mai pagata al giusto prezzo, che pure chiede, per il suo espletarsi, il prezzo più alto, quello della perdita della propria umanità, la prostituzione, del corpo ma anche e soprattutto dell’anima, appare come la sola via d’uscita in grado di assicurare un amore, che, seppur posticcio ed artificiale, verrà accettato in luogo di quello a lungo invocato, fuori e dentro lo schermo, ma mai concesso da un Dio Padre che, dimentico dei propri figli, li ha lasciati morire all’inferno della civiltà, permettendo che condividessero la sorte di Cristo nel precipizio della percezione dell’abbandono sulla croce, della condanna alla ripetizione inesauribile di gesti e situazioni che si rinnoveranno tra quelle quattro umide mura ogni giorno, all’infinito.

Questo e molto, molto altro fanno di Cinema Cielo uno spettacolo giustamente considerato cult, ripreso oggi dal suo geniale creatore e giunto, per nostra fortuna, in un Teatro Kismet Opera di Bari traboccante come non mai, in cui il timore dell’argomento vintage (i cinema a luci rosse sono ormai un lontano ricordo, soppiantati dal sesso libero promulgato da internet) viene subito cancellato dalla certezza che la scrupolosa quanto efficace analisi sia riuscita nell’intento di superare le pareti della sala cinematografica per fotografare e rivelarci una tranche di società che non ci è affatto sconosciuta ma che cc3fingiamo di non vedere, soprattutto se nidifica all’interno delle nostre stesse case.

A dare vita ai tanti personaggi che si alternano sul palco un quartetto di straordinari attori formato dallo stesso Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro, perfetti, anche grazie alle luci di Maurizio Viani ed alla efficacissima colonna sonora di Marco Olivieri, nel rendere questa acutissima, lancinante partitura scenica, sublime meditazione sulla nostra (dis)umana (dis)avventura e sulla eventualità di trovarvi sempre e comunque, in qualunque accezione e da qualunque angolazione la si guardi, Poesia.

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